Il mio viaggio iniziò là dove Diaz nel 1488 doppiò il capo con le sue esili barche, là dove due enormi masse d’acqua s’incontrano, s’incrociano, si scambiano colori, pesci, animali marini: sono l’Oceano Atlantico e l’Oceano Indiano, acque fredde e acque calde si fondono creando forti correnti.
È il Capo di Buona Speranza dove gli aghi delle bussole impazziscono per un campo magnetico che si crea, e spesso le navi oggi come nel passato fanno naufragio. Un fortissimo vento soffiava lungo la scogliera sul Capo di Buona Speranza rendendo difficili i movimenti, ma non impedendo di ammirare i due Oceani nel loro scontrarsi frastornante nel rumore, e schizzi bianchi schiumosi di acqua salata salivano sugli scogli. Intorno al promontorio molte spiagge infinite erano frequentate da pochi bagnanti: anche lì le onde erano alte e lunghe, mi dicevano che c’era la presenza degli squali, e si notavono molte alghe dalle lunghe foglie che rendevano difficile l’entrata nelle acque piuttosto fredde nonostante il clima decisamente piacevole, secco e ventilato.
Cape Town, la città più turistica del Sud Africa, mi è apparsa come una delle tante città già viste, con grattacieli, zone di negozi, grandi centri mercato, un centro storico dagli edifici con caratteristiche architettoniche olandesi o altri Vittoriani e moltissimi giardini. Famoso è il Waterfront, luogo di divertimento, svago, shopping, zona sicura dalla microcriminalità.
Un monte, la cui sommità è piatta come una tavola, la Table Montain, fa da sfondo a questa città posizionata tra oceani, pianure, scogliere, campagne fertili dove la coltivazione della vite produce vini eccellenti e pregiati: la Vinelands. Nei dintorni tra il Capo di Buona Speranza e Cape Town, una stupefacente colonia di pinguini africani, piccoli di stazza, rumorosi, sempre in movimento, curiosi e simpatici è meta di numerose visite: ero stata avvertita di non toccarli, di non disturbarli, di non dare loro da magiare. Mi auguro che queste regole siano sempre rispettate. Anche dove la civiltà si è sostituita alla natura selvaggia di quei luoghi, gli animali anche feroci continuano a vivere e possono comparire all’improvviso a caccia di cibo lungo le coste: non è successo mai quando mi trovavo in quella zona.
In questi luoghi cosparsi di villaggi turistici, alberghi lussuosi, in questa Africa Nuova, ho ripensato alla storia passata, quella di Mandela, dell’Apartheid, dei bianchi, dei neri, dello schiavismo, ma non tutto è ancora risolto. Sulla strada da Cape Town a Port Elizabeth ci sono grandi allevamenti di struzzi spesso usati per divertire i turisti e per essere da questi cavalcati; ma le loro piume, nel passato, hanno abbellito i capellini delle signore e oggi molto pregiata è la loro carne. La Garden Route è la strada giardino punteggiata da vallate, boschi, fiumi, alte scogliere e c’è sempre l’Oceano.
Ho attraversato un ponte sospeso tra due alte scogliere mentre onde spumeggianti si schiantavano sotto di me: che emozione! Il mio viaggio sulla strada costiera è terminato a Port Elisabeth. Ricordo la splendida natura esuberante in tutti i suoi aspetti e meno entusiasmanti sono state le città come George Town e la stessa Port Elisabeth; meravigliosi i parchi nazionali lungo la Garden Route. Una serie numerosissima di animali di terra, di mare, di cielo, non è stata espropriata completamente da un mondo pseudo inglese che ha cercato di trasformare questi luoghi in un fax simile a quelli della cultura anglosassone, ma certamente quella non era “Africa profonda”. Un volo mi portò a Johannesburg, una metropoli sterminata, prosperosa per il commercio dei diamanti e dell’oro, ma, siccome non è tutto oro ciò che luccica, mi sono resa conto della contrastante realtà nella quale convivono problematiche sociali causate da un’interazione difficile tra bianchi e neri, e la criminalità è diffusissima. Non è una città visitabile da soli e a piedi.
Dalla città sono partita in pullman per un lungo percorso che attraversa la regione di Mpumalanga, che si estende fino a quasi il Mozambico. Sulla strada c’erano cartelli sui quali si leggeva “Crime, don’t stop”; l’autista era armato e non si è fermato mai in dieci, dodici ore di viaggio. Nel bungalow che mi ospitò per alcune sere nel bel mezzo del Kruger Park, mi ritrovai nell’Africa, quella vera e spesso immaginata in un inconscio collettivo che ci fa pensare all’istinto libero. Era Natale. Durante le notti buie, non c’era la luce se non quella del villaggio, ma fioca e rada, udivo i versi di animali della savana selvaggi e indisturbati nel loro habitat: ruggiti, barriti, latrati, suoni…, e la compagnia sopra il mio letto di un grosso Geco, completava il mio stare in quel luogo favoloso che riportava la mia mente all’immagine di un vissuto antico e, sotto certi aspetti, più vero.
All’alba con una Jeep guidata da un Ranger armato, esploravamo la Savana: ho avvistato più animali liberi e meravigliosi in quei giorni di quanti ne ho potuto vedere nei documentari televisivi. Il leone però mi sembrò davvero il Re della Foresta; ne ho avvistati diversi: le leonesse sdraiate all’ombra dei bassi alberi vicino ai cuccioli gioiosi, con l’aria di coloro che non vogliono essere disturbate, e il maschio che regalava l’esibizione della sua regalità muovendosi con lentezza e indifferenza e poi scuotendo la criniera folta e meravigliosa ripetutamente, fiero del suo simbolo di superiorità assoluta.
Tra colline, alberi, fiumi che disegnano valli ricoperte da vegetazione, boscaglie, praterie, ho compreso il significato di “mal d’Africa”: sotto una coperta di stelle, le più luminose che avessi mai visto, respiravo l’aria di quella che doveva essere la terra antica, e mi sembrava di non poterne più fare a meno.
Fulvia Badini
fulvia.badini@dibartolomei.com



























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