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In sella a Furia

In sella a Furia
senza veli - Autore: Augusto Dell Angelo

Un uomo in viaggio. Dal natio Galles a Pordenone, dove ha messo su una famiglia che adora. Dalla musica leggera al teatro e recentemente ai reality. Da idolo delle adolescenti a beniamino dei bambini: lui, con la sua aria di buon papà, è sempre in sella a Furia, il cavallo del West che beve solo caffé. Infine, restando al mondo della canzone, dal genere beat a quello melodico. Una serie di fotoromanzi, 4 volte a Sanremo, 4 film. Oltre trent’anni di onorata carriera, da osannato divo e ora da bravo artigiano della musica. Questo è Mal, che la gente continua a chiamare col suo nome d’arte (in realtà il suo nome è Paul Bradley Couling), anzi Mal dei Primitives, dal gruppo in cui lo scritturò Gianni Boncompagni, talent scout che lo portò al mitico Piper di Roma. Alle soglie dei 63 anni, ma col solito sguardo ammaliante, misto a una dolcezza che esplode appena parliamo della bellissima moglie e della prole. “Aveva 18 anni allora, oltre 20 meno di me. Lei, Renata, è di origine novarese, ma fin da bambina ha vissuto a Pordenone. Una sera andò a Treviso dove, in un locale, mi esibivo. Da entrambe le parti fu amore a prima vista, anche se per lo spostamento di residenza da Roma ci vollero alcuni anni”. - Cosa ti piace di più di lei? “Essendo io riservato e introverso, e anche un po’ insicuro, mi ha subito colpito il suo carattere opposto, il suo decisionismo”. - E allora sei arrivato in Friuli? “Sì, e come un’altra immigrata dello spettacolo, la mia collega Maria Giovanna Elmi, mi ci trovo benissimo perché qui c’è gente che lavora, che non ama le smancerie. Proprio come noi britannici”. - Ma ti senti più inglese o italiano? “Confesso che sono in imbarazzo quando le due Nazionali di calcio si affrontano. Le radici non si dimenticano, ma là ho vissuto 20 anni e qui oltre 40, perciò mi sento italiano. Ho il doppio passaporto, ma qui l’ho chiesto da quando - come in Inghilterra - non c’è più il servizio militare obbligatorio”. - Antimilitarista? “Semplicemente avevo altro cui pensare”. - Come è nato il nome Mal e perché è sempre stato unito al tuo storico gruppo, cioè i Primitives? “Quando cominciai c’era la mania dei nomi d’arte. Io adottati il diminutivo di un mio cugino più grande che suonava in una band e si chiamava Malcolm. Ma in Italia mi prendevano in giro chiedendomi se era mal di testa, di pancia o altro ancora. Ecco l’aggiunta”. - Veniamo a Furia, il cavallo che ha fatto la tua fortuna, delizia della tua carriera. “Alt, delizia sì, ma anche croce. Infatti i frutti li raccolgo soltanto adesso. Non ci crederete, ma quando mi proposero quella sigla non erano pessimisti soltanto i miei manager, ma io stesso. Un film in bianco e nero, con troppi personaggi buoni, oggi in controtendenza (basta che accendiate la tv e vedrete imperare la violenza). Ma è proprio questa sua ingenua genuinità, l’immagine pulita che forniva che ora piace. Ai bambini di allora, adesso adulti e desiderosi di specchiarsi in quell’immagine onesta rimasta nel loro cuore. Perciò posso dire che sono risalito in sella a Furia. Quel motivetto è diventato una cantilena di stampo popolare”. - Allora perché è stata una croce? “Non riuscivo a liberarmi dall’etichetta di cantante per bambini e non trovavo più lavoro. Non avevo più mercato poiché canzoni di quel genere non potevano essere eseguite né nelle piazze, né nelle discoteche. Niente serate, i disc-jockey mi relegarono nel dimenticatoio. Ero quasi disperato”. - E come ne uscisti? “Andando in Germania e ottenendo un grande successo in tutto il Nord Europa. Ma specialmente grazie a una trovata: non più Mal, ma il mio vero nome. A chi mi aveva abbandonato sembrò che fosse arrivato un nuovo interprete e così mi riscoprirono. In pochi mesi salii dall’oblio al 6° posto dell’hit parade. Così per due anni, poi tornai a Mal e nell’82 feci il poker di presenze a Sanremo con ‘Sei la mia donna’. Avevo cominciato 13 anni prima abbinato agli Showmen cantando ‘Tu sei bella come sei’ e nei due anni successivi mi sono esibito con Luciano Tajoli in ‘Sole, pioggia e vento’ e con i Nomadi in ‘Non dimenticarti di me’. Poi la lunga pausa per il trionfo-agrodolce di Furia”. - Ma almeno quel cavallo ti avrà riempito il portafoglio? “Macché, avevo accettato un contratto poco redditizio anche per i dischi. E anche su questo soltanto spine. Nato come sigla, c’è stato sì un boom, ma era cantato da una parte sola e dall’altra era soltanto strumentale. Perciò la percentuale già bassa sui dischi era ulteriormente tagliata a metà. Diciamo che Furia mi ha dato non più dell’1% di quel che gli editori ne hanno ricavato”. - Come cantante, si può definirti ‘uomo per tutte le stagioni’, dal beat al melodico al mito dei bambini? “Verissimo. Ho cominciato negli anni dei Beatles e dei Rolling Stones e quindi quelle furono le mie radici. Quando Boncompagni mi portò in Italia, capii subito che qui andava il classico, il melodico. Poiché la mia voce vi si adattava, cambiai genere. Quanto a Furia, ne abbiamo già parlato”. - Hai lavorato in tutta Europa e ora come ti senti dato che sei sceso di parecchi piani nel grattacielo della notorietà? “Non ho sofferto il trauma di alcuni miei colleghi che hanno avuto la gloria all’improvviso. La mia ascesa è stata dura e lenta (quasi un decennio) e così pure la discesa. Mi hanno aiutato a vedere la nuova situazione senza rimpianti sia l’abitudine alla gavetta sia il rilancio che ho avuto grazie al reality show ‘La fattoria’ di Canale 5, dove mi sono piazzato al posto d’onore. Se devo fare un bilancio, direi di essere felice. Ho avuto tanto, specialmente due figli che adoro”. - E’ per questo che sei risalito in sella a Furia nonostante il momentaccio che ti ha fatto passare? “Esatto. In un mondo violento come questo, che non preoccupa tanto quelli della nostra età quanto le prospettive per i nostri figli, quel cavallo è un messaggio di speranza”. - Facciamo insieme una rapida carrellata sulla tua carriera? “Ho sempre avuto il canto nel sangue. Mi esibii per la prima volta al matrimonio della sorella di uno dei componenti della ‘band’ dei ‘Meteors’. Finita la festa, mi proposero di unirmi a loro. Poi il passaggio ai Primitives, alla musica beat. Nel 1967 primi successi con ‘Yeeeeeeh’, cover del motivo inglese ‘Ain’t gonna eat out my heart anymore’. Poi diventai solista partecipando a festival e manifestazioni canore dedicate al tema del revival. Ed ecco nel ’68 il successo con ‘Occhi neri, occhi neri’ e specialmente l’anno dopo con ‘Tu sei bella come sei’ e con ‘Pensiero d’amore’”. - E da quest’ultimo trionfo il passaggio al cinema? “Esattamente. Mario Amendola ci fece subito un film con lo stesso titolo della canzone. Altre tre pellicole dello stesso tipo: discreto risultato con ‘Lacrime d’amore’, sempre con Silvia Dionisio”, ‘Avventura a Montecarlo’ e ‘Amore in Formula 2’. Da qui ai fotoromanzi, allora molto di moda e pubblicati da riviste come ‘Sogno’ e ‘Grand Hotel’, il passo fu breve”. - Sei mai stato al vertice delle classifiche musicali italiane? “Sì, tre volte. Con ‘Pensiero d’amore’, che vendette centinaia di migliaia di dischi, ‘Furia’ (ancor di più) e ‘Parlami d’amore Mariù’, versione in chiave moderna della celebre canzone di Vittorio De Sica. Ma vorrei citare altri brani di grande successo: ‘Bambolina’, ‘Oh Susanna’,‘Jealousie’ e ‘Betty blu’”. - Un cenno al biennio in cui Mal era tornato Paul Bradley. “Con la Baby Records riscoperta di canzoni più ‘canoniche’ come un album in lingua inglese (‘Silhouette’) e un esperimento dance (‘Cooperation’)”. - E ora il teatro. “Un buon successo con l’edizione italiana di ‘Grease’ a fianco di Lorella Cuccarini e di Ciccio Ingrassia. Ricoprivo il ruolo di Teen Angel, che sullo schermo fu di Frankie Avalon. Ma poi anche molte comparsate in tv, di cui ricordo ‘L’ultimo valzer’, ‘La sai l’ultima?’, ‘Viva Napoli’ e ‘I ragazzi irresistibili’. L’ex divo della canzone divenuto artigiano della musica non si ferma. Pensione? Manco per niente. Nuovi progetti, tanto entusiasmo.
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