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Il rock? È diventato roba da museo

L’onda lunga del genere musicale che più di tutti ha influenzato anche costume e società si sta esaurendo, come la generazione delle grandi ‘superstar’

Il rock? È diventato roba da museo

I segnali sono ormai più che evidenti: il rock, per come lo abbiamo conosciuto nella sua forma classica, è morto, o quantomeno è arrivato alle battute finali. Il riferimento è alla forma ‘classica’, quella delle superstar giunte al successo tra gli anni ’60 e ’70. Anche per motivi anagrafici, quell’onda mirabile si sta ritirando. Il 2016 e il 2017 sono stati gli anni delle morti illustri, il 2018 passerà alla storia come quello non meno doloroso dei ritiri dalle scene. Sono tanti, infatti, gli ultrasettantenni che, pensione o no, hanno deciso di dire ‘stop’ perlomeno al contatto diretto col pubblico, ossia ai tour.

In Friuli avremo la possibilità di vedere una delle ultima date live, per esempio, di Joan Baez, mentre Elton John arriverà nel vicino Veneto, a Verona. Ma ormai, in generale, gli appassionati affollano i concerti di quelli che un tempo erano considerati i ‘dinosauri’, temendo che in fondo possa sempre essere l’ultima chance per vederli da vicino. Con le doverose eccezioni dei Rolling Stones che, come tutti sanno, hanno venduto l’anima al diavolo e suoneranno anche da morti, o di Bob Dylan, che da 30 anni porta avanti il suo ‘tour senza fine’, bloccato in una bolla spazio-tempo tutta sua.


Arte e musica hanno viaggiato a lungo in parallelo, dagli anni ‘60 in poi, ma oggi...
Quando il pop patinato sempre uguale da New York agli Urali, le belle voci (?) dei talent show e i (t)rapper con autotune incorporato erediteranno la terra (cioè, tra pochissimo), cosa resterà al rock? Le mura di un museo, chiaro. Ed è anche in quest’ottica, a metà tra la celebrazione nostalgica e la sensazione che un ‘movimento’ così ricco e durevole nel tempo non tornerà tanto presto, che la città di Grado ha deciso di proporre un ‘viaggio emozionale’ fatto di immagini, filmati, canzoni e opere d’arte, che accompagna il visitatore nelle grandi rivoluzioni degli anni ’60, prendendo come spunto due eventi che segnarono il punto di rottura tra due epoche.

‘Arte e Rock&Roll: dalla Biennale del 1964 a Woodstock del 1969’, organizzata dall’Assessorato alla cultura del Comune di Grado in collaborazione con l’agenzia MV Eventi e curata da Matteo Vanzan, aperta all’ex Cinema Cristallo fino al 27 maggio, è una particolare mostra che racconta il percorso compiuto quasi in parallelo dall’arte e dalla musica negli anni ‘60. Un percorso che condusse a una vera e propria rivoluzione a tutti i livelli, riletta attraverso copertine di album affiancate ad opere di artisti di avanguardia della seconda metà del ‘900, da Rauschenberg a Schifano, da Rotella a Warhol. E proprio a Andy Warhol, l’artista più ‘pop’ e più influente sulla storia della rock dai ’60 in poi, Grado dedicherà una mostra che sarà inaugurata in agosto.

Osservando le opere d’arte e le memorabilia del periodo, appare ancor più evidente come la trasformazione avvenuta oltre 50 anni fa attraverso sogni, scoperte e sperimentazioni, sia ormai un fatto storico, ma forse irripetibile e sicuramente esaurito. Attraverso la musica rock, le sue stelle, le icone, i loghi (pensiamo alla ‘linguaccia’ dei Rolling Stones) e gli atteggiamenti (Jimi Hendrix che brucia la chitarra non è in fondo una forma di performing art portata alle masse?), anche l’arte si è resa accessibile al pubblico. Anzi, al grande pubblico cresciuto con quel mito o la sua eco, che cerca invano di rivivere o far rivivere attraverso l’acquisto dell’ennesima ristampa super-mega-deluxe-versione limitata, o andando a sentire un’altra tribute band.

E comunque, fateci sapere, quando saremo ‘dall’altra parte’ ad ascoltare di nuovo ‘in diretta’ Bowie, Lennon, Elvis, Lou, Keith, Ronnie, Freddie e tutti gli altri, se tra 50 anni di qua ci saranno mostre sulla trap o sull’r&b…

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