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L’insostenibile peso del retributivo

A distanza di 22 anni, il bilancio dell’Inps è messo a dura prova proprio dall’esborso sulle vecchie pensioni

L’insostenibile peso del retributivo

Il passaggio del sistema pensionistico basato sulla retribuzione a quello legato alla contribuzione è avvenuto nel 1995. Eppure, a distanza di 22 anni, il bilancio dell’Inps è messo a dura prova proprio dall’esborso sulle vecchie pensioni, incluse quelle di chi nel 1995 aveva maturato almeno 18 anni di contributi che andato a riposo negli anni successivi ha comunque potuto contare su un calcolo più generoso. Nel 2015 il maggiore esborso per le casse dell’istituto nazionale di previdenza era stato calcolato nell’ordine dei 46 miliardi di euro: la grande maggioranza delle 14 milioni di pensioni di anzianità italiane erano in regime retributivo (12,4 milioni), mentre 1,2 milioni erano pagate con il sistema misto e solo 400mila i con il contributivo puro. Per i trattamenti in vigore la differenza media tra i due sistemi è del 24,6% e sfiora il 30% per le pensioni tra i 1.250 e i 3mila euro.


In parole povere, se le regole imposte alla generazione dei nati dagli Anni ’70 in poi fossero state applicate ai loro predecessori, quelle pensioni sarebbero tagliate in media di un terzo con un risparmio di circa 46 miliardi. Nel frattempo a coprire lo sbilancio ci pensano le risorse dello Stato, ovvero le nostre tasse.


Il 15 settembre gli attuali parlamentari hanno superato la soglia fatidica (4 anni e sei mesi) per avere diritto all’assegno aggiuntivo al compimento del 65° anno d’età. Per i più sfortunati, si fa per dire, si parla di mille euro netti, ma questa è una cifra solo ipotetica perché calcolata sulla retribuzione base e non tiene conto delle indennità aggiuntive che fanno salire rapidamente l’ammontare. Anche per senatori e deputati, nel 2012, c’è stato un drastico ridimensionamento a seguito dell’avvento del principio contributivo, ma l’età per accedere all’assegno cala a 60 anni per chi viene rieletto e svolge un secondo mandato.


Va sicuramente molto meglio alle migliaia di politici, o loro parenti che godono di pensioni strabilianti dell’ordine anche di 10mila euro al mese da sommare eventualmente ad altri trattamenti pensionistici legati ad altri incarichi o attività professionale. Nell’albo dei fortunati ci sono industriali e principi del foro, che di certo non fanno fatica ad arrivare a fine mese. In tutto sono oltre 3.300 i vitalizi attualmente erogati dal Parlamento, ma la schiera si amplia a migliaia di persone su scala nazionale, perché ogni consiglio regionale ha fatto a gara per garantirsi assegni più che generosi.  Ed è proprio da questa pletora di previlegiati che si è registrata la levata di scudi e la difesa più vigorosa non appena qualcuno ha chiesto di rivedere i vitalizi, uno scandalo che con l’equo compenso a chi ha prestato servizio a favore della comunità a poco a che vedere.  


Per loro, nel 2011, è arrivato il tetto dei 240mila euro annui di retribuzione, dopo una serie interminabile di limitare a livelli verosimili i loro stipendi. Poi sono arrivati gli immancabili ricorsi per tentare di salvare i privilegi, rigettati alla fine dalla Corte costituzionale nel maggio di quest’anno.
Con la sentenza la Corte ha infatti respinto al mittente, dichiarandole infondate, una serie di questioni di legittimità costituzionale sul limite retributivo e sul divieto di cumulo retribuzione-pensione presentati dal Tar Lazio a partire dal 2015 sulla base dei ricorsi di 11 magistrati contabili e 9 giudici del Consiglio di Stato. Fatto sta che chi svolge mansioni dirigenziali nel settore pubblico, oltre che pagato molto profumatamente, può contare su un trattamento pensionistico che, pur calcolato ora sul sistema contributivo, è tale da essere solo sognato da un comune mortale. Anche perché di solito i manager godono di premi e liquidazioni da favola.  


In Friuli Venezia Giulia, per lo meno per quanto concerne i dirigenti regionali, le retribuzioni sono state ridimensionate negli anni scorsi, ma comunque sono oltre un centinaio i manager che prendono oltre diecimila euro al mese lordi.

Lo scatto automatico di grado il giorno prima di andare in pensione non opera più. Era una delle tante storture del sistema pensionistico italiano che permetteva a un colonnello di andare in pensione con l’assegno di un generale. Ciò non toglie che per i lavoratori del comparto sicurezza (Esercito, Marina, Aeronautica, Carabinieri e Guardia di Finanza, Polizia di Stato, Polizia penitenziaria, Corpo nazionale dei vigili e fino all’anno scorso Corpo Forestale dello Stato) ancora nel corso del 2015, potevano accedere al pensionamento di vecchiaia con limiti di età inferiori rispetto al resto del personale dipendente dello Stato. I lavoratori del comparto sicurezza usufruiscono di maggiorazioni in relazione alla natura del servizio svolto che permettono di aumentare notevolmente l’assegno. Ovviamente bisogna tenere conto del tipo di lavoro che svolgono uomini e donne della sicurezza: non è immaginabile pretendere che vadano in pensione come chi ha un normale impiego. Ecco perché attualmente questi lavoratori possono andare in pensione a 57 anni dopo aver versato contributi per almeno 35 anni.
Eppure, scoprire che in molti casi il trattamento pensionistico dopo 40 anni di lavoro è uguale o addirittura superiore alla retribuzione percepita, fa sorgere il sospetto legittimo che le norme sulle pensioni abbiano figli e figliastri. Arrivano soprattutto da questo comparto molte delle ‘baby’ pensioni, ossia quelle liquidate prima dei 54 anni di età che nei primi sei mesi del 2017 sono state ben 10.908.


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