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Interesse generale o interesse nazionale?

Opinione - L’accordo commerciale con il Canada di nuovo messo in discussione. Quello con il Giappone no. E poi rimane in piedi la questione russa...

Interesse generale o interesse nazionale?

Sono bastate alcune dichiarazioni di eminenti rappresentanti dell’attuale governo, sostenuto da Lega e Movimento 5 Stelle, per mettere in discussione l’accordo commerciale tra Unione Europea e Canada (Ceta) entrato in vigore dieci mesi fa e di cui si attende ora la ratifica da parte dei singoli Stati comunitari. E quelle quattro dichiarazioni hanno nuovamente diviso i produttori friulani in due schieramenti, così come era già accaduto nella fase preparatoria al Ceta e prima ancora per un altro trattato, quello sempre tra Ue e Usa, il ‘famigerato’ Ttip che alla fine naufragò.

In tempi di crescenti neo-protezionismi, accordi come questi consentono a due sistemi economici di darsi regole precise, trovando un compromesso, affinché le produzioni, non solo agroalimentari, possano essere reciprocamente valorizzate. E in effetti, il Ceta introduce in sostanza questi elementi: riduzione del 98% dei dazi reciproci, le imprese europee possono partecipare agli appalti pubblici in Canada, nessuna modifica alle competenze dei governi che restano intatte, nessuna modifica ai servizi pubblici che restano tali, mantenimento degli standard di sicurezza e salute europei a tutela di cittadini e imprese, diffonde una liberalizzazione degli scambi regolamentata a difesa di lavoratori e ambiente, contro forme di globalizzazione selvaggia, introduce misure a contrasto dell’Italian Sounding.

Ci sono però delle contropartite, ovviamente. E sui pro e sui contro del Ceta, alla luce della sua messa in discussione dal vicepremier Luigi Di Maio, si è riaccesa la discussione anche in Friuli. Dal fronte delle aziende produttrici, due campane contrapposte hanno suonato più di tutte.

Due campane locali
La Coldiretti ha denunciato come dall’introduzione delle nuove regole le esportazioni di vino italiano in Canada siano calate del 4 per cento. Per il presidente regionale Dario Ermacora l’accordo non protegge dalle imitazioni e non prevede nessun limite per i wine kit che promettono di produrre in poche settimane le etichette più prestigiose che il Canada esporta in grandi quantità in tutto il mondo.

Secondo Ermacora penalizzate sono anche le Dop friulane. Il prosciutto di San Daniele perché l’inserimento del prodotto tra quelli tutelati ha legalizzato l’Italian Sounding di un salume prodotto in Canada, che può tranquillamente essere esportato anche in Europa. Il formaggio Montasio, invece, non essendo inserito nel Ceta non riceve alcuna tutela.

Ecco però la voce dal contraltare. Il Consorzio del prosciutto di San Daniele ha dichiarato che dall’introduzione dell’accordo, nel settembre 2017, le esportazioni verso il Canada siano aumentate del 35 per cento. Il Ceta, ha sottolineato il direttore Mario Emilio Cichetti, consente di esportare in quel Paese con la denominazione corretta, cosa impossibile sino a tale intesa visto la presenza e preesistenza di un marchio similare registrato agli inizi degli Anni ’70 nel mercato canadese e che obbligava il San Daniele Dop a essere denominato oltreoceano quale Authentic Italian Prosciutto.
Non solo, ora il Canada deve riconoscere e tutelare 41 Indicazioni geografiche italiane, che rappresentano comunque il 90% dell’export agroalimentare in quel Paese. Fino a oggi nessuna aveva alcuna forma di protezione.

Ma allora il Ceta fa bene o fa male al Friuli? È possibile che ci sia una divisione così netta all’interno dello stesso settore agroalimentare?
Ma soprattutto… perché no al Ceta e sì al contemporaneo Jefta tra Unione Europea e Giappone, che è quasi un accordo fotocopia? E perché i dazi fanno male nei rapporti con la Russia, altra spina dolente, e fanno bene in quelli con il Canada? Se la questione, dopo anni, rimane ancora fumosa è possibile che l’argomento venga utilizzato strumentalmente a scopo politico, senza entrare nel merito puntuale degli accordi. È così, però, che si perdono le occasioni. Quelle vere.  

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