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I giusti colpi di scure

Luigi de Puppi - Per il top manager dalle molteplici esperienze, alla politica manca totalmente il senso dell’urgenza e della gravità della situazione che stiamo vivendo

I giusti colpi di scure

Non ci può essere tutela dei lavoratori senza perseguire la tutela del lavoro. Prova ne è che, mentre il sistema italiano sta sgretolandosi, le aziende continuano a essere appesantite da handicap strutturali, tra i quali Luigi de Puppi pone in cima la burocrazia. Il top manager, in quasi mezzo secolo di carriera, ha ricoperto ruoli di regia in numerose realtà economiche. Nel suo curriculum, infatti, dopo la laurea alla Bocconi troviamo esperienze in Olivetti e Montedison, in Zanussi, di cui è stato direttore generale e amministratore delegato; stessi incarichi anche in Benetton, in banca FriulAdria e, da ultima, in Toro Assicurazioni. Di antica famiglia nobile, tra le sue passioni anche il vino, prodotto nell’azienda di Moimacco.
Ha l’impressione che il nostro Paese abbia toccato il fondo? Oppure, le cose potrebbero andare ancora peggio?
“Non c’è limite al declino se non si faranno in tutta fretta le riforme di cui l’Italia ha bisogno. Quelle, cioè, che tutti ormai conoscono. Tutti ne parlano, ma pur cambiando direzione tra destra, sinistra e centro, i nostri governi da venti anni non sono in grado di farle. Persino in questi ultimi tempi, in cui la crisi si è fatta drammatica, non vedo concretezza. Manca, infatti, totalmente il senso dell’urgenza e della gravità della situazione che il nostro Paese sta vivendo. È in corso un processo di deindustrializzazione pesante e irreversibile. Quando si guardano le statistiche riguardo al numero delle aziende che nascono e muoiono, il saldo anche se è positivo risulta fuorviante, perché quelle che nascono hanno pochissimi dipendenti, mentre quelle che chiudono ne hanno centinaia. L’effetto domino per le aziende e per l’indotto ha, a dir poco, un effetto devastante”.
Secondo lei, la coesione sociale è a rischio?
“Le conseguenze sociali sono molto preoccupanti e imprevedibili. Non so dove si possa arrivare, certo è che le manifestazioni di piazza non devono essere bollate come inutili, oppure rimanere non ascoltate e neanche sottovalutate. Il momento è molto serio: la gente per bene, quella che paga le tasse, è stanca di vedersi mettere le mani in tasca senza che si sia fatto nulla per correggere le distorsioni del sistema. La gente di buon senso, poi, sa anche che è inutile tentare di riempire la vasca quando non si è messo il tappo!
Si parla impropriamente di ‘timida ripresa’, soltanto perché ha rallentato la discesa che ha provocato un calo del Pil di oltre 8 punti in cinque anni. La domanda, però, che mi viene spontanea è: anche se ci fosse la ripresa, cosa hanno fatto i governi fino a ora per agganciare questa ripresa o, almeno, per fermare il declino? La risposta che do è: nulla!
Eppure, le ricette esistono: sono mesi e mesi che economisti di valore scrivono cosa si deve fare per abbassare il debito pubblico e, conseguentemente, l’enorme carico di interessi sempre pronti a esplodere di nuovo”.

La politica, quindi, rimane cieca e sorda?
“Distinguo due aspetti della spesa pubblica: esiste quella utile, sulla quale andrebbero fatti importanti investimenti in formazione e sburocratizzazione; c’è, poi, quella inutile, fatta di agenzie, consorzi, enti e partecipate inutili e spesso addirittura dannosi, per i quali andrebbe utilizzata la scure. Il loro costo in Italia è stato stimato in 23 miliardi di euro, che valgono quasi due manovre finanziarie. Si capisce bene che si tratta di un bacino di voti e clientele, ma non ce lo possiamo più permettere”.
Perché non si vedono risultati concreti dalle azioni dei vari governi?
“Quando in un’azienda si deve affrontare un piano di ristrutturazione, si parte sempre prima dai costi e, poi,  dal miglioramento dei ricavi. I nostri governanti, invece, la prima leva non l’hanno mai usata, mentre utilizzano continuamente la seconda andando a prendere i soldi dove sanno che ci sono. E sono quelli delle persone oneste che su quei soldi hanno già pagato le tasse. I governanti, invece, ignorano volutamente il taglio degli sprechi.
Così facendo, però, hanno ingessato l’intera economia italiana, che finisce così per avvitarsi su se stessa. Certo, per uscire dall’attuale situazione esistono anche altri temi su cui è urgente intervenire, come la giustizia e la meritocrazia, ma intervenire sulla spesa pubblica inutile darebbe già un importante sollievo al Paese”.
Eppure, c’è una parte dell’Italia che frena ed è contraria a qualsiasi riforma, perché?
“Mi chiedo spesso come possano esistere, in Italia, due categorie di lavoratori. Una protetta, autoreferenziale, parte integrante del ‘sistema’ e, quindi intoccabile: parlo del lavoro pubblico, dove non esiste meritocrazia, ma anzianità di servizio, dove non è prevista la perdita del posto di lavoro e che genera  la cosiddetta burocrazia parassitaria. C’è, poi, il lavoro nel settore privato, che è tutelato sì, ma con il rischio di vedersi sparire da un momento all’altro il posto di lavoro”.
Cioè?
“In Italia ci si è impegnati in maniera approfondita nella tutela del lavoratore. Purtroppo, però, non c’è stata la stessa attenzione nella tutela del lavoro, così che le aziende sono considerate in questo Paese un male necessario”.
Montedison, Zanussi Electrolux, FriulAdria, Benetton, Toro Assicurazioni: come si riesce a guidare aziende tra loro così diverse?
“Le regole del buon management sono molto simili pur in settori diversi. Come si suol dire: il business è business! Credo, comunque, che la caratteristica più  importante di un manager di livello stia nel saper selezionare i collaboratori giusti, formarli e saper fare squadra”.
Il processo di ristrutturazione della produzione Electrolux in Italia è inevitabile?
“Posso dire che le motivazioni sono datate e i sintomi si potevano avvertire già da molto tempo: la decisione annunciata e che spero rientri è ascrivibile al ‘problema Italia’ che ho appena analizzato e che coinvolge diverse multinazionali: costi non più competitivi di energia, lavoro, credito, fisco, burocrazia. Aggiungendo, poi, l’incertezza del diritto ed ecco che tutti questi fattori negativi fanno sì che i gruppi multinazionali trovino altre strade”.
La nostra amministrazione regionale sta lavorando a un proprio piano di politica industriale; quali elementi non dovrebbero mancare?
“Non sono addentro i meccanismi della politica regionale, perciò non entro nel dettaglio. Posso, comunque, dire che le aziende, per superare almeno alcuni dei problemi elencati, hanno bisogno della chiarezza di regole certe, della rapidità di risposte, di una politica industriale del Paese e della regione che sia definita e, soprattutto, di avere una burocrazia che, anche se rimane purtroppo costosa, ma che almeno aiuti le aziende e che non riveli, invece, un freno implacabile. La burocrazia, a mio avviso, è persino più dannosa del fisco nel frenare lo sviluppo delle aziende”.
Quale aiuto può dare oggi alle aziende la finanza regionale, rappresentata da Friulia, Mediocredito e fondi rotazione?
“La finanza regionale, comprendendo anche Finest e Informest, è stata un pilastro importantissimo nello sviluppo industriale del Friuli nel passato, però non si è evoluta con i tempi. Dunque, il suo contributo può essere ancora oggi importante, ma soltanto se su basi nuove: deve essere una finanza coordinata, rinforzata, modernizzata, anche pensando ad alleanze strategiche”.
L’export, che oggi rappresenta il salvagente del sistema industriale, ha margini di miglioramento?
“Sono convinto che il divario attuale così ampio tra dollaro ed euro faccia bene solo alla Germania, che vende prodotti altamente tecnologici e quindi con alto margine, affossando però le produzioni europee meno qualificate, come una parte di quelle italiane. Continuando così, quindi, stiamo facendo un enorme regalo ai Paesi concorrenti dell’Italia legati all’area dollaro. Se i nostro governi avessero più credibilità, un asse Italia-Francia potrebbe far cambiare strategia monetaria e, quindi, aiutare il nostro export e, di conseguenza, alleviare i problemi occupazionali”.
È innegabile un certo malessere della base di associati a Confindustria, mentre a livello locale abbiamo assistito a un inusuale braccio di ferro pubblico tra territoriali che ha portato alla nomina a presidente regionale di Giuseppe Bono. C’è un problema di deficit di rappresentanza anche tra gli industriali?
“Sulle vicende di Confindustria regionale non posso esprimere giudizi in quanto non sono stato coinvolto nel processo decisionale. Mi auguro, comunque, che si ritrovino obiettivi comuni strada facendo. Più in generale, è stato avviato un processo logico e necessario ispirato da Confindustria nazionale fatto di concentrazione organizzativa, maggiore efficienza e risparmi. Credo che i programmi intrapresi possano soddisfare gli associati e recuperare frange di malessere che non io sono in grado di quantificare, ma che possono derivare anche dalla crisi in atto che genera una forte voglia di cambiamento”.
Hanno mai tentato di portarla nell’agone politico?
“Ho sfiorato l’agone politico con la mia presenza in Friulia tanti anni fa. Ammetto, però, che è stata un’esperienza che non mi è piaciuta. Con l’attuale conflittualità, spesso esasperata, non si va da nessuna parte".

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