L'assessore alla Salute Vladimir Kosic ha illustrato le integrazioni al Piano sociosanitario per il triennio 2010-2012 in III Commissione consiliare.
Il nuovo piano
Il piano prevede un richiamo al ruolo dei medici di famiglia, per realizzare il passaggio da una medicina di attesa a una di iniziativa. Un'evoluzione che deve portare a tipologie organizzative diverse, introdurre nuovi modelli associativi obbligatori (aggregazione funzionale, unità complessa di cure primarie, equipe territoriale) e facoltativi (ad esempio fra i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta).
Dovranno essere innovative anche le modalità di coordinamento con le strutture distrettuali, per conseguire l'integrazione tra medici di famiglia e pediatri, tra territorio e ospedale.
La seconda integrazione riguarda le funzioni coordinate delle Aziende ospedaliere: un assetto organizzativo e di erogazioni che dovrà essere definito obbligatoriamente d'intesa tra le Aziende di area vasta e i privati accreditati e comunque con la cabina di regia della direzione centrale della Salute. In mancanza di un accordo, la scelta finale spetterà alla Regione (sentite le Aziende interessate).
Tolmezzo e Gemona
Una nota ha riguardato anche l'ospedale di Tolmezzo: “va perseguita - ha sottolineato Kosic - la continuità dell'integrazione dell'offerta sanitaria nell'ambito del polo unico Tolmezzo-Gemona. E un'altra anche sull'area vasta pordenonese: dal primo gennaio 2011, sulla base di uno studio di fattibilità predisposto dall'Azienda ospedaliera e da quella sanitaria con il coordinamento della Regione, e dopo aver sentito la Conferenza dei sindaci, le funzioni dei nosocomi ex articolo 21 della provincia di Pordenone (quindi Maniago e Sacile) faranno capo all'Azienda ospedaliera di Pordenone, ma manterranno inalterate le attività previste dai vigenti atti di programmazione regionale”.
Burlo e Cro
“Non c'è alcuna volontà di intervenire sulle funzioni né del Burlo di Trieste né del CRO di Aviano - ha chiarito Kosic -. Per gli IRCCS non c'è alcun problema, nessuna preoccupazione. Tipologie e numeri delle strutture saranno definiti successivamente all'approvazione del Piano”.
Commentando in generale il Piano sociosanitario, l'assessore ha richiamato la necessità di intervenire per rendere coerente la domanda con l'offerta. “Mai prima d'ora su un Piano si è tanto discusso e ci si è tanto confrontati - ha concluso Kosic - abbiamo colto le integrazioni coerenti che ci sono state suggerite, abbiamo risposto alle sollecitazioni di esplicitare meglio questo Piano. Dobbiamo puntare all'equità e al superamento della disomogeneità territoriale, non possiamo lasciare le cose così come sono”.
Zone disagiate
"Il piano sanitario 2010-2012 ha tenuto conto della situazione esistente nell'area socioeconomica più disagiata della Regione che è l'area montana friulana. Ecco perché, tra le sedi ospedaliere, Tolmezzo non può essere discostata da Gemona in una programmazione sociosanitaria che si rispetti e che salvaguardi anche i territori più emarginati della regione".
Ad affermarlo i consiglieri regionali del Pdl Paolo Ciani, Franco Baritussio e Luigi Cacitti in merito al Piano sanitario. Ciani ha presentato tre emendamenti che prevedono la continuità, anche per pazienti acuti, dell'offerta sanitaria come unico polo con l'ospedale di Tolmezzo.
"Oggi l'azienda territoriale n. 3 Alto Friuli - rilevano Ciani, Baritussio e Cacitti - si basa su due strutture ospedaliere come Tolmezzo e Gemona che devono trovare nel Piano una dimensione da sanità montana come prevedono le direttive europee, nonché punto di attrazione come già avviene anche per altri territori della provincia e della regione".
"In questo contesto è indispensabile che l'ospedale di Gemona, oltre a svolgere le funzioni attuali, comprese quelle universitarie, debba vedere potenziato il day ospital, day surgery, day service e dovrà anche fornire risposte alle post-acuzie, una necessità impellente non solo nell'area montana, ma in tutta la regione e non certo un ospizio come pretestuosamente dichiara il sindaco di Gemona".
"Ecco perché - concludono Ciani, Baritussio e Cacitti - tra le sedi ospedaliere, Tolmezzo non può essere discostato da Gemona in una programmazione sociosanitaria che si rispetti e che salvaguardi anche i territori più emarginati della regione".
I dubbi dell'ordine
No a razionamenti, no a precarizzazioni della professione, no all'assalto contro la sanità pubblica. In questi tre no si sintetizza il pensiero dell'Ordine dei Medici di Udine che legge criticamente il piano sanitario regionale la cui impostazione complessiva porta ad un solo, infausto, esito: “penalizzare chiaramente la sanità pubblica sul territorio provinciale” dichiara il presidente Luigi Conte.
L'Ordine esprime grande preoccupazione perché “si vuole procedere di fatto alla chiusura di servizi e funzioni legandone in alternativa la sopravvivenza alla soddisfazione di una serie di parametri economici che sono difficili da ottenere tutti insieme e che saranno a cascata riversati sui direttori di strutture e su tutti i professionisti e sui cittadini”.
E' per questo che l'organo ausiliario dello Stato si schiera in prima linea: “Comprendiamo e condividiamo il grido di allarme per il tentativo di precarizzazione della sanità del nostro territorio provinciale che proviene da rappresentanti istituzionali locali, forze politiche, associazioni e sindacati medici, dai colleghi e dai cittadini”.
Livelli assistenziali a rischio - Pur senza entrare nel merito delle evidenti ricadute in termini di riduzione di servizi di alcune scelte di politica sanitaria, Conte mette in luce le contraddizioni intrinseche al piano, fra dichiarazioni di principio e fatti concreti: “A ben poco servono le presunte rassicurazioni dei nostri consiglieri regionali visto che nelle carte ufficiali è scritto diversamente”. Se nel piano si trovano riferimenti condivisibili a principi di efficienza del sistema, equità di allocazione delle risorse, eguaglianza nell’accesso al diritto alla tutela della salute, in esso si avanzano anche soluzioni – osserva Conte – che “invece di razionalizzazione sembrano assumere le sembianze di un vero e proprio razionamento ai danni della sanità pubblica”.
I quesiti che si pone l'Ordine sono molteplici: il primo è cercare di capire come “sia possibile mantenere gli attuali livelli assistenziali garantendo maggiore qualità con una evidente riduzione delle risorse disponibili o con un impercettibile 2 per cento di incremento. E già molti Direttori Generali stanno procedendo a programmare tagli ai budget delle singole strutture operative e servizi".
Conseguenze pericolose - La razionalizzazione proposta dal piano significa chiudere strutture ed eliminare funzioni, tagliare prestazioni, mentre i vincoli della Finanziaria bloccano di fatto il turn-over del personale sanitario già in sofferenza al 40%, riducendo ulteriormente gli organici già ridotti all’osso. “Chi può seriamente pensare di mantenere numero e qualità delle prestazioni sanitarie in questo modo? Dov’è la coerenza con il tentativo di ridurre le liste di attesa?”, si domanda ancora l'Ordine.
“Per non parlare dei professionisti della salute che, già stremati da precedenti operazioni di “razionalizzazione”, in trincea giorno per giorno, saranno ancor più posti sotto accusa per eventi avversi e per le liste di attesa, di cui non recano colpa”.
E com'è possibile precarizzare l’attività professionale “per conseguire risparmi ed economie che dovrebbero servire per la gestione e prevenzione del rischio clinico, per l’accreditamento, per la formazione del personale? A meno che – ipotizza il presidente Conte - “non si intenda appaltare e sub-appaltare ad altri le prestazioni assistenziali”. Tutto questo “è irrispettoso per una categoria ed una professione che ha fatto della disponibilità e della dedizione la sua bandiera”.
No ai tagli - Un conto è accentrare fattori gestionali caratteristici in una dimensione necessariamente sovraziendale connessa ad un ridisegno dell’ integrazione a livello territoriale”, un altro è tramutare questa dichiarazione di principi sottoscrivibili in un “paravento per il taglio indiscriminato di strutture e funzioni con alti gradi di produttività, efficienza e gradimento presso i cittadini”. Se “l’assistenza ospedaliera presenta ancora oggi costi di gestione ben superiori agli standard, pur in presenza di un tasso di ospedalizzazione e di una dotazione di posti letto sostanzialmente in linea con gli standard nazionali” la colpa è della vetustà delle strutture e dell’arretratezza organizzativa anche dal punto di vista informatico: “Non è sicuramente con i tagli che si risolve il problema, bensì con gli investimenti”.
9 marzo 2010, 17.33
























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