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Rider friulani: pagati al prezzo di un panino

Giovani, carini e sottopagati: ecco come funziona il servizio in Friuli Venezia Giulia

Rider friulani: pagati al prezzo di un panino

"Buonasera, sono Andrea e ho una consegna per voi”. Così si presentano alle nostre porte i rider, quelli di Udine: ragazzi per lo più fra i 20 e 35 anni, studenti universitari, occupati che vogliono arrotondare lo stipendio o già padri di famiglia, che guidano in mezzo al traffico dal tramonto fino a notte inoltrata per consegnare pasti caldi più velocemente possibile.

Realtà metropolitana calata in Friuli
Le recenti polemiche sulle condizioni salariali e occupazionali di questo tipo di lavoratori hanno puntato l’attenzione su questa realtà professionale, che non esiste solo nelle metropoli, ma anche nel nostro territorio.

Ma chi sono veramente i rider? Quello che una volta era il ‘porta-pizze’, oggi è chi, con mezzi propri o aziendali, si prende l’incarico di portare un pasto appena preparato dalla cucina direttamente a casa del cliente. La paga a consegna si aggira sui 6 euro, l’assenza per malattia non è prevista dal contratto così come i giorni di ferie, multe ed eventuali incidenti sono a carico del rider, che deve pagare anche una penale aggiuntiva all’azienda, a volte è il dipendente stesso che deve utilizzare la propria auto. Se nelle grandi città si può parlare di boom, i friulani sono ancora restii a richiedere in modo capillare la consegna a domicilio, forse per un fattore culturale o perché andare a prendersi il cibo da asporto direttamente al locale è ancora facilmente praticabile per questioni logistiche.
In Fvg il rider lavora come dipendente di un’azienda - generalmente con sede in una grande città fuori regione - che fornisce il servizio per le consegne al ristorante o alla catena. Abbiamo voluto intervistare alcuni di questi lavoratori (che hanno deciso di rimanere anonimi) con alle spalle le storie di chi ha una famiglia da mantenere e di chi, invece, sogna di avviare una concessionaria d’auto, di diventare un giornalista o un grande chef.

Ciò che si mostra ai nostri occhi, dunque, è che al livello più basso dell’occupazione italiana si attestano le speranze di una generazione liquida e provvisoria, ma che non vuole abbandonare la fiducia in un futuro migliore.

Lo studente - Stipendio basso e alti rischi, ma posso pagarmi gli studi
La mia storia parte da una laurea in lettere e da un grande amore per la scrittura. Per questo voglio raccontare in prima persona l’esperienza da rider, un lavoro che ho scelto quando ho deciso di mettere da parte qualche soldo per pagarmi le spese universitarie e non solo - spiega Andrea Sturmigh -. La scrittura è un sogno, ma come spesso accade, i sogni incontrano il duro macigno della realtà: con la mia passione non riuscivo a mantenermi. Così ho incominciato a fare consegne. Il lato più positivo di questa esperienza è il rapporto con i miei colleghi e il contatto con i clienti. Certo, un lavoro umile e sottopagato, ma pur sempre un lavoro che rispondeva alla mie necessità. Col tempo, le notizie diffuse sui giornali sulle proteste dei rider hanno iniziato a farmi pensare.
Per esempio, mi sono chiesto come mai l’azienda non mi corrisponda metà della paga della consegna - circa 3 euro -, ma che sia il cliente a farlo, così che, sta a quest’ultimo pagarmi direttamente una parte dello stipendio e non la ditta stessa.

Mi chiedo come mai poi, appena assunto, nel nostro team c’erano otto rider con cinque mezzi (due motorini e tre automobili) direttamente affidati dall’azienda in comodato d’uso a disposizione, mentre ora siano rimaste solamente due auto. Così, a turno siamo costretti a dover utilizzare ciascuno il proprio mezzo, a fronte di un rimborso di soli 15 centesimi al chilometro. Ultimamente le consegne giornaliere sono aumentate, ma i turni sono diminuiti, così che è il cliente a pagarci metà dello stipendio (grazie a quei 3 euro per consegna).
Questo impiego è certamente un’esperienza e come tale va considerata: non è un passatempo, è un lavoro in cui si è costantemente sulla strada con tutti i pericoli che ne conseguono. Qualche tutela in più sarebbe necessaria così come una paga più equa".

Il veterano - E’ un punto di partenza: c’è chi sta peggio
“Studio economia aziendale qui a Udine e vorrei un giorno lavorare nel mondo dell’automotive” sono queste le aspirazioni di Nicola di Udine, 20 anni, rider e un tempo anche porta-pizze. “Quando lavoravo per la pizzeria – racconta - non avevo un contratto continuativo, bensì a chiamata. Guadagnavo 25 euro al giorno e non consegnavo solo pizze: preparavo gli impasti e gli ingredienti, ero addetto alla frittura, praticamente lavoravo più di 4 ore al giorno per pochi euro l’ora. Inoltre, quando facevo il porta-pizze, ho pure ricevuto delle minacce: in un momento in cui avevo urgente necessità di denaro, mi è stato intimato di eseguire gli ordini e di lavorare per più tempo gratuitamente, pena il licenziamento. A quel tempo, dovevo fare le consegne in motorino: io credo, tuttavia, che il modo più sicuro di fare il rider sia quello di non andare su due ruote. Guidare in mezzo al traffico rimane un fattore molto pericoloso anche se siamo in Friuli e non a Milano o Torino.

Adesso è decisamente meglio: da rider almeno in parte sono assicurato e ho un buon rapporto con i colleghi. Inoltre, nonostante possa non sembrare, il rapporto che il rider ha con il cliente non differisce di molto da quello che può avere un commesso: credo, quindi, che questo impiego costituisca una valida formazione per il futuro, cosa che l’università ci insegna per lo più dal punto di vista teorico. L’azienda, inoltre, all’inizio mi ha affiancato un lavoratore già esperto. Poi penso che l’uso di un’applicazione per le consegne sia qualcosa di davvero innovativo. Prima, infatti, quando facevo il porta-pizze, dovevo usare i servizi GPS del telefono e molte volte non riuscivo a trovare gli indirizzi giusti”.

Io padre con tre lavori
“Ho iniziato a fare il rider perché mi servivano soldi – ci racconta Giacomo, 34 anni e con due figli, sempre residente nel capoluogo friulano -. Ho trovato questo lavoro online e accettato subito, dovendo mantenere due bimbi piccoli. Il lavoro è certamente dignitoso, ma è fortemente sottopagato, tanto che tutto il denaro che guadagno viene speso per mantenere l’auto. Il tempo dei sogni per me è finito avendo una famiglia, per cui ho dovuto affiancare al lavoro del rider quello in cucina che, per fortuna, ho ottenuto nello stesso locale per cui faccio consegne. Oltre a questo, faccio il giardiniere a chiamata, quindi nelle giornate in cui sono fortunato riesco a dormire quattro o cinque ore. L’unico surplus di questo impiego sono le mance, alle volte anche abbondanti, quando il cliente riconosce le difficoltà legate a questo lavoro”.

Non Chiamatelo hobby
“Altro che hobby, questo è un vero e proprio lavoro! L’amministratore delegato di Foodora, Gianluca Cocco ha avuto completamente torto, a mio parere, quando ha definito la nostra attività un ‘passatempo’ – spiega Matteo di Tricesimo, 20 anni, rider e animatore in un centro estivo per bambini -. Questo è necessariamente un lavoro subordinato perché devi indossare una divisa e rispettare gli orari imposti dall’azienda. Quindi non si tratta di tempo libero, anche perché, sinceramente, lo passerei in vacanza o fare altro rispetto a girare la citta per le consegne per tutta la serata. La formazione non è sufficiente dato che, per quanto mi riguarda, è consistita nel guardare un video di cinque minuti in cui si spiegava come comportarsi con il cliente e come usare l’App per le consegne. Il rapporto con il cliente è minimo e a volte truffaldino: una volta, un uomo non mi ha voluto dare i tre euro dovuti per la consegna, promettendomi di passare in locale a darmeli. Non si è mai fatto vedere”.  

L'aspirante chef: organizzazione da migliorare
“Ho iniziato a fare il rider perché cercavo un lavoro part-time: mi andava bene l’orario di quattro ore giornaliere durante la settimana e cinque nel weekend – spiega Enrico, neodiplomato ventunenne di Codroipo -. Ho trovato questo lavoro su internet, ho fatto un colloquio telematico con immediata assunzione, cui è seguita una formazione molto breve e, a mio parere, insufficiente. Ho deciso di accettare perché, avendo frequentato l’Istituto alberghiero, mi avrebbe permesso di continuare a realizzare il mio sogno di portare la cucina siciliana e friulana nel mondo e, contemporaneamente, di guadagnare qualche soldo. Nonostante ci siano delle proteste a livello nazionale, credo che questo lavoro, per come si svolge qui a Udine, sia ancora dignitoso. Il difetto, semmai, sta nell’organizzazione: ci sono pochi turni e nel fine settimana bisogna utilizzare la propria auto. Inoltre, invece di concludere il turno alle 23 come da contratto, l’azienda chiude il servizio almeno una mezz’ora prima, col risultato che la nostra paga scende. Credo tuttavia, che i friulani non utilizzino in maniera massiccia questo servizio perché è ancora una novità, dacché il numero di consegne giornaliere è molto basso.”

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