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Stagione di matrimoni e shopping

Necessità e virtù - Tutti lo propagandano: aprite le porte, unite le aziende, fate gruppo, crescete di dimensione

Stagione di matrimoni  e shopping

Tanto tuonò che piovve: di necessità o di virtù, da alcuni anni è iniziato un fenomeno di ‘razionalizzazione’ del tessuto imprenditoriale. Dopo tanti proclami e raccomandazioni a mettersi assieme, ad aggregarsi a fondersi, sono numerose le operazioni portate a termine, registrate di volta in volta dalle cronache, ma che rappresentano un mosaico non ancora del tutto chiaro. Infatti, gli aspetti di questo fenomeno, appunto, sono molteplici: ci sono le due aziende locali che fondendosi creano una terza realtà più forte della semplice sommatoria; c’è il titolare senza passaggio generazionale che vende al migliore offerente; c’è l’azienda che, pur con buoni fondamentali, è in crisi finanziaria e getta la spugna. In base all’aspetto che sta prevalendo si potrà dire se questa stagione di aggregazioni porterà o meno a un rafforzamento del nostro tessuto economico.
A suggerirne, comunque, le dimensioni intervengono alcuni numeri. Soffermandosi soltanto sulle società di capitali, quelle cioè che hanno un minimo di struttura aziendale, tra 2010 e 2011 il numero di quelle appartenenti a un gruppo di imprese è passato da 3.532 a 3.849, con un aumento quindi di ben 278. Si tratta di una componente che, ormai, rappresenta un quarto di tutte le società di capitali che dà occupazione nella nostra regione a 100mila lavoratori.
Tra le società controllate, cala la componente di quelle con vertice in regione e aumentano quelle che hanno la propria capogruppo sempre in Italia, ma in un’altra realtà, oppure direttamente all’estero. Le aziende controllate da stranieri, addirittura, viaggiano verso il traguardo ‘psicologico’ di una su tre.
Appaiono, quindi, tratti più simili a uno shopping, rispetto a un processo di rafforzamento dal basso della nostra struttura industriale.
Anche perché interviene un altro dato significativo: quello sui contratti di rete. Si tratta di una forma aggregativa light, che non comporta la perdita dell’autonomia dei partner e presenta per altro anche agevolazioni sotto l’aspetto fiscale. Nella nostra regione, alla data di aprile 2013, le aziende che hanno aderito a questo strumento sono appena 81, in pratica meno della sola provincia di Bari o di quella di Monza, e partecipano a 31 contratti di rete.

Alessandra Sangoi: strada impossibile da affrontare da soli

Serve superare una certa soglia dimensionale per fare investimenti in innovazione ed espandersi sui mercati esteri, le uniche due leve che consentono di garantirsi oggi un futuro. Lo sottolinea Alessandra Sangoi, amministratrice dell’omonimo gruppo industriale e rappresentante delle Piccola impresa in Confindustria Udine. Nel movimento di aggregazione, però, secondo Sangoi, che siede anche in giunta camerale e nel Cda di Finest, non bisogna poi mettere paletti sul vertice, preferendo anacronistiche autarchie rispetto all’apertura a capitali extraregionali o, addirittura, stranieri.
Nel tessuto industriale friulano è in corso una vera stagione delle aggregazioni?
“La contrazione del mercato interno, impone come unica soluzione lo sviluppo nei mercati esteri accompagnato da investimenti nell’innovazione. Entrambi queste azioni, però, richiedono dimensioni minime dell’azienda. Chi ha iniziato autonomamente questo percorso anni fa, oggi è posizionato meglio di altri e, molto spesso, continua a rafforzarsi e a crescere. Chi, invece, non lo ha fatto per tempo è difficile che abbia la forza da solo di raggiungere questi obiettivi, visto che oggi il sistema finanziario non appoggia questi investimenti. Ecco, quindi, la necessità di creare alleanze che, spesso, portano anche all’apertura del capitale societario”.
Perché i contratti di rete non rappresentano una valida alternativa?
“Hanno dimostrato di non essere una strada facile, per diversi motivi. Innanzitutto, perché per raggiungere gli obiettivi indicati non basta essere in due, ma serve un numero maggiore di realtà imprenditoriali e si sa che più sono le teste, più è difficile metterle d’accordo. Inoltre, esistono degli handicap particolari del Friuli, rispetto ad altre aree territoriali italiane. Innanzitutto, una minore concentrazione di imprese tra loro complementari e, quindi, potenziali soggetti di contratti di rete. Inoltre, un eccessivo frazionamento delle stesse rappresentanze istituzionali, come le associazioni di categoria, che dovrebbero svolgere un ruolo di catalizzatore per le aggregazioni”.
La debolezza congiunturale di imprese friulane dai buoni fondamentali, potrebbe rendere la nostra regione scenario di shopping per realtà foreste?
“Sono convinta che qualsiasi impresa debba andare ‘oltre’ anche al proprio titolare, perché l’importante è mantenerla attiva e farla crescere. Quindi, anche l’ipotesi di acquisizione da parte di gruppi non locali non deve essere vista in maniera negativa. Non è possibile sostenere l’aggregazione tra imprese e, poi, mettere paletti in base alla targa del nuovo proprietario”.

 

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