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Giustizia: per i litigi in famiglia? Da tre mesi a un anno

PORDENONE - Parla il presidente vicario del Tribunale: separazioni e divorzi hanno un percorso rapido, per le cause ordinarie si sta sotto i tre anni

Giustizia: per i litigi in famiglia? Da tre mesi a un anno

Il 25 ottobre si è celebrata la giornata della giustizia civile.  A Pordenone, il tribunale ha voluto aprire le porte a 60 studenti delle scuole superiori che hanno potuto toccare con mano i meccanismi della giustizia attraverso le parole di giudici, avvocati, cancellieri e ufficiali giudiziari che li hanno guidati all’interno della struttura. I giovani hanno così potuto capire come funziona la ‘macchina della legge’. A fare da cicerone anche il giudice Gaetano Appierto, presidente vicario del Tribunale di Pordenone, reggente dopo il pensionamento di Francesco Pedoja, in attesa che, a breve, arrivi il nuovo sostituto. A lui abbiamo chiesto qual è la situazione della giustizia civile in città.

Giudice Appierto, quali sono i tempi di una causa civile a Pordenone?
“In questo momento dobbiamo fare delle distinzioni. Per le cause civili ordinarie, che hanno una procedura più complessa e ampia, rimaniamo ancora in modo importante al di sotto dei tre anni, che è il limite europeo per il funzionamento equo del sistema giustizia. Per altre strutture, come ad esempio la famiglia, ma vale anche per il lavoro, due campi affidati a giudici appositi a Pordenone, la specializzazione favorisce lo svolgimento celere della cause. In famiglia ci attestiamo dai tre mesi a un anno di durata della causa media. Ovviamente questi limiti possono essere superati ancora più brillantamene se non si verificano ipotesi di carenza di magistrati”.


E in questo Tribunale com’è la situazione?
“Negli ultimi quattro anni abbiamo avuto cinque magistrati trasferiti in altra sede e il ricambio avviene dopo circa otto mesi o un anno. In questo modo, evidentemente, certi ruoli rimangono indietro e quindi si allungano i tempi”.

Il Tribunale fallimentare di Pordenone è a rischio depotenziamento. Per salvarlo si sono mosse le categorie economiche e professionali del territorio. Qual è il suo parere a riguardo?
“Bisogna fare una premessa. La legge fallimentare è quella che è più cambiata negli ultimi cinque anni. Ogni anno interviene una nuova legge fallimentare o una modifica significativa alla legge stessa. L’orientamento del legislatore è quello di non trattare il fallimento quando il disastro economico si è già verificato, perché un fallimento comporta un effetto domino sull’economia e determina difficoltà, se non ulteriori fallimenti di clienti e fornitori della ditta che è decotta. Perciò è stata introdotta una serie di sistemi per anticipare la gestione della crisi e impedire che si crei un effetto domino di ampliamento. Se dobbiamo parlare di veri e propri fallimenti, a Pordenone sono sopravvenuti l’anno scorso 74 nuovi procedimenti: obiettivamente pochi. Se moltiplichiamo per quattro tribunali della regione, avremmo 300 fallimenti in tutto il Friuli Venezia Giulia, che possono essere trattati da un giudice o due in sede centralizzata”.

E allora dove sta il nodo?
“Il problema è che non abbiamo fallimenti, ma altri tipi di procedure che sono sempre tantissime, prefallimentari e concorsuali o procedimenti che affrontano in modo preventivo la crisi. E questi continuano a essere un numero molto consistente e, a mio parere, richiedono un collegamento con il territorio molto potente per essere percepiti, interpretati e gestiti in modo efficace. Quindi, sotto l’aspetto dei termini il Tribunale fallimentare non avrebbe più senso in sede circondariale, ma sotto l’aspetto della realtà e della funzionalità in ogni Tribunale, almeno di certe dimensioni come il nostro, è essenziale”.

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