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Psichiatra aggredito nell'infermeria del Carcere di Udine

Un detenuto friulano di 28 anni ha preso a pugni il medico, minacciandolo con un’arma impropria

Psichiatra aggredito nell\u0027infermeria del Carcere di Udine

Un detenuto friulano di anni 28 ieri mattina, intorno alle 12.30, mentre si trovava nel reparto infermeria del carcere di Udine, ha aggredito lo psichiatria, prendendolo a pugni e poi, afferrandolo per il collo, lo ha minacciato impugnando un’arma impropria con l'intendo di colpirlo al viso. L'agente di Polizia penitenziaria che sorvegliava le attività è intervenuto subito, mentre il personale infermieristico presente ha attirato l'attenzione di altri poliziotti, accorsi per placare le ire del detenuto, riuscendo a immobilizzarlo.

“Purtroppo – denuncia Vito Romaniello, segretario regionale Fns Cisl – questi episodi non sono nuovi. Abbiamo più volte rappresentato le difficoltà oggettive nel gestire detenuti con disturbi psichici all'interno di un penitenziario, cosa che avviene sempre più frequentemente da quando è stata decisa la soppressione degli Ospedali psichiatrici giudiziari. Per la gestione di questo tipo di detenuti servirebbe investire in formazione del personale, per comprendere i comportamenti e le loro diverse forme di patologie. Quanto accaduto ha costretto il medico, come pure diversi poliziotti, a ricorrere alle cure in Ospedale, con l'ausilio del 118. Il detenuto sicuramente sarà ulteriormente denunciato per i vari reati (minacce, resistenza e lesioni nei confronti dei Pubblici ufficiali). Ma pesa il dubbio sulla sua effettiva imputabilità. La sua capacità di intendere e volere è molto compromessa ed è questa la domanda che le Istituzioni devono porsi per trovare soluzioni urgenti e radicali, al fine di consentire al personale tutto di operare in sicurezza”, prosegue Romaniello.

“Nell’esprimere la nostra vicinanza al personale rimasto coinvolto, rivolgiamo un appello al presidente Francesco Basentini oltre che al Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, affinché si metta mano alla riforma penitenziaria. Ci appelliamo a loro perché attraverso un confronto si possa offrire un supporto tangibile a colleghi e colleghe. Un confronto che anche in periferia andrebbe avviato e dove, nel nostro caso, servirebbe mettere al tavolo di confronto il Provveditore del Triveneto Enrico Sbriglia, affinché si prenda coscienza delle difficoltà operative e dell’assenza di strumenti normativi e strutturali, al fine di evitare ulteriori episodi simili negli Istituti di pena”, conclude il segretario regionale Fns Cisl.

Sul caso, interviene anche il Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria Sappe, per voce del segretario regionale Giovanni Altomare, che si dice preoccupato per questi eventi sempre più frequenti nelle carceri: “E’ stata davvero una giornata infernale.  Con molta fatica il detenuto è stato immobilizzato, sedato dal personale medico e successivamente condotto in un luogo esterno di cura. Questa tipologia di persone dovrebbe essere seguita in strutture esterne idonee, con personale formato. Il carcere di certo non li aiuta, anzi li incattivisce ulteriormente e li rende più violenti”.

“Poi, nel pomeriggio, verso le 18 la tragedia”, prosegue Altomare. “Un detenuto si è tolto la vita. A nulla è valso, purtroppo, il tentativo di rianimarlo dopo che un agente si è accorto dell’insano gesto. Ancora una volta, con la riduzione degli organici e gli accorpamenti triplicati dei posti di servizio è sempre più difficile attuare una sorveglianza adeguata nelle sezioni detentive. L’addetto doveva sorvegliare altre due sezioni detentive, più la rotonda del piano e il cortile passeggi. Insomma, contemporaneamente ricopriva cinque posti di servizio. Peraltro, attualmente, il carcere di via Spalato è interessato da due piantonamenti in luoghi esterni di cura che incidono ulteriormente sull’organico”.

Donato Capece, segretario generale del Sappe, commenta: “Il dato oggettivo è che i tragici eventi accaduti a Udine ci confermano che la tensione che caratterizza le carceri, al di là di ogni buona intenzione, è costante. Le carceri sono più sicure assumendo gli agenti di Polizia Penitenziaria che mancano, finanziando gli interventi per potenziare i livelli di sicurezza delle carceri. La situazione resta allarmante e non ci si ostini, dunque, a vedere le carceri con l’occhio deformato dalle preconcette impostazioni ideologiche, che vogliono rappresentare una situazione di normalità che non c’è affatto”.

“Negli ultimi 20 anni le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria hanno sventato, nelle carceri del Paese, più di 19mila e 500 tentati suicidi e impedito che quasi 138mila atti di autolesionismo potessero avere nefaste conseguenze”, evidenzia ancora Capece. “Purtroppo ieri a Udine il collega non ha fatto in tempo a salvarlo. Questo nuovo drammatico suicidio di un altro detenuto evidenzia come i problemi sociali e umani permangono nei penitenziari, lasciando isolato il personale a gestire queste situazioni di emergenza. Il suicidio è spesso la causa più comune di morte nelle carceri. Gli istituti penitenziari hanno l’obbligo di preservare la salute e la sicurezza dei detenuti, e l’Italia è certamente all’avanguardia per quanto concerne la normativa finalizzata a prevenire questi gravi eventi critici. Ma il suicidio di un detenuto rappresenta una fonte di stress per il personale di polizia e per gli altri detenuti. Per queste ragioni un programma di prevenzione del suicidio e l’organizzazione di un servizio d’intervento efficace sono misure utili non solo per i detenuti ma anche per l’intero istituto”.

“La situazione delle carceri si è notevolmente aggravata rispetto agli anni precedenti”, conclude Capece. “I numeri riferiti agli eventi critici avvenuti tra le sbarre nel primo semestre del 2018 sono inquietanti: 5.157 atti di autolesionismo, 585 tentati suicidi, 3.545 colluttazioni, 571 ferimenti, 5 tentati omicidi. I decessi per cause naturali sono stati 46 ed i suicidi 24. Le evasioni sono state 2 da istituto, 27 da permessi premio, 7 da lavoro all’esterno, 7 da semilibertà, 17 da licenze concesse a internati. E la cosa grave è che questi numeri si sono concretizzati proprio quando sempre più carceri hanno introdotto la vigilanza dinamica e il regime penitenziario ‘aperto’, ossia con i detenuti più ore al giorno liberi di girare per le sezioni detentive con controlli sporadici e occasionali della Polizia Penitenziaria”. Per il Sappe “lasciare le celle aperte più di 8 ore al giorno senza far fare nulla ai detenuti – lavorare, studiare, essere impegnati in una qualsiasi attività – è controproducente perché lascia i detenuti nell’apatia: non riconoscerlo vuol dire essere demagoghi ed ipocriti”.

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