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Aquileia, scoperto un eccezionale deposito di anfore romane

Venivano usate per il trasporto dell’allume. Risultato della campagna di scavo dell'Università Ca' Foscari di Venezia

Aquileia, scoperto un eccezionale deposito di anfore romane

Un eccezionale deposito di anfore romane utilizzate in antico per il trasporto dell’allume è il risultato della campagna di scavo dell'Università Ca' Foscari di Venezia attualmente in corso ad Aquileia sotto la guida di Daniela Cottica nell’ambito del progetto “Aquileia Porto romano - sponda orientale: indagini archeologiche presso l’ex fondo Sandrigo”.

“Questo, che è uno dei più consistenti rinvenimenti in tutto l’occidente romano, viene a colmare un vuoto documentario per l’emporio aquileiese che, grazie alla scoperta del team Cafoscarino 2019, fa capire come Aquileia fosse il punto di riferimento per le rotte del commercio dell’allume e per il proseguimento del prodotti dall’alto Adriatico verso la pianura Padana e le province nord-occidentali” spiega Cottica, docente di archeologia classica e di Archeologia delle province romane presso il Dipartimento di Studi Umanistici.

L’area, che è oggetto delle attività di ricerca e di scavo cafoscarino dal 2010, è un sito demaniale che si colloca sulla sponda orientale dell’antico corso fluviale del Natiso cum Turro, di fronte alle banchine monumentali del sistema del porto fluviale di Aquileia. Si tratta di una zona che rivela un complesso intreccio di cambiamenti ambientali legati all’antico corso fluviale e di interazione costante tra uomo e ambiente che va dal I secolo a.C. – inizi I d.C. almeno fino al VI secolo d.C. La campagna di scavo attualmente in corso sta approfondendo l’indagine di un complesso artigianale di prima età imperiale, che perse la sua funzione e fu smantellato fra fine I ed inizi II secolo d.C. per lasciare posto al sistema di maceri per la canapa che è stato oggetto di indagine nel 2018. Lo strato sottostante sta restituendo un eccezionale deposito di anfore utilizzate in antico per il trasporto dell’allume.

A cosa serviva l’allume nell’antichità? Con il termine allume, l’alumen della Naturalis Historia di Plinio, si designa un gruppo di sali che in epoca romana veniva utilizzato per fissare i colori alle fibre tessili, per la concia delle pelli, per rendere resistenti al fuoco i tessuti e il legno; era inoltre impiegato in metallurgia e nella farmacopea per le sue proprietà astringenti e antisettiche. In particolare il termine “allume” è spesso riferito al solo solfato di alluminio e potassio dodecaidrato KAl(SO4)2·12H2O, noto anche come allume di potassio o allume di rocca.

Le anfore rinvenute dal team caforscarino sono frammentarie (più di 6000 frammenti) ma permettono di ricostruire oltre 100 unità (la cui capienza può essere di 15 o 30 litri, con prevalenza delle seconde) provenienti da due diverse aree di approvvigionamento utilizzate in età romana: Lipari e le circostanti isole Eolie e l’isola di Milos nell’Egeo. Ben attastato dalle fonti antiche è lo sfruttamento e la commercializzazione sia dell’allume dalle isole Lipari, sia dell’allume di Melo (oggi Milos), denominato melinum da Plinio. Un passo di Diodoro Siculo menziona il copioso guadagno che gli abitanti di Lipari e i romani ricavavano dall’allume, al punto di detenerne il monopolio dal momento che l’unico possibile competitore era l’isola di Melo, dove però i depositi del minerale erano disponibili in minor quantità.

Le anfore per l’allume dall’ex fondo Sandrigo sono oggetto di una collaborazione di ricerca interdisciplinare e interdipartimentale fra Dipartimento di Studi Umanistici (prof.ssa D. Cottica) e Dipartimento di Scienze Ambientali, Informatica e Statistica (prof.ssa E. Zendri, dr.ssa Eleonora Balliana) finalizzato, attraverso mirate analisi archeometriche condotte in laboratorio,  ad indagare in che forma l’allume potesse essere trasportato nelle anfore (tema ancora oggetto di dibattito scientifico) e a stabilire se l’allume potesse essere utilizzato all’interno del complesso artigianale attualmente in  corso di scavo ad Aquileia. Come ci spiega Elisabetta Zendri: “Lo studio si baserà sull’analisi dei residui di allume eventualmente ancora presenti nei reperti ceramici e nel terreno circostante e sull’analisi indiretta di eventuali prodotti di trasformazione di questo sale e di interazione con i materiali di trasporto o di conservazione. Infatti l’utilizzo di anfore per il trasporto di allume e di vasche in legno per il fissaggio della colorazione sui tessuti possono aver conservato tracce indirette del contatto con questo sale, tracce leggibili attraverso accurate indagini chimiche e fisiche dei reperti raccolti nel corso dello scavo”.

Oltre alle anfore è stata anche rinvenuta una ciotola contenente polvere rossa, probabilmente un pigmento, che è ora in fase di analisi e che potrebbe essere collegata al ciclo di colorazione dei tessuti.

Alle attività di indagine archeologica e studio post scavo stanno partecipando numerosi studenti di laurea triennale, specialistica, dottorandi e assegnisti di Ca’ Foscari, oltre che studenti della scuola di specializzazione in Beni Archeologici SISBA e di altre università italiane.

La scoperta arriva proprio nell’anno delle celebrazioni dei 2200 anni dalla fondazione della colonia di Aquileia: anche l’Università Ca’ Foscari Venezia, che cofinanzia le indagini archeologiche con il Fondo per l’Archeologia, partecipa alle celebrazioni con aperture straordinarie del cantiere di scavo e con vari eventi di archeologia pubblica in collaborazione con Fondazione Aquileia, Pro Loco Aquileia, Rotaract Club Udine nord di Gemona. I prossimi appuntamento sono l’Open Day del 29 giugno e del 14 settembre.

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