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“De Andrè popolare grazie alla Pfm”

Patrick Djivas, storico bassista della Premiata Forneria Marconi, racconta i retroscena della collaborazione di 40 anni fa e svela i contenuti di un tour già tutto esaurito, che venerdì 15 arriva al ‘Giovanni da Udine’

“De Andrè popolare grazie alla Pfm”

Esagerando, ma non troppo, si può dire che per la storia della musica italiana è stato l’equivalente dell’invenzione della stampa. Nel gennaio 1979, la Premiata Forneria Marconi, allora la più importante rock (o prog) band nazionale, accompagnò Fabrizio De André in un tour che toccò anche la regione: il Carnera di Udine il 10 gennaio, poi Trieste.
A 40 anni da quell’evento, testimoniato da un album (anzi, due) campione di vendite, la Pfm ha deciso di ricordare l’amico scomparso 20 anni fa riportando in giro quel progetto con un tour sold out fino a maggio. Venerdì 15 al Giovanni da Udine (e il 13 maggio a Trieste), Franz Di Cioccio, Patrick Djivas e il resto di una formazione ‘allargata’ che vede il rientro del fondatore Flavio Premoli proporranno ‘Pfm canta De André 40th  anniversary tour’: l’appuntamento più importante dell’anno.  
“E’ stato un momento unico e improbabile per l’epoca – ci ha raccontato Patrick Djivas, dal 1973 bassista e colonna portante della band, oltre che autore della sigla del Tg5! - C’era una distanza enorme tra un cantautore e un gruppo rock: era una bestemmia farli incontrare. Noi, come prog band, non avremmo dovuto metterci a servizio degli odiati cantautori e a Fabrizio dicevano che era una follia e lo ostacolavano in tutti i modi. Ha vinto la musica: avevamo capito subito che sarebbe uscito un gran lavoro. Lui, che era anarchico, fece esattamente il contrario di quello che gli dicevano…”.

Quando vi siete resi conto di aver scritto la storia con un pugno di canzoni riarrangiate?
 “Fabrizio ha capito solo all’ultimo quello che facevamo. Sul palco riusciva ad ascoltare solo la sua voce e chitarra. In sala di registrazione, quando ha sentito i nastri de La canzone di Marinella, è sbiancato. Se n’è andato, lui tanto pignolo, e ha detto ‘chiamatemi quando avete finito che voglio godermi la sorpresa’. Aveva capito che poteva diventare il più importante in Italia grazie alla sua arte”.

A chi è servita di più la collaborazione? Al cantautore arrivato al grande pubblico o ai rockettari?
“Agli italiani: avevano bisogno di un artista popolare del calibro di Fabrizio, ma con la sua preparazione intellettuale. Era famoso, ma non quanto dopo il tour. Il suo ruolo come artista era farti vedere le cose in modo diverso, il nostro è stato di rendere i pezzi e l’album molto vari negli arrangiamenti. Diciamola tutta: è un disco della Madonna, che trovi in tutte le case, come i Beatles. Fa parte di quei capolavori che hanno il pregio di non soffrire il tempo. Fra 20-30-50 anni sarà ancora importante”.

Come riprenderete in mano quel materiale senza Fabrizio?
“Abbiamo diviso il concerto in 3 parti, molto teatrali. La prima è simile al tour del 1979, quasi con lo stesso ordine dell’album, la seconda sarà una nuova versione della ‘Buona novella’, il nostro regalo celeste per i 70 anni di Fabrizio, l’ultima più spumeggiante con qualche sorpresa che lascerà a bocca aperta”.

La Pfm ha una storia incredibile: cosa vi porta ancora ad andare avanti, nonostante tanti cambi di formazione?
“Non abbiamo mai corso il rischio di diventare una tribute band di noi stessi. Quando i musicisti storici lasciano il gruppo, una parte di fan e/o detrattori dice ‘è finita’, ma non è così. Siamo un’entità di persone che hanno sempre cercato di fare il meglio, senza un vero leader. Questa è la nostra forza: siamo pieni di esperienze, non ci fa paura niente, abbiamo imparato a cercare il bello dentro a ogni musica e per questo abbiamo fatto sempre dischi diversi uno dall’altro, senza accontentarci mai”.

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