Dopo alcuni decenni sono ritornata a Londra. Era ottobre appena iniziato, ma l’aria era molto fresca sebbene ci fosse un sole splendente. Londra mi apparve diversa dalla mia prima visita, più luminosa, più colorata, meno austera.
Naturalmente dopo pochi giorni si ripresentò il solito grigiore: Grigio Londra. Comunque i londinesi mi sono sembrati più sorridenti e accoglienti mostrando un’inaspettata disponibilità nell’accogliere lo straniero, il turista, dando indicazioni, rispondendo ai quesiti, informando. Quali cambiamenti sociali abbiano portato l’impenetrabile londinese a disporsi positivamente nei confronti dei continentali non è cosa di facile valutazione; ritengo che lo scorrere del tempo, i ricambi generazionali, i problemi comuni dell’area europea e oltre, una maggiore conoscenza di usi e costumi non britannici, possano aver contribuito a un parziale ridimensionamento della freddezza isolana nei confronti dell’altro in generale.
Londra è sempre stata nei miei ricordi una città organizzatissima e quasi perfetta nella regolazione del traffico, nel rispetto degli orari dei mezzi urbani, nella manutenzione dei monumenti classici e famosi in tutto il mondo. L’ho ritrovata così nel suo rigoroso tradizionalismo un po’ ammuffito ma certamente rassicurante, nel suo muoversi ora lento ora frenetico, ma senza scossoni, nel suo dignitoso essere una città cosmopolita.
E riecco i telephone boxes, cabine telefoniche storiche, rosse, il taxi berlina nero, di altri tempi, un po’ scomodo, ma molto usato a Londra (alcuni sono stati colorati in maniera molto creativa, i double decker buses autobus rossi a due piani efficienti e precisi come l’underground (The Tube), che uniscono la città dal Murblearch, a Oxford Street, al Big Ben… Il Tamigi era un po’ inquieto e scuro: con un battello ho potuto percorrerlo per un tratto ammirando la città dal fiume che ha dato la vita a questo luogo fino dal tempo dei tempi.
Alcune costruzioni modernissime divenute famose per la loro forma, per esempio il 30 St Mary Axe (The Gherkin), si stagliavano nel cielo grigio uscendo in altezza al di sopra dei tetti, creando uno strano contrasto tra la tradizionalità architettonica delle case e l’avveniristico aspetto di questi palazzoni di vetro colorato. Questi non c’erano la prima volta che ho visitato Londra.
Nei suoi pubs storici tutto si è svolto come sempre, un modo di essere che appartiene al DNA dei londinesi, i quali vivono nella serietà di una mega città austera, ma che guarda al passato così come al futuro. Londra può essere indifferente a tutto ma, ti può meravigliare e fari stare veramente bene.
A circa un’ora e mezza dalla capitale c’è Stonehenge. È un sito preistorico risalente a 3050 AC con ampliamenti e rivisitazioni tra il 2600 e il 1500 AC. Sono pietre circolarmente conficcate nel terreno su una collina in mezzo ai prati verdi, con alcune architravi e questo è tutto ciò che rimane di un luogo abitato molto più esteso in cui un antico popolo preistorico scelse di vivere.
Cosa rappresenti questo sito è ancora incerto: poteva essere un luogo di culto del Dio Sole, un luogo di sacrifici e di rituali, un tempio dove i sacerdoti celti, i Druidi, invocavano spiriti benigni danzando, accendendo fuochi propiziatori e dalla direzione delle fiamme traevano gli auspici per il futuro. Poteva anche avere la funzione di grande calendario in base alla luce del sole e delle fasi lunari. Qualunque fosse la sua funzione, esso trasmette la sacralità di un luogo inviolabile, la forza delle pietre, il rispetto della storia antica e dei suoi popoli, l’ammirazione per le loro conoscenze e le loro credenze. Riti, tradizioni, studio, tutto c’è in Stonehenge spazio silenzioso circondato dal nulla, le pietre scure a testimonianza che lì la vita c’era; e la mente si è persa nella favola del tempo antico, sognando.
Fulvia Badini
fulvia.badini@dibartolomei.com

























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