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Acufene: il suono del silenzio

La sede, le lesioni, le forme e le cause di un sintomo che spesso non si può eliminare

Acufene: il suono del silenzio

Il silenzio, questo sconosciuto. E’ proprio la sensazione di completa tranquillità che rimpiangono le persone con acufene. Una sensazione sgradevole che non ti abbandona mai e che può provocare anche serie conseguenze, come abbiamo visto nelle pagine precedenti.  A esserne colpito è circa il 15% della popolazione.

“L’acufene non è di per sé una patologia, ma un sintomo – chiarisce Cesare Miani, direttore della Struttura operativa complessa di otorinolaringoiatria dell’Ospedale di San Daniele e Tolmezzo -. È un disturbo neurosensoriale che si manifesta come un fischio continuo, lo scroscio di una cascata, un ronzio, un fastidioso rumore di fondo che il paziente percepisce continuamente. Può essere, però, un campanello d’allarme di altre patologie. Il più delle volte l’acufene non altera la capacità di udire una normale conversazione, perché a essere intaccate per prime sono le aree che percepiscono le frequenze alte, ma col tempo potrebbe manifestarsi anche un danno dell’udito. Anzi, nella maggior parte dei casi l’acufene è uno dei primi segnali dell’abbassamento della capacità uditiva dovuto all’avanzare dell’età”.

Farmaci poco efficaci e nell’apparato acustico è difficile intervenire
Vista l’ampia varietà delle possibili cause, una corretta diagnosi sarebbe fondamentale. “Il vero problema con l’acufene è che può avere diverse origini, non tutte identificabili – prosegue il medico -. Si sa che a provocarlo è una proiezione alterata delle sensazioni acustiche a livello della corteccia uditiva. Spesso il sintomo è soggettivo, cioè percepito solo dal paziente, ma in vari casi è anche misurabile durante la visita otorinolaringoiatrica.

La lesione di solito è periferica e riguarda le cellule acustiche della chiocciola, ma non sempre è tutto così chiaro e la patologia può riguardare altri tratti del nervo acustico o addirittura la corteccia. Tra le cause più frequenti ci sono quelle vascolari o tumorali che determinano compressione, ma non sempre si riesce a identificare la causa della degenerazione delle cellule acustiche”.
La conseguenza è la difficoltà di trovare una cura efficace, quando non si può intervenire sulla causa che origina l’acufene. “Esistono dei farmaci – conclude Miani -, che però risultano efficaci in meno del 60% dei casi.

La struttura dell’apparato acustico, e in particolare della chiocciola, è così complessa che è difficile intervenire. Per alcuni pazienti sono utili le benzodiazepine, che possono ridurre il sintomo, mentre qualcuno utilizza degli apparecchi acustici che fungono da ‘mascheratori’ dell’acufene. Ma una terapia o un trattamento universali non esistono ancora”.

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