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Terzani comunista? Oggi la cultura fa paura

Intervista a 'Zoro' Diego Bianchi, tra i vincitori del ‘Premio Luchetta’ 2019, grazie a un reportage realizzato in Congo con pochi mezzi e senza sensazionalismo

Terzani comunista? Oggi la cultura fa paura

Attaccato da più parti, quello del giornalista è un mestiere sempre più complicato, specie quando si entra nell’ambito delle inchieste realizzate ‘sul campo’. E’ per questo che a Trieste dal 2004 è attivo il Premio giornalistico internazionale Marco Luchetta, nato per ricordare il lavoro in prima linea dei colleghi uccisi 25 anni fa in Bosnia e nel ’94 a Mogadiscio. Inserito nell’ambito di Link, il festival del ‘buon giornalismo’, quest’anno il premio ha voluto raccontare il mondo partendo dai più deboli: i bambini. Tra i premiati, nella categoria reportage, Diego ‘Zoro’ Bianchi, personaggio Tv che da anni racconta l’altra faccia del mondo – e di casa nostra – in maniera diversa e originale. Il suo diario di viaggio in Congo andato in onda a Propaganda Live su La7 ha testimoniato l’emergenza che colpisce i più indifesi, i bambini, in un Paese, il Congo, dove ci sono più armi che cibo…

“Ci sono stato 8 giorni – racconta ‘Zoro’ -, solo con una videocamera, come sempre.  Non ho nulla con chi lavora con 5 droni e tanti operatori, ma a me piace farlo in maniera meno invasiva e più discreta, diminuendo le distanze e dando una impressione di naturalezza rispetto alle immagini patinate dei Tg”.

Quali sono le regole per realizzare un reportage secondo quello che il festival definisce ‘buon giornalismo’?  “Il giornalismo dovrebbe sempre essere ‘buono’, ma come tutte le professioni c’è anche quello meno buono, autorevole o informato, o in malafede. Io, che tecnicamente non sono neanche un giornalista, lo faccio da sempre con una telecamera e basta e sono passato da YouTube alla prima serata. Sono un autodidatta e voglio raccontare qualcosa di diverso usando informazione e satira:  spesso ho poco tempo per fare un pezzo, e dal ‘mordi e fuggi’ è uscito involontariamente uno stile”.

Da ‘Parla con me’ a ‘Gazebo’, a Propaganda Live’,  la linea è sempre stata coerente: racconti oggettivi e un pizzico di ironia, senza però buttare tutto in farsa, come succede in qualche altro programma… “Non parlo dei colleghi: la mia linea è sempre quella di non cercare il sensazionalismo e lo scoop a tutti i costi. Non mi interessa far piangere la gente. Viaggio senza tesi precostituite, nella maniera più pura possibile, cercando di farmi permeare da quello che vedo. Se hai storie forti da raccontare, fanno più sensazione di quelle che tutti cercano”.

E i rapporti con i politici? “Qualcuno ha cercato in tutti i modi di querelarci e ci sono tanti episodi di insofferenza, ma al tempo stesso c’è molta attenzione. I politici reagiscono a quello che facciamo e cercano di cavalcare l’onda e in quel caso dobbiamo far attenzione a non essere un loro strumento: ogni tanto ci chiediamo se non gli stiamo facendo un favore… E’ chiaro che, se la satira è fatta bene, i politici non possono essere felici. Però non possiamo non mettere in ridicolo certi slogan che vanno per la maggiore oggi…”.

Anche i social network hanno una loro parte di responsabilità? “Temo sia così. Oggi la gente cambia idea politica per nulla e la rapidità del voto è impressionante. I social influenzano il voto ed è un dato di fatto, ma anche il tipo di comunicazione politica: possono essere uno strumento pericoloso, perché si rischia di andare avanti solo per slogan. La soglia di attenzione è bassissima, è difficile ragionare e la dinamica è quella delle tifoserie. Ci sono politici che se non twittano 10 volte al giorno, credono di non aver fatto nulla”.

Sabato 11 a Trieste ci sarà la cerimonia di premiazione del ‘Luchetta’; pochi giorni dopo a Udine parte una rassegna, il Premio Terzani, che non sembra troppo apprezzata da chi amministra la città… “Perché, adesso anche Terzani è comunista? Andiamo: è stato anche un grande reporter e già questo giustifica un ricordo. Il problema è che tutto quello che è cultura, oggi, fa paura, e la cosa mi preoccupa. Non bisogna sottovalutare nulla, né considerare certe uscite un ‘incidente di percorso’, perché si rischia di abituarsi a tutto, anche al peggio”.

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