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Pendolo tra soft e hard

Brexit - Il ‘come’ uscire dall’Unione europea rimane incerto. Così la Gran Bretagna rischia di finire in un vicolo cieco

Pendolo tra soft e hard

La partecipazione a un convegno a Londra sulla Brexit mi dà lo spunto per una riflesione sul tema. Essere a favore di una soft o di una hard Brexit, cioè dell’uscita morbida o drastica del Regno Unito dall’Unione europea, secondo alcuni poco cambia in quanto sempre di uscita si tratta.

In realtà, vista la decisone della premier Theresa May di sottoporre alla Commissione europea un White paper e con ciò causando le dimissioni del suo ministro degli Esteri, non può che confermare che la differenza è notevole. Mi spiego meglio. Da un punto di vista politico, il partito conservatore aveva fatto del referendum sull’uscita dall’Unione europea un baluardo per garantirsi i voti e per continuare a governare su una linea di innovazione, ma comunque fedele ai principi europei. Cameron, l’allora premier, è stato travolto dai fatti o meglio da quel partito nato e sorto proprio per accelerarne l’uscita, facendo valere la necessità di ritornare al proprio ‘magnifico isolamento’.

È risaputo che la Uk, fin dalla sua adesione alla Comunità europea nel lontano 1972, non sia mai stata del tutto in Europa, nel senso che ha sempre beneficiato della regola scritta dell’out-put, che applicava a tutte le decisioni a cui non voleva aderire, oltre a quelle che per sua natura aveva già escluso. Quindi la vittoria dei ‘Leave’, supportati dal partito nascente dell’Ukip rappresentato dalla popolazione più autoctona inglese, i lord delle campagne ovvero i signori che vivono fuori da Londra e che amano le loro tradizioni più di quanto il mondo globalizzato glielo permetta, ha imposto ai conservatori, orfani ormai dell’ex premier Cameron, a scendere a compromessi per trovare la via più opportuna per salvare gli interessi anche dei londinesi, prima fra tutti della realtà finanziaria che da sempre era restata ai margini dell’Europa.

Per fare ciò la nomina di Theresa May aveva rappresentato un giusto equilibrio dato dal contrappeso della nomina a ministro degli esterei di Boris Johnson, esponente forte dell’Ukip, già sindaco di Londra. Ma si sa, gli equilibri sono difficili da formarsi e poi da mantenersi e così la scelta di optare per una soft Brexit, dopo oltre un anno e mezzo di stasi, ha fatto esplodere il governo.

White paper sotto esame
Che sir Johnson fosse già sul piede di guerra era chiaro da tempo, che la May lo abbia facilitato non era così scontato soprattutto alla luce della sua fermezza e della sua caparbietà nel mantenere fede alle sue promesse elettorali: si deve uscire. Ecco perché la linea di demarcazione fra soft e hard ha un senso e porta ora a sperare che la Commissione europea legga il White paper con occhi propositivi e non voglia stroncare subito i tentativi di far capire che conviene a tutti, primo fra tutti il Regno Unito, avere una posizione conciliante. Certo non si può volere una soft Brexit e contemporaneamente tenere buoni rapporti con l’America di Trump che promette accordi bilaterali commerciali molto vantaggiosi in caso un uscita hard.

Riporto volentieri la riflessione di una relatrice del convegno, che sottolinea come comunque anche fra gli studiosi dell’università inglese si cerchi nelle norme una luce per uscire dal tunnel. In effetti per alcuni sarebbe meglio far cadere le trattative e tornare a un referendum che annienti il primo, ma credo che un tanto sia al momento utopico; mentre è più facile coltivare l’ipotesi che le norme dei Trattati aiutino a districarsi nelle decisioni. Mi riferisco all’art. 50 del Trattato di Lisbona che prevede che “ogni Stato membro può decidere di ritirarsi dall’Unione europea conformemente alle sue norme costituzionali”. Se decide di farlo, deve informare il Consiglio europeo della sua intenzione e negoziare un accordo sul suo ritiro, stabilendo le basi giuridiche per un futuro rapporto con l’Unione europea. L’accordo deve essere approvato da una maggioranza qualificata degli Stati membri e deve avere il consenso del parlamento europeo. I negoziatori hanno due anni a disposizione dalla data in cui viene chiesta l’applicazione dell’articolo 50 per concludere un accordo, ma questo termine può essere esteso. Se in un momento successivo lo Stato che ha lasciato l’Unione vuole rientrarvi deve ricominciare le procedure di ammissione. Nessuno Stato l’aveva mai invocato, il Regno Unito è stato il primo.

La relatrice riferisce che secondo lei il ricorso all’art 50 è stata una forzatura, è stato un esercizio abusivo di un potere che il governo non aveva e per questo la May aveva chiesto l’approvazione del Parlamento, che nel Regno unito è organo molto forte. Tuttavia la sua posizione non è condivisa da chi, primo fra tutti Farange, il leader dell’Ukip che poi si è dimesso, continua a cavalcare la forza referendaria della sovranità popolare per legittimare un suo personale tornaconto: dopo essere stato sindaco ora ambisce a essere premier di un Paese, il Regno Unito, che pare più interessato a tutelare la sua realtà finanziaria e la politica agricola, in particolare la pesca, piuttosto che guardare con lungimiranza al futuro.

L’inaudita violenza che la Brexit ha portato, ricordo la morte della giovane deputata inglese che in prima persona si era esposta ed era andata nelle campagne londinesi per spiegare che a Londra si pensava in modo diverso e che un folle, in nome di un Leave incontrastato, ha ucciso, non può trovare giustificazione in nessun equilibrio giuridico e mi auguro che ogni velleità personale possa essere adeguatamente contrastata dalla razionalità per un futuro che ora pare incerto, per tutta l’Europa, ma soprattutto per la grande isola britannica.

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