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Finiti gli alibi, bisogna tirare la cinghia

Il Paese reale ha sempre più paura di non farcela e qualcuno non ce la fa più. Il governo alla prova del nove: 1000 giorni per fare le riforme

Il mese di agosto non ci ha portato in dote la tanto agognata ripresa. Prima dell’estate, speravamo nel sole. Sono arrivati 80 euro che dovevano rilanciare i consumi, ma si sono risolti  in una mancia elettorale. I voti, infatti, sono piovuti come non mai. La domanda interna, invece, è rimasta al palo. E l’economia è rimasta a bocca asciutta. Di rientro dalle ferie, però, il clima è mutato. Cambio di copione: non ci saranno riforme mensili. Si “cambierà verso”, ma con più calma. Leggi delega, decreti attuativi, regolamenti da scrivere, rinvii di provvedimenti che sembravano già adottati: insomma, il solito tran tran dell’arte di governo con un orizzonte temporale di mille giorni. C’è un uomo solo al comando e si dice che così va bene, perché dopo di lui non si intravede altro. La maggioranza (con mille mal di pancia) è bulgara. L’opposizione, nel suo partito più consistente, pure. Attaccata al nuovo uomo della provvidenza come in passato lo era stata al proprio leader carismatico. Le altre forze in campo abbaiano, ma non mordono. Rivelandosi talmente inadeguate al ruolo di opposizione da farci ringraziare il Padre eterno, con preghiere rivolte anche al futuro, affinché non gli tocchi mai il fardello del governo. Anche i più accaniti sostenitori del premier cominciano a coltivare qualche dubbio. Il pensiero unico dei mesi scorsi comincia ad animarsi di voci o vocine fuori dal coro. Opinion leader, commentatori, rappresentanti di interessi – non saranno mica tutti gufi? – azzardano qualche critica, nemmeno troppo sommessa. Il Paese vero, invece, ha sempre più paura di non farcela. E qualcuno non ce la fa. E’ in corso una vera e propria selezione darwiniana delle imprese, che risparmia dall’estinzione chi si è attrezzato per tempo ed è capace di competere sui mercati globali. La disoccupazione, specie quella giovanile, galoppa. E una discreta fetta di persone che magari un lavoro ce l’ha, fatica ad arrivare alla fine del mese. Alla faccia delle tonnellate di ottimismo sparse ai quattro venti –  sicuramente assecondando le più buone intenzioni – negli ultimi mesi. Non ci iscriviamo né alle folle adoranti del renzismo (della prima, dell’ultima e dell’ultimissima ora) e nemmeno a quelle della critica aprioristica alla sua leadership. Ci limitiamo a osservare che i problemi aperti restano tanti, grandi e complessi. E nulla di tutto ciò è risolvibile con la bacchetta magica. Se allarghiamo lo sguardo all’intero nostro continente (vecchio in tutti i sensi) notiamo che Tutta l’area euro è in stagnazione. E non basta più la sola politica monetaria per farla ripartire, nonostante le provvidenziali iniziative della Bce.


Mario Draghi non ha deluso, ma la riunione del consiglio Bce è stata difficile, con una chiara spaccatura tra chi voleva fare di meno (la Germania) chi voleva fare di più (la Francia). E’ prevalsa la via mediana con colpo a sorpresa: il taglio a 0,05 dei tassi di interesse mostra la volontà di stoppare le aspettative deflazionistiche e dà corpo alle parole pronunciate da Draghi a Jackson Hole, cioè che avrebbe fatto tutto quel che era nel suo mandato per impedire che la discesa dell’inflazione verso quota zero diventasse vera deflazione. L’effetto immediato sull’euro mostra anche che la via maestra per far recuperare spazio a una crescita sempre più debole passa per la svalutazione di una moneta tenuta per troppo tempo a livelli irrealistici. Il terzo intervento della Bce è il più nuovo e anche il più azzardato: l’acquisto di titoli cartolarizzati (si parla di 500 miliardi di euro) che accompagna il flusso di liquidità alle banche purché prestino alle piccole imprese. Il bilancio della Bce si appesantisce, ha ammesso Draghi e non tutti sono stati d’accordo; ancor meno sul vero e proprio salto verso il Quantitative easing, che significa comprare non solo i prodotti finanziari emessi dalle banche, ma anche i titoli di Stato. Tutto ciò segna un altro punto per il capo della Bce che sta gestendo una situazione davvero complicata, muovendosi come uno slalomista tra governatori e governi, nel tentativo di evitare che le divergenze si trasformino in una paralisi decisionale. Ma al tempo stesso diventa una dimostrazione palese che la politica monetaria è vicina ai limiti delle sue possibilità. La politica monetaria deve essere accompagnata dalla politica fiscale ed entrambe sostenute dalle riforme strutturali. Non è una questione di metodo, ma di sostanza. E il punto chiave restano le riforme. E’ quello che avrà spiegato anche a Matteo Renzi. Il presidente della Bce ha anche messo l’accento sul fatto che è inutile insistere sulla flessibilità. C’è già, è quella prevista dai trattati. E i patti vanno rispettati, a cominciare dal patto fiscale, perché altrimenti crolla la fiducia. Con questo si chiude il balletto andato in scena per mesi, cioè la speranza di ottenere sconti dall’Unione e sostegni dalla banca centrale. Riforme e tetto del 3% al rapporto deficit/pil vanno a braccetto. Punto e a capo. Adesso Pier Carlo Padoan dovrà rifare per l’ennesima volta i conti e Renzi dovrà riformulare un po’ di slide. Non ci sono santi: ci aspetta una bella tirata di cinghia.

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