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Prima che sia troppo tardi

Gilberto Luigi Petraz - Un’azienda deve investire in innovazione quando è all’apice del successo. Se lo fa quando iniziano i problemi, è troppo tardi

Prima che sia troppo tardi

Quando parla con te prende a volo il primo foglio e la matita a portata di mano e usa il disegno tecnico, con tratto sicuro e preciso, per accompagnare l’esternazione di qualsiasi concetto: non solo nel mestiere delle origini, la meccanica, ma anche in campo culturale, sociale, politico e perfino ludico. Gilberto Luigi Petraz è un concentrato di metodo, precisione, studio e impegno. Classe ’39, cresciuto sotto i bombardamenti tra Milano, dove è nato, e il Friuli, padre di Cordovado e madre milanese di origine armena, appartenente alla borghesia meneghina, dopo essere stato forgiato al ‘Malignani’ di Udine, ha iniziato a lavorare da progettista passando da un’azienda all’altra fino a dirigere aziende.

Nel durante acquisendo da ognuna conoscenze e relazioni. Poi l’evento che lo indirizzò a quella che sarebbe stata la sua importante carriera, coronata da tempo con lo studio Glp con sedi in Italia e all’estero e una settantina di dipendenti guidati dai figli Davide e Daniele. Fu il fondatore delle Oru di Basaldella, Luigi Zaccaron, a indirizzarlo – in verità fu letteralmente ‘spedito’ - a un ufficio brevetti di Milano la cui famiglia del titolare proveniva dal Friuli. Lì imparò il ‘mestiere’, per poi trapiantarlo a Udine in una terra al tempo – era la fine degli Anni ’60 – in cui a fronte di una crescente industrializzazione l’attenzione per la proprietà intellettuale era praticamente nulla.

Com’era il Friuli dell’epoca?
“Noi italiani eravamo i cinesi d’Europa, intenti a produrre a prezzi competitivi, ma senza investire né in ricerca né nella tutela dei suoi risultati. Mi sentivo un pioniere, ma per fortuna c’erano imprese che iniziavano a guardare lontano perché, operando anche all’estero e dovendosi quindi confrontare con competitor più strutturati e tecnicamente più avanzati, si rendevano conto di quanto fosse importante e strategica anche la proprietà intellettuale. Nomi del calibro di Savio, Zanussi, Danieli, Mep, Moroso, Calligaris…”

E questo ha determinato anche il loro successo oggi?
“Sono imprese che esistevano ieri e che sono attive e in sviluppo ancora oggi. Provate a pensare, invece, quante sono quelle che, adottando strategie diverse, hanno chiuso i battenti. Ma non è questo il problema, secondo me. Il vero handicap di questo territorio e che in questi cinquant’anni non sono nati, né cresciuti a livello internazionale, nuovi nomi rappresentativi dell’industria friulana”.

Il numero di brevetti è indice di sviluppo?
“Nel mondo le aree territoriali con migliori tassi di crescita sono quelle che vantano aziende ad alto contenuto di diritti di proprietà intellettuale. Gli uffici dell’Unione europea hanno stimato che circa il 39% dell’attività economica totale e il 26% di tutta l’occupazione nell’Ue, sono direttamente generati da settori ad alta intensità di diritti di proprietà intellettuale. Le imprese che ne possiedono generano fatturati per dipendente in media superiori del 28 per cento rispetto alle altre. Inoltre, sebbene solo il 9% delle Pmi possieda diritti di proprietà intellettuale registrati, queste imprese ottengono quasi il 32% in più di fatturato per dipendente rispetto alle altre”.

Allora abbiamo individuata la strada per sfuggire al declino?
“Sì, peccato che circa la metà dei brevetti europei arrivano da Paesi extra Ue. Per restare in Europa, la Germania esprime il 20%, la Francia il 15% e l’Italia il 3 per cento”.

Eppure, la creatività a noi non manca…
“Certo, manca però visione e metodo. In termini di metodo, normalmente si pensa che un’impresa debba fare ricerca e poi provvedere a brevettare i propri risultati. Lo schema da adottare va invece rovesciato”.

Cioè?
“Il primo passo che un’impresa deve fare, quando decide di innovare, è analizzare il proprio mercato e quelli affini, poi deve avviare una ricerca per capire quali soluzioni di interesse e se e come sono protette. Ciò permette di evitare inutili spese lungo strade poi impraticabili, al contempo consente di orientarsi rapidamente lungo un percorso virtuoso. Inoltre, questa mappatura dei diritti altrui consente di apprezzare anche quale strategia produttiva e commerciale stanno adottando i concorrenti facilitando la generazione di una propria e meditata strategia. Per esempio, verificando i Paesi in cui i concorrenti depositano un titolo di brevetto si può intuire quale è la strada migliore, anche commerciale, da seguire. Solo successivamente all’acquisizione dei fattori che ci permettono di capire lo stato dell’arte dei concorrenti, si svilupperà l’idea come nel frattempo meglio e più armonicamente delineata adottando, nella fase di messa a punto, le attività utili e disponibili a tutela, comprese quelle che possono contrastare e frenare i concorrenti. È come un gioco a scacchi: i brevetti possono essere anche utilizzati per creare barriere quanto meno alla evoluzione tecnologica di altre aziende, per poi negoziare accordi. Lo scenario di sviluppo appena descritto è un percorso alle volte un po’ lungo, ma nello scenario attuale mondiale, sempre più aggressivo, è l’unico che può rivelarsi vincente”.

È un metodo che possiamo adottare anche per difendere il benessere della nostra comunità?
“Dobbiamo portare l’efficienza e l’organizzazione del lavoro nelle case dei collaboratori e nelle istituzioni. Pertanto dobbiamo operare affinché la confusione che c’è nella società attuale non possa entrare nel sistema aziendale. Oggi in Friuli possiamo contare ancora su un buon livello di benessere, ma non stiamo operando sufficientemente per difenderlo. Eppure, è proprio quando un’entità economica funziona bene che deve investire per migliorarsi al fine di rimanere competitiva ed economicamente premiante nel tempo. Se gli interventi correttivi vengono posti in essere quando ci si accorge di avere problemi, normalmente è troppo tardi. La capacità critica e analitica, nonché per certi aspetti anche la creatività, sono un fatto culturale, per questo ritengo che sia strategica la qualità della scuola in ogni suo ordine e grado”.

Avete problemi a reperire personale?
“Costanti. A monte c’è il problema che cerchiamo figure apparentemente anomale: ingegneri ma non per attività di progettazione o commerciali, e legali, ma non per agire in tribunale. Se negli Anni ’70 per trovare un dipendente adeguato dovevo selezionare 4 candidati, negli Anni ’80 il numero era salito a 40, mentre oggi dobbiamo incontrare attorno ai 140 giovani. E poi c’è la questione di cosa si intende per ‘giovani’: da noi sono i trentenni che timidamente si affacciano al lavoro, all’estero a quell’età i migliori sono già proiettati verso l’apice della carriera”.

Esiste una cura?
“Ai giovani dobbiamo far capire cos’è il futuro, che però non abita qui da noi. Dobbiamo scrollarci di dosso la sindrome da ‘vecchio mondo’. Ai tempi di Marco Polo a Venezia le scuole dei mercanti insegnavano fino a 27 lingue e gli allievi imparavano non solo l’idioma ma anche a ‘vivere e ragionare’ come un armeno, un turco, un levantino... Solo con una conoscenza così approfondita potevano conquistare, come hanno conquistato, nuovi mercati e portare alla Repubblica ricchezza e benessere”.

Torniamo ai brevetti, oggi all’estero è ancora complicato difendere la proprietà intellettuale?
“La tutela che ogni Stato ammette è direttamente proporzionale al proprio livello di sviluppo industriale. Per esempio, in Cina, oggi si fanno rispettare le regole come in Europa”.

Nella sua carriera, ci ricorda un’invenzione che l’ha particolarmente colpita?
“Era la fine degli Anni ’70 la Savio, per prima nel settore, investì su un dispositivo che consentiva di unire due fili di lana senza generare nodi. Per i telai meccanici fu una vera rivoluzione in quanto molti tempi morti furono evitati. L’idea era nata dai ‘pecorai’ australiani. Io li chiamo simpaticamente così, ma erano, e sono, aziende multinazionali tra i più grossi investitori in ricerca di quel Paese”.

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