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Così l’Unione europea ci ha permesso di essere friulani

E' quanto emerge da Europa 57/17, il progetto del Centro di documentazione Commessatti in occasione del 60° anniversario del Trattato di Roma

Così l’Unione europea ci ha permesso di essere friulani

Per essere friulani dobbiamo essere europei. E viceversa. E’ questo in estrema sintesi il risultato di Europa 57/17, l’iniziativa del Centro di documentazione europea ‘G. Comessatti’ dell’Università di Udine, con la collaborazione della cooperativa Informazione Friulana e con il sostegno della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, in occasione del 60° anniversario dei Trattati di Roma e del 30° anniversario dell’Erasmus. Il progetto, che si è articolato in alcune trasmissioni su Radio Onde Furlane e una tavola rotonda che si è tenuta il 3 novembre, ha visto il coinvolgimento di numerosi esperti e ha trattato da una parte la storia e le prospettive dell’integrazione europea, dall’altra i diritti e le esperienze per la promozione del plurilinguismo e a favore della tutela delle minoranze.


“Dal punto di vista storico - sottolineano il docente dell’ateneo friulano Claudio Cressati, responsabile scientifico del Centro di documentazione Comessatti, e il ricercatore in Storia del federalismo e dell’unità europea Marco Stolfo, che hanno coordinato l’organizzazione dell’iniziativa – la Ue, Balcani ha parte, ha garantito la pace nel continente e per questo le è stato anche attribuito il Premio Nobel nel 2012”. “Il processo d’integrazione continentale – aggiunge Cressati - non è stato lineare e ha conosciuto diversi ‘stop and go’, momenti di crisi e occasioni di rilancio”.  In questo senso ha pesato il ruolo degli Stati nazionali che, come evidenzia Stolfo, “ per un verso sono stati i motori del processo di integrazione e per l’altro ne sono stati il freno, facendo prevalere troppo spesso quell’approccio intergovernativo che ha avuto l’effetto di limitare l’efficacia dell’azione dell’Unione”.


Per quanto riguarda la nostra realtà, Europa 57/17 ha evidenziato che il Friuli ha potuto e può esprimere se stesso solamente in una dimensione continentale. Come è emerso anche nel corso della tavola rotonda del 3 novembre, nel contesto italiano il Friuli è sempre stato considerato una periferia: è stato utilizzato come servitù militare e campo di battaglia oltre a essere stato alienato sul piano linguistico e culturale. Invece, la sua collocazione naturale dal punto di vista storico, ma anche di prospettiva socioeconomica, è europea.

La natura plurale della nostra regione oggi è  risorsa proprio in prospettiva continentale
Una conferma si trova nel fatto che, ricordano Cressati e Stolfo , “la spinta europea è stata fondamentale per l’approvazione delle leggi di tutela della minoranze linguistiche in Italia”. Fino alla fine del ’900, le sole minoranze tutelate erano quelle ‘coperte’ da trattati internazionali (francesi in Valle d’Aosta, tedeschi e ladini in Trentino - Alto Adige e parte della minoranza slovena in Friuli-VG). “Esemplare in tal senso - aggiunge Stolfo - il caso della prima versione di quella che divenne la legge regionale 15/1996, dedicata alla lingua friulana, che nell’autunno ’95 fu bloccata dallo Stato per i suoi troppo espliciti  richiami alla Carta europea delle lingue regionali o minoritarie, che allora non era stata neppure firmata dall’Italia”. La natura plurale della nostra regione, se è stata un problema dal punto di vista dello Stato nazionale, oggi è risorsa proprio in prospettiva europea. Insomma, abbiamo bisogno di un’Europa ‘più Europa’, in cui  possiamo trovarci a nostro agio proprio in quanto friulani e quindi come europei.

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