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Nuova vita alle fabbriche

Archeologia industriale - Si tratta di un concetto di recupero ancora poco conosciuto, ma che anche in Friuli potrebbe creare numerose opportunità per imprese e territori. Intanto, un patrimonio enorme è a rischio

Nuova vita alle fabbriche

C’è un luogo in cui architetti, storici, urbanisti, operatori turistici, costruttori possono ritrovarsi, ma si trova in pessime condizioni. Parliamo del patrimonio immobiliare riferibile all’archeologia industriale, un concetto ancora poco conosciuto, per certi versi moderno, e che è ampiamente presente anche in Friuli, dove purtroppo numerosi gioielli giacciono in completo abbandono, come sottolinea Valentina Piccinno, consulente ed esperta in archeologia industriale. Eppure uno dei primi ostacoli che impediscono il recupero di questi edifici è proprio l’approccio: l’incapacità di ideare un riutilizzo non sterilmente museale, ma contenitore di iniziative oltre che culturali, anche sociali, turistiche e imprenditoriali. In Friuli Venezia Giulia è iniziata un’attività di catalogazione, che fino a oggi ha censito oltre 700 beni, tra fabbriche, filande, magazzini, che però rappresentano soltanto una parte degli esistenti.


Partiamo da far chiarezza su cosa si intende per ‘archeologia industriale’ e a quali edifici di riferisce questo termine?
“L’archeologia industriale è una disciplina relativamente ‘giovane’, complessa, articolata, multiforme dai contorni sfumati e incerti, spesso di intreccia, o meglio, si ‘attorciglia’ a numerose altre discipline. È questa complessità che, di fatto, la rende affascinante e in un certo senso rispecchia la molteplicità della società contemporanea, perché appartiene a un recente passato, non ancora sedimentato e molto legato al nostro tempo. In altre parole, questa disciplina ci costringe, oltre a osservare il paesaggio industriale con le sue complesse articolazioni, a cercare tra oggetti, documenti e testimonianze diverse i segni di umanità che ne rivelano l’aspetto antropologico.
L’archeologia industriale è stata delimitata come disciplina, metodo di studio e strumento di indagine dell’identità territoriale delle comunità passate. Nasce, se così possiamo dire, in Gran Bretagna in seguito all’abbandono progressivo delle aree industriali, tra il 1950 e il 1960 e, in particolare, dopo l’abbattimento dell’arco in ferro della stazione di Eutson di Londra. In conseguenza a questo accadimento, in Inghilterra si è aperta la questione sul recupero e sulla tutela del patrimonio storico relativo al periodo della grande rivoluzione industriale inglese. Il primo a interessarsi fu Green che individuò come obiettivi della disciplina la catalogazione e lo studio dei ‘reperti’ del XVIII e XIX secolo. Solo dopo, lo studioso Rix aggiunse le attività di conservazione e interpretazione.
In Italia, il termine è stato introdotto vent’anni dopo, nel 1977, al congresso internazionale tenutosi presso la Rotonda della Besana a Milano, in occasione della mostra ‘San Leucio: archeologia, storia, progetto’. In quegli anni l’Italia si apre agli studi del francese Braudel, interessandosi alle tradizioni popolari e al mondo contadino e vive un periodo socio-politico particolare di reazione all’evoluzione tecnologica, caratterizzato dall’abbandono delle grandi strutture industriali e dal rifiuto operaio. Nel medesimo periodo si forma la Società italiana per l’archeologia industriale, con l’obiettivo il censimento del patrimonio industriale e dei beni culturali a esso legato. In questo periodo si afferma in Italia la definizione di settore elaborata da Negri, il quale afferma che l’archeologia industriale è ‘un complesso dei resti fisici, testimonianza dell’organizzazione dell’industria sul territorio’ da intendere non isolatamente, ma ‘in rapporto alle modificazioni del territorio derivanti dall’industrialesimo, di cui tali manufatti sono parte integrante’.
Stabilire quali sono effettivamente i beni appartenenti a questa disciplina non è cosa semplice, oltre agli edifici dismessi, principalmente ottocenteschi, quali a esempio le filande, vi sono poi gli edifici macchina, come le fornaci; appartengono a questa branca i villaggi operai, i macchinari e gli archivi industriali”.

Qual è la consistenza di questo patrimonio in Friuli?
“Dopo aver ben preso atto di cosa è l’archeologia industriale e del fatto che il lavoro industriale ha fortemente condizionato la storia del XX secolo, basta osservare bene il paesaggio per rendersi conto di quanti reperti vi sono anche sul nostro territorio. Molte aree di degrado e i tanti imponenti edifici possono turbare il paesaggio urbano, ma allo stesso tempo possono diventare, grazie al recupero e al riuso, una risorsa per il territorio e per la società. Nella realtà attuale, in cui sono veloci e inarrestabili i processi di trasformazione, il recupero di un qualsiasi luogo dismesso diventa anche il recupero della storia e dell’identità della società e del territorio. In Friuli tra il 1860 e fino alla vigilia della Grande Guerra, la presenza dell’industria e di tutti quei sistemi ‘moderni’ di produzione avevano industrializzato anche il nostro territorio di fatto ancora legato all’agricoltura e alla pastorizia. Certo, l’industria non era in grado si assorbire la domanda di manodopera dell’epoca, ma è indubbio che molte industrie ‘moderne’ presero piede anche nella nostra regione. A titolo esemplificativo, ma non esaustivo, ricordiamo le fabbriche del Pordenonese, quelle dell’area udinese, entrambi nel 1866 territori annessi all’Italia, ma ricordiamo anche quelle del Goriziano e di Trieste, all’epoca sotto l’impero austro-ungarico.
Fu, poi, dopo la Grande Guerra che si ebbe, almeno per la nostra regione, una lenta ma progressiva battuta di arresto, per diversi motivi, complessi e articolati legati a ragioni di economicità di posizione più o meno strategica di un territorio, essendo area di confine fino a poco tempo fa, ragioni economiche e sicuramente infrastrutturali.
Ricordando che l’archeologia non comprende solo edifici in senso stretto, ma macchine, archivi, processi industriali, villaggi operai, comprendiamo immediatamente che anche il nostro patrimonio è articolato e complesso e merita di attenzione per non essere perduto per sempre”.

Quali sono le sue condizioni, in generale?
“Si tratta di aree che nel corso della storia hanno avuto rilevanza dal punto di vista industriale e, avendone segnato storicamente lo sviluppo, dovrebbero essere considerati come patrimoni culturali, storici e industriali. La tematica degli edifici industriali dismessi non coinvolge solo umanisti e architetti, ma anche coloro che si occupano di gestione territoriale ai fini di sviluppo, di creazione di valore e di rinnovamento economico e sociale. Richiedono un approccio progettuale integrato in cui progettista, valutatore economico ed esperto ambientale cooperano e collaborano in modo continuativo.
Lo stato di conservazione, nella maggior parte dei casi è pessimo, il degrado sia architettonico e di conseguenza ambientale ‘pesa’ come un macigno; la valorizzazione e la rivitalizzazione dell’architettura dismessa dovrebbero diventare motore di sviluppo e strumento di conoscenza del proprio passato industriale ed economico, ma molto spesso è anche questione di cultura. Tale patrimonio richiede un sistema progettuale fondato su conservazione e valorizzazione di tutte le caratteristiche che lo compongono, siano esse culturali, storiche, tecnologiche e ambientali. Molto spesso questi siti sono abbandonati anche per problematiche di tipo ambientale, i costi per la loro ‘bonifica’ non risultano economicamente vantaggiosi; da qui il progressivo, lento e inesorabile abbandono.
Un approccio, spesso abusato è quello di considerare l’edificio un cimelio da tutelare e musealizzare, ma un manufatto, un luogo che diventa esso stesso museo e collezione museale, inserito nel contesto ambientale e territoriale di appartenenza, può e deve diventare sede di nuove attività che lo rivitalizzano e funzionalizzano, inducendo così a una lettura dell’edificio più approfondita e specifica sia della struttura, sia delle attività industriali del passato. Pertanto, attraverso la progettazione archeologica-industriale si viene a strutturare un nuovo edificio, polivalente e polifunzionale, che appartiene alla collettività. Ed è proprio la comunità locale a essere sia protagonista, sia destinataria delle attività e delle funzioni del nuovo edificio. La conseguenza è che il concetto di salvaguardia del bene non è più inteso come ‘congelamento’, ma come processo di dialogo e di trasformazione del contesto. In questo modo, la musealizzazione dell’edificio non fossilizza, ma crea dinamicità e nuovi valori. Intervenire su un edificio con queste caratteristiche mira a strutturare un nuovo rapporto tra forma e funzione; è indubbio che questo tipo di processo non sempre è applicabile se si tratta di edifici macchina, il cui riuso spesso diviene complesso per la sua natura stessa”.


Quale esempio di recupero virtuoso in Friuli può fare? Quale, invece, di degrado non perdonabile?
“Ci sono molti esempi di recupero che hanno creato un’attività di riqualificazione funzionale del bene architettonico. Non dimentichiamoci che, data l’impossibilità di definire l’archeologia industriale come disciplina con le sue caratteristiche e gli obiettivi specifici, non sempre è ‘facile’ definire un recupero virtuoso da uno non riuscito. Se guardiamo alla ricontestualizzazione del manufatto nei confronti dell’intorno urbano e del complesso, aspetto che implica una reinterpretazione e una nuova gestione degli spazi, un esempio tra tutti può essere il recupero della ex filanda Pividori a Tarcento, oppure la sottostazione elettrica del porto vecchio di Trieste, la ex centrale idroelettrica ‘Antonio Pitter’ di Malnisio, l’ex essiccatoio Bozzoli a Tricesimo: in alcuni casi il riuso è attuato, in altri la destinazione è ancora in fase sperimentale. Esistono altri siti recuperati in Friuli, ma qui, vorrei porre l’attenzione su un aspetto fondante di questa disciplina, utilizzando una citazione: non tutto ciò che ereditiamo dal passato è classificabile come patrimonio e pertanto degno di investimenti per la salvaguardia e per la valorizzazione; la riqualificazione delle strutture industriali dismesse apporta diversi vantaggi e soprattutto comporta l’attribuzione di nuovi valori simbolici, culturali ed economici del passato industriale. Tuttavia, deriva proprio da qui un aspetto critico su cui la letteratura invita a riflettere. Si tratta della riconcettualizzazione dei ‘vuoti’ industriali, ovvero l’attribuzione di valori a contesti che hanno perso la loro funzione d’uso e quindi sarebbero da considerare dei ‘vuoti’, pur essendo dei ‘pieni’, poiché ricchi di testimonianze materiali e di spazi destinabili a nuove attività. Il riconoscimento del valore culturale di tali beni concorre con il loro valore economico, legato all’ubicazione della struttura che li contiene. Dalla letteratura si apprende che la differenza che intercorre tra le due tipologie di valore richiama i concetti di ‘pieno’ e di ‘vuoto’ e incide nella definizione di ‘vincolo’, di nuova destinazione d’uso e di incentivi fiscali in ambito normativo. In questo senso è fondamentale superare il problema della deterritorializzazione verso una nuova territorializzazione, attribuendo nuovi valori e significati condivisi del patrimonio industriale e strutturando strategie di riqualificazione che non riguardano solo il singolo edificio, ma l’intero territorio. Pertanto, la nuova individuazione d’uso di un singolo edificio comporta la creazione di politiche territoriali più complesse e soprattutto la strutturazione di pianificazioni di tipo integrato.
Su questa citazione vorrei indurre il lettore a osservare il paesaggio industriale dismesso e riflettere sui degradi ‘non perdonabili’, poiché questi appartengono alla collettività e non sempre alla gestione pubblica; se chi investe lo fa spesso, per ‘economicità’, su aree vergini, non possiamo poi criticare se i siti industriali di un tempo vengono abbandonati definitivamente”.

Non è, per caso, che mancano le idee più che i soldi per il loro recupero e riutilizzo?
“La carenza cronica di denaro da investimento in questi ultimi anni ha certamente influito sul degrado di alcune aree, non solo industriali. Credo, però, con tutta onestà che le idee non mancano, molto spesso manca una regia e una volontà di approfondimento e di analisi che richiede sforzo e fatica. Idee e spunti di riflessione nascono in diversi ambienti, ma molto spesso restano lì; non si riesce a coinvolgere più soggetti per diversi motivi. Credo che, come nell’800 la circolazione di idee e brevetti passava attraverso le esposizioni industriali e solo lì si potevano vedere e osservare le novità in qualsiasi campo, oggi con tutte queste tecnologie ci sia una dispersione di idee e confronti, di contenuti e analisi e si sia perso un po’ quel confronto e quel dibattito necessario per analizzare questo tipo di disciplina”.

Nella maggior parte, i beni sono di proprietà privata: esistono incentivi pubblici al loro recupero?
“È vero, moltissimi di questi siti sono tutt’ora di proprietà privata. L’archeologia industriale è materia nuova anche dal punto di vista normativo. Nel Testo Unico del 1999 si fa riferimento alle leggi 1089/39 e 1497/39 circa la salvaguardia delle cose d’arte e di sistemi di immobili paesaggisticamente caratterizzati. La novità è stata apportata dalla legge Galasso che, individuando alcuni aspetti riguardo la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio culturale, ha permesso lo sviluppo di metodi e di esperienze volte non solo al bene culturale o architettonico, ma anche al contesto. Ultimo aggiornamento normativo nell’ambito dell’archeologia industriale si ha con il Decreto legislativo 62 del marzo 2008 che prevede che i beni del patrimonio industriale vengano considerati a pieno titolo come beni culturali.
La nostra regione ha legiferato in materia nel 1997 con la legge regionale 24, le cui finalità sono la tutela e la valorizzazione delle testimonianze del lavoro e della cultura industriale quali elementi significativi della propria storia. A tal fine la Regione favorisce e sostiene la ricerca, la catalogazione, la conservazione e il recupero di macchine e attrezzature industriali; la ricerca, la catalogazione, la conservazione e il riuso compatibile di fabbriche e delle relative strutture di servizio, compresi gli edifici direzionali e residenziali di pertinenza; la ricerca, la catalogazione, la conservazione e l’acquisizione di documentazione e archivi, in particolare aziendali; la eventuale organizzazione in strutture museali delle testimonianze di particolare rilevanza.
Purtroppo, va segnalato, che questa norma non ha fondi a capitolo da alcuni anni: troppi, forse”.

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