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E ora, cosa ce ne facciamo?

Lavoratori stranieri - Le conseguenze della decrescita produttiva per le ‘braccia’ importate nei precedenti due decenni

E ora, cosa ce ne facciamo?

Da oltre un anno il tema ‘immigrati’ è associato a profughi e clandestini. Per decenni, però, immigrate erano le braccia che le industrie chiedevano costantemente per sostenere la crescita produttiva. Che fine hanno fatto queste? I lavoratori stranieri, molti dei quali presenti in Friuli da oltre dieci anni, hanno comprato casa, costruito la propria famiglia, fatto nascere qui i loro figli. E oggi soffrono per la decrescita economica, come e a volte di più dei cittadini italiani. È un argomento, indubbiamente, non prioritario, ma ‘loro’ rappresentano comunque un decimo della popolazione di questa regione e il 38% di essi gode di un permesso di soggiorno legato all’attività lavorativa, cui si aggiunge una metà per motivi di famiglia.

Vantaggi e handicap
Grandi cambiamenti sociali e frequenti drammi familiari si nascondono dietro a questi anni di decrescita produttiva. Eppure, non mancano paradossi, come spiega Stefano Sassara, già presidente dell’Ordine dei consulenti del lavoro di Udine e ora consigliere nazionale.
Ecco qualche esempio: in alcuni Paesi dell’Unione Europea se un italiano, quindi cittadino comunitario, perde il lavoro e non si ricolloca dopo alcuni mesi viene ‘rispedito’ in patria; in Italia, invece, non sono mancati casi di sussidi dati a lavoratori stranieri, che hanno continuato a percepirli nonostante fossero tornati nel Paese d’origine.  

Cosa sta succedendo ora al mercato del lavoro?
“Se otto anni fa, ricordo, che l’emergenza era quella delle fabbriche che non trovavano manodopera, ora l’emergenza è che nessuno, italiano o straniero che sia, trova lavoro. Inoltre, siamo ancora in una fase di transizione e i benefici promessi dal Job Acts non si sono concretizzati. Così, negli ultimi mesi abbiamo continuato a vedere solo licenziamenti”.
I lavoratori stranieri in Friuli rientrano tra le categorie deboli?
“Certamente si presentano con una qualifica professionale medio-bassa, ma va detto che si tratta molto spesso di persone inserite nelle aziende locali da oltre dieci anni e che quindi presentano caratteristiche uguali a lavoratori con cittadinanza italiana. Addirittura, in molti licenziamenti collettivi che ho seguito, gli immigrati avendo maggiori carichi familiari, ovvero più figli e moglie non occupata, godevano di maggiori tutele, come previsto dalla legge”.

Sono, quindi, avvantaggiati?
“No, perché d’altra parte, quando vengono licenziati, manca loro completamente quel welfare familiare che consente soluzioni di riparo, grazie alla vicinanza per esempio di genitori o parenti stretti. Inoltre, buona parte delle famiglie immigrate sono monoreddito e la perdita del lavoro da parte del capofamiglia si trasforma in un vero dramma”.

Rispedirli a casa sarebbe un boomerang
Rispedirli a casa si rivelerebbe un boomerang. Per Emanuele Iodice, della segreteria regionale Cgil, il problema fondamentale per il Friuli, come per l’Italia, è quello di recuperare gli indici di occupazione ante-crisi, in modo da tenere in equilibrio il sistema previdenziale, di welfare e sociale. Bisogna puntare alla rioccupazione di tutti i lavoratori, italiani o stranieri che siano, prima che, complice lo stravolgimento del diritto del lavoro, scoppino tensioni sociali.

Perché dobbiamo tenerci le braccia immigrate se oggi non servono più?
“Il periodo di difficoltà ha confermato, se mai ce ne fosse stato bisogno, che quella che abbiamo vissuto e sostenuto nei decenni precedenti non era una immigrazione di passaggio. Dopo la fase in cui gli immigrati servivano per sostenere la produzione delle fabbriche, non si può pensare oggi di poterli rispedire a casa”.

Non rischiano soltanto di ingrossare le fila dei disoccupati?
“Non si esce dalla crisi invitando qualcuno ad andarsene fuori dal nostro Paese. Non possiamo, cioè, permetterci di avere 1,5 milioni di occupati in meno in Italia, e oltre 31mila in Friuli Venezia Giulia, perché il sistema finanziario e sociale non reggerebbe più a lungo. Se anche gli stranieri tornano nei loro Paesi d’origine e i giovani friulani emigrano in Europa o in America, chi rimane qui a produrre ricchezza per pagare le pensioni e la sanità? Quindi, tornare qui livelli occupazionali pre-crisi è vitale”.

Gli immigrati sono più deboli?
“La crisi viene pagata da molti, ma in particolare da donne e immigrati. Questi ultimi, perché hanno mediamente bassa qualifica e bassa anzianità. Che senso ha sradicare persone e famiglie, che vivono qui da 10-15 anni e che hanno già un buon livello di integrazione? E magari, tra alcuni anni se la crescita produttiva riparte, chiamarne altri per le esigenze delle nostre fabbriche?”

Finora quali sono stati i rapporti tra italiani e stranieri coinvolti da crisi aziendali?
“Grazie alla legislazione che abbiamo avuto fino a oggi sono state evitate guerre tra poveri, spingendo verso le alternative al licenziamento e tutelando tre aspetti quali professionalità, anzianità e carichi di famiglia.
Con le nuove regole, invece, tutto cambia. Saremo più esposti a tensioni sociali che vedranno contrapporsi giovani e vecchi, maschi e femmine, italiani e immigrati”.

In alcuni settori rimangono essenziali
Non esiste un unico fenomeno legato ai lavoratori stranieri, ma la loro presenza registra mille sfaccettature, ognuna con risvolti economici e sociali diversi. È quello che sottolinea Piero Petrucco, imprenditore alla guida dell’azienda di costruzioni Icop di Basiliano e tra i promotori dell’associazione ‘Vicini di casa’ che da anni si occupa degli alloggi per i lavatori immigrati. “Posso individuare almeno tre punti di vista diversi” premette.
“Il primo è quello della nostra impresa – spiega Petrucco – e nel corso di questi anni non è cambiato molto, in quanto occupiamo una fascia di immigrati professionalizzati, in particolare rumeni e albanesi, da lungo tempi residenti in Friuli e che per tutto il settore rappresentano ormai una colonna portante”.

Colonna portante
Non si tratta, cioè, di bassa manovalanza di cui l’edilizia può fare a meno. Lo dimostrano anche i dati della cassa edile.
“La quota di iscritti stranieri da tempo si è assestata sul 35-40% - continua Petrucco – ed è rimasta invariata anche in questi anni di crisi. Questo significa che quando il settore è entrato in difficoltà ha espulso per primi i lavoratori immigrati, che appunto non rappresentano più l’ultima manovalanza”.

Emergenza casa
La crisi ha portato conseguenze ben diverse alla globalità degli stranieri in Friuli, in particolare sotto l’aspetto abitativo, come evidenza il terzo ‘osservatorio’ utilizzato da Petrucco, ovvero ‘Vicini di casa’, la cooperativa Onlus che gestisce in Friuli 125 alloggi che ospitano circa 400 persone.
“In questo caso l’aumento delle problematiche è stato enorme – conclude l’imprenditore – c’è stata un’impennata di morosità per perdita di lavoro. A quel punto, di solito, l’immigrato resiste 1-2 anni e prima inizia a rimpatriare moglie e figli e, poi, se non trova una nuova occupazione, torna anche lui al Paese di origine”.

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