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Le mandrie sono tornate

Progetto Farmeat - Tra le vallate del Natisone e dell’Isonzo si cerca di riportare l’allevamento da carne sui pascoli montani secondo tecniche tradizionali e ogm-free

Le mandrie sono tornate

Farmeat è un progetto finanziato dal Fondo europeo di sviluppo regionale e dai fondi nazionali nell’ambito del Programma per la Cooperazione Transfrontaliera Italia-Slovenia 2007-2013 che sostiene e valorizza gli allevatori delle Valli del Natisone e della fascia confinaria tra il Friuli Venezia Giulia e Slovenia che allevano il proprio bestiame utilizzando metodiche sostenibili e attente all’ambiente, che prevedono anche l’utilizzo del pascolo. Tra gli obiettivi vi sono la salvaguardia del paesaggio e il recupero di ampie superfici a prato funzionali all’alimentazione degli animali, per rilanciare l’economia in quei territori dove il bosco era riuscito ad imporsi sui prati abbandonati.
Il progetto ha visto capofila la Regione assieme ai partner di progetto Kmecka zveza (Associazione Agricoltori), Camera dell’agricoltura e delle foreste della Slovenia, Istituto agricolo e forestale di Nova Gorica, Cooperativa agricola Tolmino, Associazione produttori biologici e biodinamici (Aprobio) del Friuli Venezia Giulia e la Latteria sociale di Cividale e Valli del Natisone.
Gli allevatori coinvolti nella filiera sono una ventina. Gli animali sono allevati senza alcun utilizzo di alimenti di origine animale o derivati da organismi geneticamente modificati. La carne ottenuta, caratterizzata da grandi proprietà organolettiche e nutrizionali, è lavorata e confezionata nel macello di Tolmino, dove è sottoposta a tutti i controlli sanitari di legge. È commercializzata nelle aree italiane di confine, presso alcuni allevatori che aderiscono al progetto, nei punti vendita della Latteria di Cividale e presso lo stesso macello di Tolmino.
Le confezioni sono riconoscibili dal logo Farmeat che riproduce in maniera simbolica gli animali al pascolo sui prati dei territori transfrontalieri, solcati dai fiumi Isonzo e Natisone.
A fine marzo si è chiuso il piano triennale finanziato dal Fondo Europeo e il progetto deve ora proseguire in modo autonomo, come spiega Romeo Cuzzit del Servizio Competitività sistema agroalimentare della Regione.

Farmeat segna il ritorno alle origini in un settore che 50 anni fa rappresentava lo zoccolo duro dell’economia locale: perché la pastorizia era stata abbandonata in queste zone transfrontaliere?
“Premetto che il progetto riguarda principalmente l’allevamento zootecnico, non necessariamente legato alla pastorizia. Comunque, sintetizzando, l’allevamento negli anni è notevolmente calato per una serie di ragioni legate allo spopolamento delle aree montane, al mutamento delle strutture di commercializzazione, alla ridotta dimensione degli allevamenti che non risultavano più competitivi con quelli di pianura, agli alti costi che un’agricoltura montana in genere deve sopportare.
Tutto ciò ha reso tale zootecnia non più remunerativa, o perlomeno non remunerativa rispetto ai gravosi impegni di ore di lavoro e di fatica che comportava”.

Questo progetto in che termini la reintroduce e consente alle aziende di svilupparsi?
“Non è che il progetto miri a reintrodurre la pastorizia, ma dovrebbe favorire l’utilizzo del pascolo e, di conseguenza, il recupero di zone non più utilizzate a tal fine. Il progetto, che fondamentalmente punta alla vendita diretta della carne in azienda ovvero attraverso canali commerciali che riducono notevolmente le intermediazioni, come la Latteria di Cividale, dovrebbe garantire un valore aggiunto per l’allevatore molto più elevato di quello dell’animale venduto vivo o da piccolo. Inoltre, gli attuali sistemi di allevamento che prevedono un elevato livello di libertà per gli animali al contempo riducono, grazie a una discreta meccanizzazione del lavoro in stalla e al pascolo, la fatica dell’allevatore”.

Perchè si è deciso di puntare al settore carne anziché a quello lattierocaseario?
“Perché nell’area transfrontaliera di progetto il problema era particolarmente sentito per la produzione della carne. Infatti, chi produce latte in zona, data la vicinanza della latteria di Cividale, in genere non ha problemi, o per lo meno ha gli stessi problemi degli allevatori di altre zone della regione. Si era, inoltre, capito che la carne avrebbe consentito maggiori margini di miglioramento. C’è da aggiungere, infine, che la Latteria di Cividale è molto ‘forte’ nel settore caseario, mentre la Cooperativa di Tolmino lo è in quello della carne. Dalla sinergia tra le due strutture possono, di conseguenza, svilupparsi interessantissime opportunità per tutti, come peraltro sta già avvenendo”.

L’anello commerciale è l’aspetto fondamentale dell’economia del progetto: con che modalità viene sviluppato?
“Come già evidenziato, la chiave di volta del sistema è, da un lato, la vendita diretta in azienda e, dall’altro, l’opportunità di vendere la carne tramite il sistema di commercializzazione capillare della Latteria di Cividale”.

Sotto l’aspetto tecnico, il progetto coinvolge razze autoctone, oppure varietà internazionali più produttive?
“Sono ovviamente privilegiate le razze autoctone, Pezzata rossa in primis, che sono quelle che in un dato territorio danno il meglio di sé perché si sono adattate nel tempo all’ambiente. Comunque, non è tanto importante la razza, quanto il fatto che gli animali, come previsto da uno specifico Protocollo, non utilizzino alimenti geneticamente modificati, consumino principalmente prodotti aziendali e locali, utilizzino il pascolo. Il discorso vale sia per i bovini, sia per gli ovini”.

Da fine marzo il progetto dovrà camminare sulle proprie gambe. È pronto a farlo?
“Dai primi riscontri che abbiamo, sembra proprio di sì. Ci risulta, infatti, un notevole interesse da parte delle aziende del territorio e, soprattutto, da parte dei consumatori, oggi sempre più attenti a prodotti di qualità e genuini. Forse è ancora prematuro dare assicurazioni in proposito, sarà il tempo a darci una risposta.
Il sistema di sinergie e collaborazioni attivato attraverso il progetto sembra essere ‘vincente’, tant’è che stiamo già valutando la possibilità di presentare un nuovo progetto, rivolto sia al settore zootecnico, ma anche ad altri prodotti agricoli del territorio, quali ad esempio orticole e frutta”.

Per un’azienda quali sono i vantaggi dell’adesione al progetto ?
“Essenzialmente, c’è il grosso vantaggio di poter usufruire di un marchio che è garanzia di qualità, riconoscibilità e salubrità, e al giorno d’oggi non è poco. Questo ovviamente ha anche dei risvolti economici positivi per l’allevatore”.

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