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Luoghi inediti: piccole grandi bellezze da riscoprire

Il Friuli è un libro per lo più inesplorato, capace di custodire sorprese ignote anche a chi ci è nato

Luoghi inediti: piccole grandi bellezze da riscoprire

Ebbene venga Maggio, si cantava nel Medioevo. E’ vero che erano maggi ben più odorosi del presente. Ma anche di questi tempi freddi e piovosi, alla faccia del cielo imbronciato e dispettoso, si sente nell’aria qualcosa che ci rende più leggeri e ci spinge volentieri alla viandanza, alla ricerca di quelle piccole schegge di meraviglia di cui la nostra Patria friulana è generosa dispensatrice. Non occorre aspettare Illegio, che ogni anno viene benedetto da provvidenziali ed ecumeniche vagonate di danari per raccogliere a tema, in un sol luogo, il meglio che il genio umano ha disseminato nel Mondo: operazione che ho sempre trovato eccessiva, bulimica, sciupona. Sono infatti convinto che la bellezza vada degustata sul posto, e che i suoi assaggi, sbocconcellati qua e là, siano di gran lunga preferibili alle grandi abbuffate che - per quanto sontuose e raffinatissime - lasciano sempre un certo qual retrogusto sgradevole di volgare esibizionismo.

Non servono assicurazioni internazionali né tantomeno fidi bancari per raggiungere Gorto in una domenica di quasi sole, contemplando nel silenzio il profilo austero della sua pieve e ricordando nel sussurro del vento la voce di pre Cjargnel, compianto profeta e poeta, che benediceva il mattino con i melismi della liturgia aquileiese. Mi commuove ancora la trifora in pietra che dà sulla piazza di Venzone, specialmente quando è animata dalle corse a perdifiato dei bambini. E mi basta il riverbero del tramonto in laguna per lasciare che l’anima anneghi in una vaghezza fatta di brume e dolcissime malinconie.

Il Friuli è un libro per lo più inesplorato, capace di custodire sorprese ignote anche a chi ci è nato. Mi è capitato di dover raggiungere - a fatica per un sentiero silvestre - le mura dirute del castello di Cucagna, sopra Faedis, assieme a un gruppo folle di amici. Volevamo raccontarci delle storie aspettando che la notte calasse, alla luce delle candele. Il gioco delle ombre sulla pietra antica, le voci del bosco che ci abbracciava, il contrasto tra le tenebre esteriori e la danza delle nostre iridi che cercavano guizzi di umana bellezza nelle iridi degli altri è stata una delle emozioni più intense della mia vita. Quando poi qualcuno ha intonato nel buio il compianto per il Signore di quel castello, composto nel 1270 in lingua occitana, ho avuto ben chiara la certezza che la meraviglia è un fruscio lieve, il respiro della terra, l’anima dei luoghi. Peccato lasciarla andare via, senza nemmeno accorgersi che è passata.

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