Irriverenti, geniali, tecnicamente mostruosi, postmoderni, demenziali… Sono alcune delle definizioni applicate a Elio e le Storie Tese, l’unico caso in Italia di band di culto con un seguito da grande pubblico, che può vantare la composizione di un inno calcistico (dell’Inter), collaborazioni eclettiche (dai Chieftains a Riccardo Fogli!), la partecipazione a un film a luci rosse (“un’atmosfera stranissima”, giurano) e persino una vittoria a Sanremo (modificata, dicono i maligni, in un onorevole secondo posto dagli stessi organizzatori del festival).
Per festeggiare il primo ventennio in musica, il “simpatico complessino” ha deciso di andare oltre, pubblicando “Gattini”, il “greatest hits” che l’industria discografica esige, ma con i loro brani più famosi suonati da un’intera orchestra. Il tour conseguente arriverà mercoledì 27 al Giovanni da Udine con più di qualche sorpresa, come ci ha confermato Stefano Belisari, in arte Elio.
“Intanto diciamo che l’orchestra in tour non c’è: per scelta artistica, ma anche per motivi economici”.
E noi che eravamo pronti a scrivere che Elio e le Storie Tese hanno gettato la maschera e sono diventati il gruppo di rock progressivo che hanno sempre sognato di essere…
“Un disco con l’orchestra, come i grandi gruppi prog anni ’70, è sempre stato il mio sogno. Ma a parte che non apparteniamo a nessun genere, la realtà è più naif: da provincialotti quali siamo, abbiamo pensato di celebrare i nostri primi 20 anni con il vestito della festa, cioè l’orchestra. E il risultato è stato bellissimo”.
Vi è mai pesato il fatto di non essere sempre presi sul serio? Alla fine, gli Elii sono quelli che “fanno ridere”…
“Far ridere è una bella cosa, ma c’è modo e modo. A noi piace questo, come a Frank Zappa: anche lui faceva ridere con la musica, ma era tutt’altro che un simpaticone. Pure noi ci riteniamo tutt’altro che simpaticoni...”.
A vedervi alla tv sembra il contrario: quanto è stato importante il piccolo schermo per la vostra carriera, dai tempi di “Banane” fino al “Dopofestival” e a “Parla con me”?
“La Tv è importante nella misura in cui è fondamentale per l’uomo occidentale medio. Se un artista non ci va, non esiste. Anzi: tutti ci devono andare, perché esiste solo quello che accade lì. Poi in tv c’è la fiera degli obbrobri: tutto materiale preziosissimo per noi. Ci siamo andati anche per toglierci degli sfizi, e per ora l’unico che ce l’ha fatta fare è Pippo Baudo, il che è tutto dire…”.
Non dirmi che andreste anche a X Factor o un reality. Va bene che le parrucche colorate non vi mancano…
“Io X Factor lo farei, perché non puoi solo criticare. Tutto quello che c’entra con la musica ci appartiene, e dico di più: lo potremmo fare meglio degli altri”.
Torniamo al presente: chi sono i “Bellimbusti” che danno il nome al tour?
“Il giovanotto medio attuale, che nasconde l’inferno interiore dietro una grande attenzione per l’aspetto estetico. Oggi il ‘giovanotto’ è trentenne, mentre 40-50 anni fa sarebbe stato un uomo fatto”.
Cosa dobbiamo aspettarci in concerto?
“Guarda: siccome il nostro difetto riconosciuto è di andare troppo veloci, vorremmo far ascoltare con calma certe cose che meritano più attenzione. Suoneremo cose che piacciono a noi, ma non a tutto il pubblico, compresi i pezzi di album giudicati brutti, ma che per noi sono i migliori”.
In ogni vostro album c’è un ospite speciale: nessuno vi ha mai detto di no?
“Certo: in ‘Servi della gleba’ avevano preso un pezzetto di De Gregori e gli avevamo chiesto l’autorizzazione. Non ce la dette: forse non ci conosceva”.
Chi invece dovrebbe farvi un monumento sono i Litfiba: alla fine, come chiedevate, sono tornati insieme!
“Siamo sinceramente contenti, perché la magia del gruppo è una cosa irripetibile, anche se in Italia spesso si pensa agli interessi personali”.






















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