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Più garanzie per bambini e adolescenti

Fabia Mellina Bares, garante regionale dei diritti della persone, spiega quali sono le criticità, ma anche i punti di forza del Friuli

Più garanzie per bambini e adolescenti

Una vita spesa al servizio dei minori. Fabia Mellina Bares, da settembre 2014 è presidente del Garante regionale dei diritti della persona, con funzione di garanzia per i bambini e per gli adolescenti. Un incarico delicato, visti i continui arrivi di migranti, anche babini, pure nella nostra regione.

 

Quali sono le problematiche specifiche nella tutela dei diritti dei minori?

"Parto sempre dal presupposto ben rappresentato dal titolo di un libro di Moro “Il bambino è un cittadino”. In veste di Garante regionale dei diritti dei bambini e degli adolescenti, ritengo necessario evidenziare non tanto particolari singole questioni, ma porre l’accento sul concetto più ampio relativo ad una dimensione della cittadinanza relativa ai cosiddetti diritti di terza e quarta generazione. Tra questi sono collocati i diritti dei minorenni volti ad eliminare le discriminazioni di cui siano oggetto a causa dell’età. I casi in cui tali discriminazioni sono tollerate e non vengono rimosse si è parlato di cittadinanza “negata”. Volendo specificare i diritti di cittadinanza che devono essere riconosciuti alle persone di età minore, primo fra tutti è quello di appartenere pienamente alla comunità.

L’emarginazione, l’esclusione, il rifiuto di accoglienza sono ostacoli gravissimi a tale appartenenza e spetta innanzitutto alla comunità organizzata (Stato, Regioni, Enti locali) agire per rimuoverli.
Al diritto di appartenenza è strettamente collegato il diritto di partecipazione alla vita della comunità in modo consapevole e responsabile. Bambini e ragazzi devono sentirsi parte della comunità, consapevoli di contribuire alla sua vita e sviluppo e percepirne il comune legame sociale.a inoltre parte dei diritti di cittadinanza il diritto alla conoscenza e alla formazione che permette di comprendere la realtà in cui si vive e quindi di partecipare alla vita sociale.

Scuola ed extrascuola hanno un compito parallelo e primario nel riconoscimento di questo diritto e solamente un sistema formativo integrato può garantirne l’effettiva attuazione.
Grava sulla comunità degli adulti il compito e la responsabilità di educare le nuove generazioni secondo il dettato e le finalità indicate dalla Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza; una comunità matura e responsabile deve essere una comunità educante.
Nulla è più nocivo a questo proposito di contesti in cui i ragazzi ricevono ed introiettano segnali di violenza, di prepotenza e trascuratezza verso le regole e disinteresse verso l’ambiente

Inoltre, il minore di età non potrebbe considerarsi come persona se non gli fosse riconosciuto il diritto all’ascolto. (Convenzione ONU del 1989 e Convenzione europea del 1996). Non si tratta solo di interpellare il bambino quando una questione lo riguarda come fosse una formalità da espletare. Si tratta di un diritto dallo spessore più ampio che riguarda il modo degli adulti di relazionarsi con i bambini ed i ragazzi.

 

Ci sono differenze tra minori italiani e stranieri?

Per quanto attiene la cittadinanza negata, tra i minori più marginalizzati vanno ricordati in primo luogo i minori stranieri non accompagnati e cioè privi di un adulto che li rappresenti e li protegga E’ un fenomeno difficile da quantificare, poiché ci si basa sul numero di ragazzi intercettati dai servizi e/o dalle forze dell’odine e pertanto segnalati.
Vanno poi ricordati i minori richiedenti asilo ed i minori stranieri oggetto di intervento penale.
Non vanno comunque trascurati i percorsi di integrazione dei bambini e dei ragazzi appartenenti a nuclei familiari provenienti da Paesi terzi.

Una strategia che voglia far diventare cittadini tutti i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze presenti nel nostro Paese indipendentemente dalla loro origine e provenienza deve necessariamente passare attraverso il coinvolgimento e l’impegno dell’intera comunità organizzata, quindi Stato, Regioni, Enti locali nel rispetto delle rispettive competenze.
Ma anche e soprattutto attraverso una assunzione di responsabilità di famiglie scuola e territorio che sono i luoghi privilegiati di apprendimento ed esercizio della cittadinanza. Pertanto, nella concretezza di questi contesti, nella quotidianità, è possibile allontanare il rischio che i diritti sociali di tutti i minori vengano solamente declamati o ricalcati su quelli dell’adulto.

Secondo tali principi, quindi, si collocano le attività dell’Organo di garanzia regionale, sia quando riguardano la gestione delle segnalazioni, mettendo in campo attività di orientamento ed accompagnamento consulenziale, che tengano conto delle riflessioni sopra riportate; sia quando vengono programmate ed attuate azioni di promozione dei diritti. A tale proposito, vanno ricordate le attività di valorizzazione ed accompagnamento delle esperienze dei CCR; le attività di formazione rivolte agli operatori dei servizi, del mondo della scuola e del volontariato per facilitarne il delicato ed importante compito; la promozione di protocolli per il contrasto del fenomeno del bullismo e cyberbullismo e/o per sensibilizzare le Istituzioni sul versante della individuazione di prassi che vadano nella direzione del pieno riconoscimento e godimento dei diritti umani senza esclusione di alcuno o di fasce sociali particolarmente vulnerabili; la promozione di indagini conoscitive su determinate tematiche specifiche e la raccolta dei dati; l’espressione di pareri che intervengono sul processo normativo regionale.

In buona sostanza, l’Organo di garanzia deve risultare un facilitatore di processi di tutela e deve essere da stimolo delle responsabilità; istituzionali, sociali, professionali, in quanto è attraverso la fusione di queste che trovano concretezza i diritti astrattamente riconosciuti anche alle persone di età minore.

 

Nel 2015, i minori in affido erano soprattutto italiani. Anche i minori connazionali soffrono gravi situazioni di disagio, quindi. Non si fa ancora abbastanza per tutelare le famiglia? Quali sono i problemi maggiori? Sono stati aggravati dalla crisi economica? Cosa si può fare per migliorare?

Le molteplici modificazioni del tessuto sociale e culturale hanno notevolmente influenzato anche i contesti familiari, i quali spesso evolvono in situazioni di marginalizzazione, trascuratezza e risultano essere sempre di più luogo di rischio evolutivo e fonte di difficoltà soprattutto per i bambini che si trovano presenti al loro interno.

Fin troppo facile aggiungere che la crisi economica ha contribuito grandemente a far emergere criticità e fragilità familari.

Si tratta quindi, prioritariamente, di sviluppare un assetto normativo e programmatico che consenta di avviare e consolidare piani integrati di tutela e promozione nei confronti dell’infanzia e l’adolescenza passando necessariamente dal sostegno delle famiglie.

La famiglia deve essere aiutata e sostenuta nel difficile compito di accudimento della prole; di accompagnamento dei figli nel loro percorso di crescita; di svolgimento della funzione educativa, soprattutto alla luce dei cambiamenti avvenuti negli ultimi decenni che hanno interessato l’educazione ed i modelli educativi.

Pertanto, è necessario sollecitare le responsabilità istituzionali ed, accanto a queste, anche le responsabilità sociali che si esprimono attraverso la partecipazione attiva dei cittadini, singolarmente o all’interno di contesti associativi, in grado di sviluppare processi di solidarietà sociale e di partecipazione a sostegno dei nuclei familiari in difficoltà.

L’affidamento familiare è un’esperienza che permette di affermare che il superamento delle difficoltà dei nuclei familiari non si realizza soltanto attraverso l’intervento (peraltro indispensabile) delle Istituzioni, ma anche attraverso l’esercizio della solidarietà sociale; la disponibilità di altri nuclei familiari che concorrono alla realizzazione delle competenze attribuite per legge alle Istituzioni stesse.

Va detto che nella nostra regione ci sono state e ci sono tantissime esperienze positive (un patrimonio straordinario), ma è anche vero che esso non è diventato una risorsa dalla quale attingere tutte le volte che se ne è presentata, o se ne presenti, la necessità.

Forse non si è creduto fino in fondo, forse sono mancate le disponibilità o laddove si sono manifestate non sono state adeguatamente incoraggiate, sostenute, qualificate ed accompagnate.

Se si vogliono valorizzare le esperienze positive che ci sono state e che sono tuttora in corso, e se si vogliono sviluppare le potenzialità di questo istituto, è necessario che lo si percepisca e lo si collochi dentro una strategia complessiva che, partendo dal diritto del bambino a crescere in un ambiente familiare, preveda una pluralità di soggetti e di interventi, primo fra tutti quello che è diretto a sostenere le responsabilità genitoriali della famiglia di origine e poi, in subordine, tutti gli altri interventi, tra cui le varie forme di solidarietà e accoglienza.

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