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Il Friuli si conserva nella Panarie

Il Friuli si conserva nella Panarie

Ottant’anni di vita appena superati, e non li dimostra. Un traguardo davvero ragguardevole per un’epoca in cui le riviste specializzate o con intenti culturali nascono,crescono e muoiono nel giro di pochi anni. ‘La Panarie’, invece, è più giovane che mai e sta assieme ai friulani dal tempo dei nonni. Chino Ermacora, maestro di scuola, giornalista nonché cantore del Friuli, mai dimenticato autore di “Vino all’ombra”, nel 1924 riuscì a realizzare il sogno di dar vita a un periodico capace di segnalare tutti gli aspetti della cultura friulana: una pubblicazione da leggere quasi come atto ufficiale della friulanità, ma ancor più da conservare quale vigorosa testimonianza di un mondo in perenne trasformazione e tuttavia saldamente e irreversibilmente radicato nella vita e negli affetti di un popolo succube alla diaspora e unito come pochi. Era forse un’Arcadia contadina, come si sente spesso ripetere, il Friuli che Ermacora si proponeva di far conoscere a livello nazionale o piuttosto la fondazione di una rivista dimostra che egli abbia voluto cogliere, sia pure con uno sguardo pur rivolto alle tradizioni, l’evolversi di una società in prevalenza rurale? Siamo propensi a considerare Chino un antropologo ante litteram, alla Levi Strauss, tanto per chiarire, attento collezionista di documenti, costumi e usanze, ma dotato di attenzione vigile e critica per i mutamenti e i pericoli ad essi contestuali. La sua rivista era sottoposta alle forche caudine della censura fascista e segnalava le attrattive e i meriti di un Friuli nascosto ai più, ma che aveva in Udine un indiscutibile baricentro per lo sviluppo, inteso anche in senso culturale. “La Panarie” nacque bimestrale e uscì regolarmente fino agli Anni ’40; con la Seconda Guerra Mondiale subì alterne vicende, ma sopravvisse. La morte di Ermacora, nel ’57, pose fine alla prima fase della rivista. I volumetti furono rimpianti dai lettori fino al 1968. Non ci cimentiamo neppure con la segnalazione dei redattori e dei collaboratori di questo periodo; facendo gran torto ad alcune decine di nomi celebri, dall’indice fornito dall’Accademia di Scienze, lettere e arti di Udine citiamo soltanto Diego Valeri, Novella Cantarutti, Biagio Marin e Pier Paolo Pasolini. Restata la pubblicazione nel cassetto fino al ’68, Alfeo Mizzau, politico di spicco e futuro europarlamentare democristiano, volle dare inizio a una nuova serie, raccogliendo attorno a sé una cerchia di intellettuali friulani, tra i quali v’erano Arrigo Poz, Sergio Sarti e Gabriele Damiani. La Regione Friuli, nata nel 1964, muoveva allora i primi passi. Era un periodo turbolento e di grandi speranze per l’autonomia, un tempo di grandi polemiche e fermenti. Nei ‘best seller’ si parlava di lingue tagliate; alcuni assimilavano la condizione del Friuli a quella dei Paesi Baschi e dell’Irlanda del Nord, le vicissitudini della lingua friulana a quelle del gaelico, dell’occitano o del nauhatl; l’opinione pubblica era scossa ora dalla richiesta di un’università friulana, ora da coraggiose prese di posizione (il ‘Manifesto dei 700 sacerdoti’), ora dalla nascita di riviste ad hoc, come i ‘Quaderni Friulani’, sulle quali si esplicitavano istanze latenti da decenni. “La Panarie” divenne un giornale dove si dibatté anche di politica, con ispirazioni nettamente centriste dovute alla personalità, alle qualità e ai convincimenti di Mizzau; si superarono definitivamente le poetiche ermacoriane; le visioni arcadico - nostalgiche della friulanità furono sopravanzate o scavate a fondo in chiave di riscatto politico, sociale ed economico. In quegli anni nacque il Movimento Friuli e si teorizzò che i friulani hanno non soltanto doveri, ma anche diritti. Primo tra questi, quello di rivendicare una singolarità etnico - culturale e politico - economica che traggono giustificazione da un passato di sotàns che, avendo preso coscienza della propria storia, della propria indole e dei propri diritti, pongono con grande fermezza al Paese e alla politica nazionale rivendicazioni sempre disattese. Nel ’90 Mizzau esce di scena, l’impegno politico si stempera e prevale quello culturale. La rivista oggi ha come direttore editoriale (e factotum) l’ingegner Vittorio Zanon ed è diretta da Silvano Bertossi. Vanta un più che nutrito gruppo di collaboratori, tra i quali ricordiamo Bruno Londero, Enzo Santese, Rita Mascialino; non mancano i giovani come Andrea Romano. Il progetto odierno è quello di dare voce a quelle nuove energie intellettuali emergenti che difficilmente trovano spazio editoriale; inoltre, ci si propone la valorizzazione, l’approfondimento e la verifica dell’identità friulana e regionale con atteggiamento di totale apertura alle nuove forme espressive multietniche e multiculturali. Se non si ha consapevolezza della propria identità e delle radici, non è possibile instaurare un dialogo virtuoso col forest o col diverso. Contro le barricate culturali, dunque. Furlan, radîs, e tradizion divengono strumenti per la presa di coscienza del sé; perciò “La Panarie” dà ora spazio anche alle espressioni artistiche innovative e guarda con attenzione all’evolversi sociale di una realtà friulana non più inscrivibile negli antichi parametri di una società ormai trascorsa e chiusa in sé. Tale la linea editoriale: la cultura nasce allorché si conosce la propria storia, come dimostrano gli studi di Furio Bianco, Ginsburg e Gri e il loro “indotto”. La rivista è edita da La nuova Base, fondata da Alfeo Mizzau e rilevata da Vittorio Zanon nel 2004, con la quale condivide i destini, casa editrice che vanta pubblicazioni di opere fondamentali di Elio Bartolini, Carlo Sgorlon e Manlio Cecovini. Alla “Panarie” e all’editrice è affiancato il sito internet www.lanuova base.com che raccoglie tutti gli articoli aggiornando il lettore sulle nuove pubblicazioni.
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