04.01.2010 10:08

"Ecco chi mi ha ignorato"

Carlo Sgorlon, in un’intervista rilasciata un anno fa, parla di sé e dell’indifferenza riservatagli dall’intellighenzia di "sinistra"

Carlo sgorlon -

Riproponiamo l'intervista rilasciata dallo scrittore Carlo Sgorlon, morto la sera di Natale a Udine, un anno fa al nostro giornale.

Si è sempre tenuto lontano dalle polemiche, sia per indole personale, sia per la sua stessa letteratura, per definizione “antistorica” e più imperniata su temi universali che contingenti. Ma stavolta Carlo Sgorlon, la polemica, se non l’ha cercata, l’ha cavalcata, non sottraendosi alla querelle suscitata da qualche sua affermazione pubblicata nella sua più recente opera, l’autobiografia “La penna d’oro”.

Per fare chiarezza tra i vari botta e risposta, le accuse di ostracismo da parte delle consorterie culturali progressiste mosse dallo scrittore friulano e le piccate repliche che fanno riferimento a un “grigio ron ron letterario” che costituirebbe la sua pagina, abbiamo sentito Sgorlon proprio sul suo ultimo lavoro e sul polverone che ne ha accompagna orto l’uscita in libreria.

-Partiamo dall’inizio: come è nata l’idea di scrivere un’autobiografia, così lontana dal suo immaginario fantastico e mitologico?
“L’idea era semplicemente fornire notizie biografiche a un collega siciliano che stava scrivendo  su di me. Poi la scrittura mi ha preso la mano e ho deciso di raccontare tutta la mia storia. Ho pensato che fosse un libro adatto agli studenti e a chi  vuole avere notizie su di me e sulla mia attività di scrittore”.

-Se lo aspettava il vespaio che il libro ha suscitato?
“Non l’ho certo scritto per questo! Amo la verità: mi sono limitato a raccontare dei fatti che dimostrano una certa indifferenza e un atteggiamento di sufficienza nei miei confronti. Si delinea così una situazione di fondo che c’è nel mondo culturale italiano, spaccato tra sinistra progressista e cattolicesimo liberale”.

-Lei si sente escluso?
“Pur avendo ricevuto la considerazione di molti intellettuali, come Piero Chiara, Geno Pampaloni ed Enrico Falqui, l’intellighenzia di sinistra mi ha ignorato”.

-Anche nella nostra regione?
“Soprattutto nella nostra regione. Ma direi nel Nord-est in generale. In qualità di corsivista e critico, mi sono trovato spesso a parlare di Tomizza, Zanzotto, Magris, Rigoni Stern, Camon, scrittori che sentivo affini se non altro per prossimità geografica e quindi per substrato culturale. In cambio loro mi hanno ignorato completamente. A parole proclamavano la loro stima e la loro amicizia nei miei confronti, che non si è mai, assolutamente mai, concretizzata in una riga spesa per commentare un mio libro”.

-Prova del risentimento?
“Alla mia età posso permettermi di non provarlo. Però mi dispiace non essere considerato il rappresentante letterario del Friuli, com’è invece Pasolini”.

-Lei stesso afferma che “un abisso di cultura e mentalità” vi divideva.
“È vero. È per questo che io contesto il fatto che Pasolini rappresenti il Friuli. In poesia, certo, ha dato una svolta assoluta all ‘uso della marilenghe, ma il suo inconscio collettivo non è mai stato friulano, quanto di più ampio respiro. Il Friuli sento di rappresentarlo molto di più io nei miei libri”.

-E i friulani?
“I friulani sono un popolo strano: sono molto concreti e guardano con diffidenza a chi racconta storie inventate. Ma l’affetto delle persone ‘comuni’ l’ho sempre sentito”.

Valentina Viviani

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