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Il teatro civile che nasce dall’incontro con gli altri

Aida Talliente sabato 17 sarà al circolo culturale Potok di Oblizza di Stregna e il 29 al Teatro Palamostre di Udine per la rassegna ‘Akròpolis In’ del Teatro Club

Il teatro civile che nasce dall’incontro con gli altri

Se dovessimo cercare un simbolo del teatro friulano in continuo ‘movimento’, sarebbe di sicuro il volto di Aida Talliente, attrice, autrice e ricercatrice di storie che da quasi 20 anni presenta lavori tutti diversi l’uno dall’altro, ma uniti da un concetto di teatro ‘civile’ che parte dall’incontro con gli ‘altri’ e dalla necessità di raccontare storie che, altrimenti, rimarrebbero sconosciute. Dopo aver raccolto premi su premi con Aisha, Sospiro d’anima, Miniere…, Aida sta portando in tour diversi spettacoli, da Ritratto del leone. Willie ‘the Lion’ Smith, che sabato 17 sarà al circolo culturale Potok di Oblizza di Stregna, una sorta di ‘film sonoro’ tratto dal libro di Amiri Baraka e con Giorgio Pacorig alle tastiere, a 'Io non ho mani che mi accarezzino il viso', che il 29 arriverà al Teatro Palamostre di Udine per la rassegna ‘Akròpolis In’ del Teatro Club.
“Da anni  - racconta - collaboro con musicisti come Davi Cej, Mirko Cisilino, Pacorig… da cui imparo tantissimo e con cui nascono lavori di natura diversa:  ogni spettacolo ha una sua strada e bisogna avere il coraggio di usare strumenti non sempre facilmente riconoscibili dal pubblico, perché se il proprio stile rimane sempre lo stesso, ci si ferma”.
Punto di riferimento per la drammaturgia femminile e non solo – è  anche testimonial dello sportello ‘Sos Donna’ di Pasian di Prato dalla scorsa estate, che le permette di “parlare dei problemi delle donne anche fuori dall’ambiente professionale” -  l’attrice ha adottato da subito una linea ‘creativa’ personale. “Le storie le devi andare a cercare: nascono dall’incontro con le persone e per raccontarle devi averle vissute realmente”.
E’ anche per questo che l’attrice ha lavorato e lavora spesso in luoghi lontani e/o difficili. “Anni fa sono andata a cercare storie in Sudamerica, Africa ed Asia ed è stata una fortuna. Di recente sono stata nei campi profughi in Giordania e Grecia, dove c’è bisogno di bellezza e speranza e posso ritrovare un senso profondo nel lavoro che poi porto qui”.
Il teatro in questo caso non è più una semplice forma di intrattenimento, ma “una necessità, una possibilità di speranza. Raccontare le storie personali di sconosciuti è una grande responsabilità, ma parte dal bisogno di attuare un processo civile e politico sul palco attraverso la memoria. Quando si incontrano altri esseri umani in certe situazioni, la propria vita cambia: il campo di ricerca è ampio e alla fine ti rendi conto che non ti limiti a costruire uno spettacolo, ma sei il tramite di un incontro e di un processo molto più  intimo”.

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