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Alla vigilia della partita decisiva

Cambiamento nei fatti o solo a parole - In questi sette anni di difficoltà e di perdita di competitività, il sistema Paese ha prodotto solo qualche piccolo maquillage. Serve una sorta di chiamata alle armi delle forze vive della società

Dall’inizio della crisi, il nostro sistema ha perso circa un quarto della propria capacità di produrre ricchezza. La caduta si è fermata, ma nulla sarà più come prima: non si torna indietro. Recuperare terreno sarà difficile. In ogni caso, anche se saremo capaci di produrre una nuova crescita, lo dovremo fare individuando traguardi nuovi e con la consapevolezza che non si tornerà al prima.
Quando parliamo di imprese e di Pil - è bene ricordarlo - stiamo parlando del benessere raggiunto dalla nostra società. Parliamo della vita di ciascuno di noi e del futuro delle nostre famiglie, non soltanto della fortuna di qualche imprenditore. La storia ci insegna che nulla è conquistato per sempre. Perciò, se vogliamo progettare un futuro nel quale ci sia ancora una prospettiva di benessere, dobbiamo necessariamente interrogarci sulle misure necessarie a renderlo sostenibile anche nei prossimi anni. Serve una ‘visione’, insomma. Perché il problema dei problemi, per tutti, si chiama crescita. Lo sappiamo bene, ma finora sul tema si sono spese soltanto tonnellate di chiacchiere.

Ripartiamo dai fatti, dunque. Abbiamo detto che, dall’inizio della crisi, abbiamo bruciato il 25% della ricchezza prodotta. Molti individui e famiglie l’hanno sperimentato sulla propria pelle. Nello stesso frangente, invece, la spesa pubblica non ha seguito lo stesso andamento. Per non parlare del debito pubblico. Lo sa anche un bambino che così non può funzionare, ma si va avanti, con gli occhi foderati di mortadella, come nulla fosse successo. Se dall’anno scorso si stanno percependo segnali di ripresa, seppur non omogenei e discontinui, il merito va dato alle singole imprese e ai mercati esteri, non al nostro sistema. In questi sette anni di difficoltà e di perdita di competitività, il sistema Paese ha prodotto qualche piccolo maquillage, non veri cambiamenti.
Il dito, ovviamente, è puntato contro la Politica, ma anche tra le associazioni di rappresentanza del mondo economico non sempre si registrano grandi slanci al cambiamento. Del resto, le forze di conservazione, le categorie protette, i diritti acquisiti albergano un po’ ovunque. Ci sono nel pubblico e nel privato, in alto e in basso, a destra, a sinistra e pure al centro. Purtroppo, o per fortuna, questa stagione storica ci impone invece un cambiamento. La proposta lanciata recentemente da Gianpietro Benedetti per costruire una visione strategica del nostro sistema socioeconomico che traguardi i prossimi 15 anni va esattamente in questa direzione. E rappresenta, per come è stata presentata e sin qui interpretata, una straordinaria opportunità. Una sorta di chiamata alle armi delle forze vive della società: quelle che vogliono il cambiamento e non si rassegnano al mito new age della decrescita, più o meno felice.

Perché non sia vano
E dopo? Cosa dovrebbe succedere dopo che il gruppo di lavoro avrà completato la propria analisi su come sarà il Friuli nel 2030 e avrà suggerito le azioni da compiere per garantirne la competitività e, quindi, il benessere?
Siamo veramente alla vigilia di un cambio di rotta della nostra comunità regionale non solo a parole, ma anche nei fatti? Difficile dirlo ora, ma sono chiare fin da subito le potenziali resistenze.
Qualsiasi cambiamento impone di mettere e mettersi in discussione e, alla fine, chiedere anche sacrifici, a chi più a chi meno, per il bene di tutti. Quale politico si presenterà ai propri elettori promettendo loro sacrifici?
Per dirla altrimenti: probabilmente sarà più facile individuare strategie e conseguenti misure concrete da attuare, piuttosto che vincere le resistenze al cambiamento.
Lo stesso Benedetti sa bene che oggi in Friuli, come in Italia, le forze della conservazione sono ancora superiori a quelle dell’innovazione. Siamo in difficoltà, certo, ma non siamo ancora un popolo alla fame: il peso della crisi, infatti, grava su una parte numericamente minoritaria della società, seppur sia quella che produce ricchezza per tutti.
Insomma, se questo lavoro svolto da teste d’uovo, capitani d’azienda e opinion leader fin dalle prime battute non creerà una cinghia di trasmissione con l’intera società, rischia di essere l’ennesimo esercizio accademico.
Per questo, dunque, deve porsi pure la questione del consenso. Un consenso ampio, diffuso e, non da ultimo, consapevole. Anche da questo punto di vista, allora, il progetto potrebbe rappresentare un’occasione importante per capire chi ci sta e chi si nasconde. Chi accetta la sfida sul serio e chi la sostiene soltanto con sorrisi e strette di mano di circostanza.

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