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Lo Stato faccia un passo indietro

Recupero a macchia di leopardo - Se le imprese non possono averlo amico, almeno non ce l’abbiano nemico. Solo così la libera iniziativa privata può esprimere le potenzialità che il nostro Paese continua ad avere

Più uno, o più zero virgola? Poco cambia, anche se è confortante quel segno più dopo un interminabile ciclo negativo a saldo della nostra crescita. Forse non bisogna lasciarsi influenzare troppo da numeri e dichiarazioni, ma piuttosto si deve guardare – con uno sguardo di tipo qualitativo – alla condizione reale del Paese e del suo tessuto economico. Visto con questi occhi, il panorama è a macchia di leopardo e non risponde affatto ai canoni con cui ci stiamo abituando a leggere i dati e le statistiche che, val la pena sottolinearlo, eccedono puntualmente per ottimismo.
Ci sono, in realtà, aziende in difficoltà e altre che, invece, hanno raddoppiato e triplicato i fatturati. Il più delle volte, sono imprese che esportano, va bene. Ma ci sono, però, anche aziende in crescita in settori maturi e, viceversa, realtà in crisi in settori emergenti. C’è chi va a gonfie vele al Sud e chi arranca al Nord. A dimostrazione che non sono nemmeno le dinamiche territoriali a dettare per forza legge. Quello che conta, alla fine, è sempre e solo l’iniziativa imprenditoriale dei singoli e la loro capacità di innovare e cambiare rapidamente. La loro capacità di stare sul mercato, indipendentemente dall’aria che tira e nonostante la zavorra del cosiddetto sistema Paese che, non è superfluo rimarcarlo, era e rimane per molti un’autentica palla al piede.


L’unica risorsa ancora viva
Insomma, senza negare l’evidenza, possiamo constatare che l’Italia rimane saldamente nel novero delle prime dieci economie mondiali. Siamo secondi solo alla Germania se stringiamo l’analisi al settore manifatturiero. Bene non va, ma in fondo, e nonostante tutto, continuiamo a giocarcela.
Lo Stato può far poco e quasi nulla ha fatto per spingere di più la crescita, appurato il fatto che l’iniziativa imprenditoriale pubblica è quasi sparita. E non è detto che, visto come sono state spese storicamente le risorse pubbliche del Belpaese, sia soltanto una brutta notizia. Ciò non significa che il Governo sia rimasto con le mani in mano, ma è chiaro che lo Stato, in questa fase, non può che limitarsi a interventi incrementali, come sta facendo Renzi, che accontentano qualcuno e scontentano altri. Per esempio, ha deciso di tassare i consumi e le rendite finanziarie, in cambio del bonus Irpef da 80 euro e del taglio dell’Irap. Sono scelte. Con una mano si dà e con l’altra si prende. Un po’ come succedeva negli Anni ’70, quando i Bot rendevano il 15% di interesse, soltanto che poi si andava in banca e si scopriva che c’era lo stesso livello di inflazione.
Sostanzialmente, dunque, è rimasta soltanto l’iniziativa privata. Un terreno nel quale c’è chi se la cava egregiamente, chi strappa la sufficienza e chi, purtroppo, getta la spugna. Se chiedi, a chi fa funzionare il proprio modello di business, qual è la chiave del successo ti squadernerà una ricetta personalizzata.

Una ricetta per tutti
Su una cosa, invece, sono tutti concordi e, in questo caso, la ricetta è valida per tutti i palati: lo Stato lasci gli imprenditori liberi di operare. Loro sapranno, caso per caso, come reagire e innovare, come uscire dalla crisi. C’è già chi ci sta riuscendo, mentre chi non ci riesce dovrà cambiare. Paradossalmente, dunque, si chiede che la mano pubblica sia più leggera possibile. Più che metterci le mani, dunque, è meglio non mettercele. Laddove farlo, molto spesso, significa complicare la vita più che agevolarla per chi sta in trincea. Riforma della giustizia civile, infrastrutture, bolletta energetica, tasse, burocrazia: è il solito elenco di cose da fare. Tutti sanno quanto possano essere utili, se non addirittura, come in certi casi, indispensabili. Ma le imprese non possono permettersi di aspettare che cambi qualcosa dall’alto, né devono aspettarsi incentivi pubblici, devono soltanto fare il loro mestiere nella speranza che la cosa pubblica le aiuti a liberare il campo, almeno dagli impedimenti più ingombranti. O, quantomeno, che non ci metta del suo per ostacolare ulteriormente chi combatte la propria battaglia sul campo per competere.
Tutti gli attori sono concordi: i primi nemici delle imprese sono, in Italia, lo Stato e la burocrazia. Non è certo una novità. Avere un Paese business friendly è il sogno, forse impossibile, di molti imprenditori. Più pragmaticamente, però, oggi si contenterebbero di un sogno un po’ più piccolo. Insomma, se non riescono proprio ad averlo come amico, sarebbe già tanto se le imprese potessero stare sul mercato senza l’handicap di uno Stato che finisce per essere, speriamo suo malgrado, un nemico.

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