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Dal tubo d’amianto al rubinetto

In regione ci sono ancora centinaia di chilometri di acquedotto in cemento-amianto ritenute sicure se integre, ma cresce l’allarme per la nostra salute in caso di ingestione delle fibre

Dal tubo d’amianto al rubinetto

Microscopiche, presenti ovunque, letali. Nessuno mette più in dubbio il fatto che le fibre di amianto siano tra le peggiori iatture per la salute dell’uomo. In Italia abbiamo bandito questo minerale nel 1992, ma dalle coperture di eternit ai tubi in cemento-amianto usati negli acquedotti, l’asbesto è presente ovunque e in quantità enormi.
La percezione della pericolosità dei materiali contenenti asbesto, tuttavia,  varia a seconda che si parli di manufatti esposti all’aria o di condutture per l’acqua. In quest’ultimo caso, la maggior parte degli interlocutori ascoltati hanno dato per scontato che non ci siano problemi che non si debba fare dell’inutile allarmismo.
Il dubbio, mentre raccoglievamo pareri e informazioni, tuttavia, è cresciuto riportandoci continuamente con il pensiero a quanto ci ha detto, all’inizio di questa inchiesta, Luigino Francovig, monfalconese con un  trascorso da operaio nei cantieri, che da anni è impegnato nel richiamare l’attenzione delle istituzioni, a suo parere piuttosto distratte, e dell’opinione pubblica sul pericolo rappresentato dalla presenza di questo minerale nei nostri acquedotti: “l’Amianto contamina ogni cosa, dall’aria all’acqua - ci ha detto Francovig -, ma sull’ingestione di fibre pare che nessuno abbia timori, mentre invece dovremmo affrontare seriamente il problema facendo controlli puntuali e avviando quanto prima la sostituzione delle tubature.  Quanto sta emergendo in Emilia Romagna, dopo il sisma nel 2012, dovrebbe spingerci ad alzare la guardia, se non altro perché quando si ha a che fare con l’amianto, la prudenza non è mai troppa”.


Le ragioni per essere prudenti
Dovremmo avere più di qualche ragione per essere prudenti: viviamo in una regione altamente sismica e ci sono ancora centinaia di chilometri di condotte in cemento–amianto.  Poco meno di mille chilometri nel solo caso della rete gestita dal Cafc, circa il 20% dei 4.600 gestiti dal Consorzio, anche se il suo presidente Eddi Gomboso ha confermato che non si rilevano problemi particolari. Nel caso della rete gestita invece da Hydrogea in 20 Comuni del Pordenonese, capoluogo compreso, il presidente Giovanni Dean ci ha spiegato che i tubi in cemento amianto sono circa il 35% del totale, pari a circa 455 chilometri, ma le analisi non evidenziano la presenza di fibre di amianto nell’acqua. I dati richiesti a Irisacqua non sono arrivati, mentre a Trieste Umberto Laureni, assessore comunale all’Ambiente, ha confermato che le condotte sono quasi tutte in ghisa.
Pur con la necessaria premessa che l’amianto contamina l’acqua potabile soltanto in caso di rottura, lesione o corrosione della condotta, causata da particolari caratteristiche di acidità dell’acqua, la nostra impressione è che gli interlocutori ‘istituzionali’ tendano a fornire messaggi rassicuranti partendo dal presupposto che solo l’amianto inalato metta a rischio la nostra salute. Lo ha fatto anche Fernando Della Ricca, presidente della Commissione regionale amianto. A suo parere quando si parla di asbesto nell’acqua potabile, siamo in ritardo, ma poi ci rassicura spiegandoci che “le fibre ingerite non creano problemi a differenza di quanto avviene invece con l’esalazione”.

Pericoloso anche se ingerito
Giovanni Brandi, professore associato del Dipartimento di medicina specialistica, diagnostica e sperimentale, settore oncologia medica dell’Università di Bologna  -  contattato grazie alle indicazioni fornite da Andrea Rossi, dell’Osservatorio nazionale amianto di Carpi, dove il problema è molto avvertito - sfata questa diffusa convinzione: “Nessuno può ormai affermare che l’amianto ingerito sia privo di effetti perché è dimostrato che incide direttamente su alcune neoplasie, sia direttamente sia in associazione ad altri fattori di rischio. Sebbene la patologia più frequente sia il mesotelioma, causato dall’inalazione, un altro tumore certamente correlato alla presenza di amianto nell’organismo è il Colangio-calcinoma che colpisce fegato e vie biliari. E’ dimostrato dunque che l’amianto è cancerogeno e che il nostro organismo non riesce ad eliminare le fibre che dunque si accumulano. Il problema di fondo è che non sappiamo esattamente quale sia la dose minima da non superare. C’è anche un altro problema: le fibre di amianto presenti nell’acqua possono disperdersi nell’aria a causa dell’evaporazione, come avviene quando si cucina o si utilizza acqua calda per la pulizia del corpo. In questo caso l’asbesto pure lo inaliamo”.
La preoccupazione di Francovig non appare a questo punto infondata. Sarebbe dunque auspicabile che si cominci a pensare seriamente, oltre che alla rimozione completa dell’amianto in superficie, anche cosa fare per quello sotto terra, che pure rischia di uscire dai nostri rubinetti.

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