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Mafia, il Fvg desta grandi appetiti

Intervista esclusiva al senatore Nicola Morra, presidente della Commissione parlamentare antimafia. A preoccupare sono soprattutto le azioni della criminalità economico-finanziaria

Mafia, il Fvg desta grandi appetiti

Friuli Venezia Giulia crocevia di traffici illeciti, in uscita e in entrata. Dato che, molto spesso, questi movimenti sono legati a doppio filo alla criminalità organizzata, abbiamo chiesto un parere sulla situazione al senatore Nicola Morra, presidente dal 2018 della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere.

La nostra regione pare essere divenuta punto di transito obbligato per numerosi traffici, alcuni dei quali legati anche alla criminalità organizzata di stampo mafioso. Che segnali avete al riguardo?
“Il fronte su cui prestare la massima attenzione è quella delle fatture per operazioni inesistenti (Foi) e della criminalità economico-finanziaria. Anche in passato, attraverso l’elusione e l’evasione dell’Iva, si è capito che questa regione desta grandi appetiti da parte dei sodalizi mafiosi. Il vostro settimanale più volte si è occupato di inchieste che vedono coinvolti esponenti di clan camorristi. E’ ormai una mitologia sfatata che una parte del Paese sia immune delle mafie e un’altra non lo sia. Le mafie sono lì dove c’è ricchezza, lì dove possono fare affari, soprattutto oggi le mafie sono agenzie di servizi, dalla cessione del credito alla sua riscossione. Si sostituiscono allo Stato ed è questo ciò che dobbiamo impedire”.

Migranti, armi, contanti, carburanti, droga e traffico di animali da compagnia sono le fattispecie più frequenti. Quali la preoccupano maggiormente in termini di dimensione e pericolosità?
“Tutte in egual misura. Abbiamo a che fare con fenomeni di notevole dimensione e penalmente molto rilevanti. Proprio ieri in visita istituzionale ad Eurojust all’Aja si discuteva su come il traffico di olio di oliva contraffatto si pensava essere una semplice truffa alimentare. Poi si è scoperto che invece aveva alle spalle organizzazioni criminali perfettamente strutturate. Ovvio che il traffico di armi sia più pericoloso di quello di animali, ma la domanda vera che dobbiamo sempre farci è chi muove i fili del traffico e per quali interessi nascosti. In questa ottica ogni traffico va fermato, ma soprattutto indagato a fondo senza fermarsi alla superficie”.

Il Friuli Venezia Giulia confina con Austria e Slovenia e, inoltre, nel porto di Trieste arrivano navi e tir, molti dei quali provenienti dalla Turchia. Quali sono, secondo lei, le rotte più esposte e soggette a questi traffici?
“I dati dimostrano che tutta l’area balcanica è stata in questi anni oggetto di penetrazione da parte della criminalità mafiosa e in special modo delle organizzazioni legate alla ‘Ndrangheta. Tuttavia, ormai non c’è rotta che possa essere ritenuta al sicuro dai traffici illeciti, sia marittima che terrestre. Essere territorio di frontiera, inteso come luogo fisico è vantaggioso in termini economici e di scambi commerciali, ma questo comporta anche la penetrazione dei traffici illeciti. Dobbiamo tenere presente anche che il porto di Gioia Tauro è stato riconquistato dallo Stato con diverse operazioni che lo hanno reso non più un porto gestito dall’Ndrangheta, mentre il porto di Taranto non essendo destinazione di merci se non industriali per Ilva e similari non è appetibile per le mafie. Arriviamo al porto di Trieste: non possiamo che tenere alta l’attenzione perché se si chiudono le diverse rotte ai criminali questi con rapidità ne aprono altre e di nuove”.  

E’ evidente che abbiamo a che fare, nella maggior parte dei casi, con traffici internazionali. In tal senso ritiene che l’Ue dovrebbe giocare un ruolo più incisivo in termini di coordinamento delle forze di Polizia?
“Come accennavo siamo appena tornati da una missione a l’Aia dove ha sede Eurojust (Eurojust è un organismo istituito nel 2002 per sostenere e rafforzare il coordinamento e la cooperazione tra autorità nazionali nella lotta contro le forme gravi di criminalità transnazionale che interessano l’Unione europea, ndr).  L’incontro aveva proprio lo scopo di incentivare le forme di collaborazione e coordinamento, investigativo e non solo, con altri apparati repressivi e giudiziari, al fine di esser ancora più efficaci. Ma, purtroppo, si deve anche lamentare l’inerzia sostanziale di alcuni Stati, cui i capitali di dubbia origine evidentemente non dispiacciono. Stiamo chiedendo da anni che, ad esempio, le misure preventive di sequestro e confisca di patrimoni possano essere estese ad altri Stati, ma i nostri sforzi sono risultati finora vani. Tuttavia il coordinamento fra Stati è e resta strategia obbligata per ottenere risultati significativi. L’Europa non deve essere soltanto un’unione monetaria ma un’unione di sforzi e intenti contro le mafie. Qui è in gioco il futuro stesso dell’Unione. Regole e leggi omogenee ci permettono di agire con decisione e risultati concreti contro lo strapotere del crimine organizzato che si muove da sempre senza frontiere e passaporti”.

La questione migranti è stata al centro anche della recente campagna elettorale, ma il problema permane e tuttora si segnalano arrivi di migranti, sebbene in numero più ridotto rispetto agli anni scorsi. Anche in questo caso servirebbe maggiore interlocuzione e collaborazione con l’Ue e gli Stati confinanti o il lavoro in corso è sufficiente?
“Certamente servirebbe maggior interlocuzione con gli altri Stati. E non solo quelli confinanti, perché non si deve agire solo e soltanto sugli effetti, bensì dovremmo agire sulle cause. Questo significa che dobbiamo allargare notevolmente la prospettiva d’intervento. Se si parla di fenomeno epocale bisogna anche rendersi conto che c’è bisogno di un’azione che sia epocale. Le misure tampone, le piccole schermaglie europee mi preoccupano perché da una parte c’è la dignità degli esseri umani che va sempre salvaguardata e dall’altra parte mi dimostra che c’è poca comprensione della complessità, della grandezza del fenomeno migratorio che viene ormai usato solo come espediente elettorale invece di essere risolto andando nei Paesi d’origine del fenomeno e lavorare per una reale cooperazione”.

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