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“Il Sunsplash? Non torna più”

Filippo Giunta deluso dopo i ‘paletti’ a un possibile festival gratuito a Udine per i 25 anni del Rototom. “Ci tengono lontani per miopia!"

“Il Sunsplash? Non torna più”

La loro è una storia ‘tipicamente italiana’, in tutti i sensi. Un gruppo di amici che a fine 1991 mette assieme passione per la musica e spirito imprenditoriale e organizza centinaia di concerti e il più famoso festival reggae d’Europa. Fino al 2009, quando il fondatore del Rototom Sunsplash viene raggiunto da un avviso di garanzia per “agevolazione all’uso di sostanze stupefacenti”. Seguono: l’addio al Friuli, l’approdo in Spagna - dove sono il secondo festival del Paese e contribuiscono a un fatturato del settore di oltre 200 milioni di euro -, e il proscioglimento dalle accuse in sede processuale. Per festeggiare il quarto di secolo di attività, avrebbe voluto portare un festival gratuito a Udine, al Parco del Cormor, ma sono stati sollevati paletti (recinzione, controlli di polizia…) tali da far perdere la voglia a Filippo Giunta.

“Volevamo festeggiare i 25 anni non tanto del Rototom, quanto dello staff: siamo nati nel 1991, ma i primi concerti sono dell’anno dopo. Questa è la cosa più grande che si è persa: la capacità organizzativa che poteva essere utilizzata anche per altri generi”.

Di quanta gente stiamo parlando?
“In Italia eravamo una decina, ora ognuno è a capo di un piccolo staff spagnolo. Ci sono 40 dipendenti, 200 che preparano l’evento e più di 2 mila durante il festival reggae, che è solo uno dei tanti eventi che ci hanno chiesto di organizzare dall’Africa al Sudamerica. Da casa nostra invece ci hanno fatto scappare: di sicuro, il Sunsplash in Friuli non torna più”.
E il festival al Cormor? Se era solo per i tornelli, magari si poteva trovare un accordo: o no?
“Voleva essere una festa di compleanno con gli artisti che ci sono stati vicini negli anni, ma ci hanno chiesto di recintare il parco. Dove sta la poesia? Ai nostri festival noi non ci sono mai state risse, abbiamo sempre messo in ordine tutto e invece di dire ‘che figata’ ci chiedono più controlli. Quelli che, se applicati regolarmente, stopperebbero anche altri concerti. La possibilità che facciamo qualcosa è bassa se non cambia atteggiamento la politica”.

Avete provato a sottolineare l’aspetto economico della faccenda?
“Trovo offensivo parlare solo di soldi. Noi facciamo molto di più: abbiamo contribuito a fare la storia della musica in regione. In Friuli il festival reggae faceva 15 mila spettatori al giorno con un bilancio di 1,5 milioni di euro: 30-40 mila da fondi pubblici, praticamente quelli di una sagra! Oggi abbiamo 30 mila persone al giorno, per un totale di 240 mila, con il 100% di occupazione delle strutture ricettive e paghiamo 800 mila euro di tasse. Fate voi i conti”.

Vi hanno voluto davvero allontanare solo per gli spinelli?
“Hanno puntato tutto su un particolare, per miopia. Un politico intelligente avrebbe detto: se chiamano migliaia di persone da tutta Europa con un festival di nicchia, perché non gli commissioniamo qualcosa? Invece ci dicevano ‘portate meno gente’ e non ci mettevano a disposizione i trasporti per permettere al pubblico di fare ‘i turisti’ e redistribuire la ricchezza. Però danno soldi ai grandi concerti, che non lasciano nulla al territorio”.

E a Osoppo?
“Non hanno mai riconosciuto quello che abbiamo fatto perché siamo finiti dentro una lotta politica. Ci eravamo proposti di gestire gratis il Parco del Rivellino, dopo tutti i lavori che avevamo fatto, e ci hanno detto no. Potevamo fare ogni tipo di festival: pop, rock, anche celtico, se qualcuno gradisce. Ma per farci tornare ci vogliono concordia di intenti e tolleranza, non le solite accuse”.


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