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Risorse naturali a buon prezzo

Regione e Comuni ricavano circa sette milioni di euro all’anno dalle concessioni su attività estrattive, derivazioni idroelettriche, spiagge e legname, cifra inadeguata secondo molti

Risorse naturali a buon prezzo

Come usiamo le nostre risorse naturali pubbliche e quanto ricaviamo? Male e poco è la risposta repentina degli ambientalisti. Poco e bene, invece quella delle imprese che fanno vivono dello sfruttamento di acqua, suolo, legno e spiagge.
Se si parla di concessioni, infatti, le opinioni non potrebbero essere più divergenti. Abbiamo cercato di capire cosa viene dato in concessione dalla nostra Regione e quanto ricava, dopo aver preso spunto dal Rapporto Cave 2014 di Legambiente nazionale, che parla per altro in toni tutt’altro che positivi della nostra regione.

Troppi buchi e pochi ricavi
Secondo l’associazione ambientalista in friuli Venezia Giulia sono attive 68 cave che garantiscono al pubblico per le sole ghiaie entrate pari a 420mila euro all’anno a fronte di un giro d’affari stimato di 9 milioni 553mila euro,  e una percentuale di ricavo rispetto ai prezzi di vendita attorno al 4,4 per cento. Una percentuale irrisoria secondo gli ambientalisti che dovrebbe salire almeno al 20 per cento al pari di quanto fanno per esempio in Gran Bretagna. Se così fosse, per esempio, gli introiti per il Fvg salirebbero a 2 milioni 292 mila euro. Un Piano delle attività estrattive, che tuttora manca, e l’aumento dei canoni di concessione potrebbero spingere le imprese in maniera decisa verso il riutilizzo dei materiali derivanti da demolizione, settore nel quale siamo decisamente deficitari.

Secondo gli uffici regionali, invece, risultano in funzione 63 cave, delle quali due di ghiaia, 16 di calcare, 18 di sabbia e ghiaia e 27 di pietra ornamentale, mentre l’attuale normativa non prevede il versamento di oneri concessori a favore della Regione, ma solo a favore dei Comuni sul cui territorio insiste l’impianto (minimo 0,65 euro al metro cubo).

Assalto ai fiumi
Altro settore che alimenta polemiche è quello delle derivazioni a scopo idroelettrico.  Tutti i corsi d’acqua montani  e non solo, ospitano ormai almeno un impianto, ma in certi casi le centraline sono più di una sulla stessa asta. In questo caso,  il numero di concessioni per derivazioni d’acqua ad uso idroelettrico sono 198, per una potenza nominale di concessione complessiva  di  240mila 941,03chilowatt e una portata media di 809mila e 253 litri. Il canone in questo caso è di 14.27 euro al chilowatt nominale di concessione
Per il 2013 i canoni richiesti per le concessioni idroelettriche sono stati 174 ed hanno generato un introito pari a 3milioni 184mila euro, mentre per l’anno in corso i canoni richiesti sono stati 177 per un introito accertato (ma non ancora riscosso se non parzialmente) di 3 milioni 173mila euro, dato un po’ strano visto che a fronte di un aumento delle concessioni avrebbero dovuto aumentare pure gli introiti. Impossibile conoscere il giro d’affari e i ricavi che, a giudicare dalle tante domande di nuove captazioni, devono essere tutt’altro che limitati.

Acque minerali
Se invece si tratta di captare acque destinate alla bottiglia, attualmente sono vigenti sei concessioni per la coltivazione di acque minerali delle quali quattro sono in produzione e 2 in fase di avvio e studio. Per le acque minerali la Regione riscuote un canone posticipato calcolato sul volume imbottigliato durante l’intero anno solare e destinato alla vendita, e il canone anticipato  calcolato sulla superficie autorizzata.  La norma prevede l’applicazione di un “canone minimo”, per le concessioni poco estese, che viene aggiornato con cadenza biennale e attualmente ammonta a 635,10 euro. Le somme riscosse dal Fvg nel 2013 sono state pari a 157mila 576 euro per i canoni posticipati e 6mila 654 euro per gli anticipati, ma non abbiamo dati sulle quantità derivate.

 

I cavatori: regole certe e meno burocrazia

Paghiamo due oneri di coltivazione, uno più caro dell’altro. Liquida così la faccenda Giovanni Bini, presidente del Consorzio Pietra piasentina: “L’onere di coltivazione da qualche tempo è calcolato sul movimentato e non sul lavorato. Nel caso delle pietre ornamentali, quindi, il costo è salito perché solo una percentuale dello scavato viene effettivamente destinata alla lavorazione. Tuttavia, a pesare di più sono la burocrazia opprimente e la mancanza di regole certe. Chiediamo da tempo l’approvazione di un Prae che dica dove non si può cavare, che si faccia distinzione tra pietre ornamentali e ghiaie e si adottino provvedimenti per ridurre drasticamente gli iter lunghissimi, anche per questioni di poco conto. I prezzi sono fermi da almeno 7 anni e molte aziende hanno chiuso”.

Sulla stessa lunghezza d’onda Angelo Calligaris, presidente di Api Cave: “Aspettiamo da almeno dieci anni il Piano delle attività estrattive. La coltivazione della ghiaia è tutt’altro che a buon prezzo, visto che paghiamo un minimo di 65 centesimi a metro cubo ai quali vanno aggiunti gli oneri comunali. Nel caso della cava proposta dal Consorzio cavatori a Remanzacco, per esempio, il canone sarebbe di un euro al metro cubo, che garantirebbe circa un milione di introito al Comune oltre a varie compensazioni e al ripristino dell’intera area. Quanto ai fiumi, dove pure ci sarebbe molto da togliere, sono previsti canoni di quasi quattro euro al metro cubo, un prezzo esagerato per le aziende. Serve equilibrio e comprensione. Senza ghiaia non si può costruire e, d’altro canto, se i fiumi esondano fanno danni che paghiamo tutti quanti. Basterebbe permettere  alle aziende di compensare i costi per l’asporto delle ghiaie con la loro vendita per risolvere molti problemi”.

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