Home / Archivio / Le lezioni americane: democrazia e manifattura

Le lezioni americane: democrazia e manifattura

Turbocapitalismo oligarchico, o pragmatismo a stelle e strisce Tra la rinascita economica Usa e i modelli emergenti di Mosca e Pechino a noi piace ancora guardare alla sponda atlantica

Premessa ineludibile, sincera e assai modaiola: evviva Renzi, speriamo che possa cambiare il nostro Paese. E per cambiare, l’abbiamo capito, bisogna anche essere disposti a fare a sportellate con chi non ci sta, con chi frena e con chi ostacola.
Cerchiamo anche di guardare, però, al di là del nostro naso e di intuire cosa significa, in termini di rappresentanza, modello democratico e sociale, quel che sta accadendo o potrebbe succedere. I leader e i governi, infatti, passano. Le istituzioni, invece, restano. E son di tutti.

Regolamento di conti
Partiamo, dunque, da una domanda: lo scontro tra il premier e il sindacato è un regolamento di conti all’interno di quella che soltanto per comodità chiamiamo ancora sinistra, oppure è il tentativo di affermare un modello nuovo rispetto alla prassi consolidata secondo la quale in casa nostra si cerca sempre di contemperare il libero mercato con la mediazione sociale?

Difficile dirlo. Forse non lo sanno fino in fondo nemmeno i protagonisti. E forse non gliene importa nemmeno molto. A noi sì, invece. Anche perché l’aria che tira intorno a noi non è proprio una boccata di ossigeno da questo punto di vista.
La democrazia, da quando sistemi economici come quello cinese e quello russo si sono rafforzati a dismisura, è fortemente indebolita.
Pechino ci ha dimostrato che un regime autoritario può praticare agevolmente il capitalismo individuale. Anzi, lo può fare con grande efficienza, anche perché non ha i nostri problemucci di welfare e tutela ambientale.
Pure  Mosca è l’esempio perfetto di come una democrazia imperfetta – usiamo un eufemismo – consenta un gigantismo economico e fronte di un nanismo sociale. Non vorremmo, quindi, che qualche buontempone cominciasse a pensare che il processo democratico rappresenta un ostacolo alla generazione del profitto.
Ragioniamo per paradossi, ma nemmeno troppo, a meno che non abbiamo l’onestà intellettuale di leggere i cambiamenti epocali cui stiamo assistendo con la necessaria lucidità.
E’ accaduto nel tormentato Novecento. E, almeno per quanto ci riguarda, vale anche nel nuovo millennio: se c’è un luogo a cui guardare, preferiamo sicuramente volgere lo sguardo agli Stati Uniti. Che non sono il Paese delle meraviglie, ma di sicuro rappresentano ancora oggi un modello ben più attraente rispetto al turbocapitalismo oligarchico.

Reindustrializzazione
Cosa ci dice la lezione americana? In termini di democrazia, con procedure ben più semplici e con una burocrazia slim fit, gli Usa, al di là della retorica e delle politiche industriali di Obama (democraticamente castigato alle urne nonostante i successi economici), stanno davvero percorrendo la strada della reindustrializzazione.
Il rinascimento dell’industria è diventato uno degli elementi più interessanti di questo rialzarsi dell’America dalla “grande recessione”. E non risulta che questo sia accaduto facendo a pugni con i corpi intermedi della politica statunitense. Al contrario, quello cui stiamo assistendo è uno sforzo coordinato e corale, centrato su una ricetta economica che pone la manifattura al centro, ma che rafforza al contempo pure la coesione sociale e la democrazia.

Messaggio chiaro
Un messaggio, dunque, molto chiaro quello che giunge dall’America, destinato all’Europa e all’Italia in particolare, ancora alla ricerca di un governo e di un programma economico: è giunto il momento di pensare seriamente a togliere il “tappo” che chiude la crescita e puntare agli stimoli, anche fiscali, per il settore privato e per l’industria in particolare. Non è liquidando i corpi intermedi, non è restringendo i limiti - sociali, ambientali, etici, di rappresentanza - che daremo al nostro sistema economico una chance di uscire dalla crisi.
Tra Pechino, Mosca e Washington continuiamo a preferire quest’ultima. E aggiungiamo pure che tra il modello di austerità alla tedesca e il modello di crescita americano, ci pare più convincente il secondo. Ci sarà un motivo se l’Europa delle fabbriche è seduta e invece il Nord America ha ripreso a correre?
L’ennesima lezione americana, non soltanto sul terreno economico, ma anche in tema di democrazia.

0 Commenti

L'economia in un click

IL CONCORSO

Cultura

Economia

Sport news

Politica

Il Friuli

Green

Business

AGENDA

Invia questa pagina ad un tuo amico
I campti contrassegnati con * sono obbligatori