La crisi, nonostante le timide aspettative dei più ottimisti preannunciate alla fine dello scorso anno, non sembra ancora superata. Secondo la periodica indagine semestrale condotta dall’Associazione Piccole e Medie Industrie di Udine, in collaborazione con Confapi, su un campione di 217 imprese della provincia - analisi che va ad affiancarsi a quella congiunturale di cadenza trimestrale - rivela nell’andamento del 2° semestre del 2009 una situazione di stagnazione, confermata nelle previsioni di chiusura del 1° semestre del 2010.
Il 47% degli intervistati accusa una produzione invariata rispetto al semestre precedente, mentre appena il 10% segnala una crescita dei livelli produttivi; anche il fatturato ha seguito un analogo andamento. Se poi si considera la previsione di chiusura del semestre in corso, le imprese non intravedono aspettative di miglioramento: il 51% degli intervistati segnala infatti una stabilità, il 35% un’ulteriore diminuzione e solo il 14% presagisce una crescita. Il dato prevalente della stabilità, comunque, non può essere interpretato in maniera rassicurante, in quanto si assesta sui livelli assai bassi della fine del 2008; non conforta quindi sulle possibilità di recupero per l’immediato futuro.
Un segno di sfiducia lo si coglie anche nella propensione ad investire: il 53% degli intervistati non ha eseguito investimenti nella seconda metà del 2009, percentuale che nelle aspettative della prima metà del 2010 sale al 57%. Diminuisce dunque, in prospettiva, la capacità di crescita competitiva del sistema. Negativi anche i risultati economici (variazione dell’utile lordo) fra i due semestri del 2009: in peggioramento per il 60% delle rilevazioni, stabilità per il 34% e crescita per il 6%.
Fortunatamente la crisi non ha ancora un riflesso proporzionato sull’occupazione. Infatti solo l’1,9% delle imprese ha registrato, fra il 30 giugno e il 31 dicembre 2009, una diminuzione dell’occupazione (scesa, per il campione considerato, da 4.672 a 4.599 addetti); nell’arco dello stesso periodo il 31% ha fatto ricorso alla cassa integrazione, 7% in più rispetto al 1° semestre 2009. Le attività cessate, o in corso di cessazione, pari all’1%, sono ancora molto contenute fra gli intervistati; le tollerabili conseguenze sull’occupazione derivano soprattutto dall’alto grado di flessibilità che la piccola e media impresa friulana gode grazie al suo connaturato sottodimensionamento; ciò sta consentendo di assorbire discretamente bene i contraccolpi delle attuali difficoltà e di accogliere con efficacia gli ammortizzatori sociali.
Quanto ai fattori della crisi, essi appaiono provenire soprattutto dal mercato. Sono gli ordinativi a diminuire o rimanere invariati, più o meno nelle stesse percentuali di produzione e fatturato, mentre sul versante della finanza trovano conferma le precedenti rilevazioni: il 32% delle imprese lamenta un peggioramento dei rapporti con il sistema bancario, il 67% non denota variazioni, con un 1% che evidenzia invece un miglioramento. Resta sempre alto il ricorso al sistema del credito per sopperire al proprio fabbisogno finanziario, anche se si rileva un certo spostamento dal debito a breve (75%) al debito a medio/lungo termine (85%). Cresce, ma di poco, il ricorso all’autofinanziamento (solo un 8% di crescita).
Le tendenze evidenziate nell’indagine condotta dall’API trovano parziale conferma nelle prioritarie difficoltà incontrate dagli intervistati nel 2° semestre del 2009: al primo posto, con il 25% delle risposte, si colloca la riscossione dei crediti, seguono gli oneri legislativi e burocratici (22%), gli sbocchi su nuovi mercati (16%), il costo del lavoro (13%). Solo il 3% teme la contrazione del mercato, e nutre una discreta fiducia sulle possibilità di recupero degli ordinativi in calo.
Dunque la crisi non sembra ancora essere superata. La piccola e media impresa friulana dimostra ancora capacità di tenuta, ma non è dato conoscere quanto questa possa mantenersi nel tempo. Affiorano anche alcuni fattori negativi di natura più schiettamente strutturale, come una debole patrimonializzazione delle imprese, la rigidità del sistema bancario, e un apparato normativo e amministrativo avvertito come un elemento di freno e non di supporto allo sviluppo.
9 marzo 2010, 12.23























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