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Luci e ombre di un anno del renzismo al governo

Analisi oggettiva tra annunci e risultati - Il modello adottato ha rotto con l’immobilismo degli anni precedenti, ma langue sui temi strategici della crescita economica, del lavoro e delle tasse

Il governo compie un anno. Tentiamo un bilancio di questi dodici mesi cercando di evitare le sperticate lodi di certi cantori del renzismo e, all’opposto, gli eccessi degli oppositori a tutti i costi.
Spenta la prima candelina, il bilancio politico fa registrare un grande cambiamento rispetto al passato. Sta cambiando radicalmente il volto del Partito Democratico, la principale forza di governo, guidata dallo stesso premier. I rapporti con le altre forze parlamentari sono stati caratterizzati da grande cinismo, tra patti e maggioranze variabili, che hanno prodotto anche un’elezione con ampi consensi del nuovo presidente della Repubblica. Se sul fianco destro e sinistro si agitano figure alla Salvini e alla Landini, i migliori avversari possibili per lui, il premier può dormire tra due guanciali e cercare di coltivare le vaste praterie elettorali moderate e riformiste che potrebbe intercettare il suo progetto di Partito della nazione. Forza Italia e Berlusconi sono in crisi d’identità e Grillo dà la sensazione, come si diceva una volta, di aver perso la spinta propulsiva.

Sin qui un bilancio politico, da Oscar o quasi, con un evidente neo: va in scena un ‘one man show’ con poco altro attorno. Quanto allo stile, ci limitiamo a osservare come un cambiamento di linguaggio nei confronti di alcune nobili, ma un po’ ingessate, strutture delle conservazione italiana (Parlamento, sindacati, associazioni di categoria, media) sia servito perlomeno a muovere le acque.

Bocciato in economia
Sul fronte economico, invece, la contabilità è senza dubbio più deludente. Sono state annunciate una marea di riforme, alcune sono state progettate, altre cantierate, poche sono state definite. E guardando alle tre necessità principali del Paese, vale a dire alla crescita economica, al lavoro e alle tasse, i numeri sono da bocciatura. Forse non poteva essere diversamente, perché è chiaro che al netto della propaganda le grandi dinamiche economiche non si muovono con la bacchetta magica. Una debolissima ripresa o un’economia che non si contrae più, mettiamola così, è meglio di prima. Ma è poca cosa se ci guardiamo intorno e se consideriamo le congiunzioni astrali positive e forse irripetibili (prezzo del petrolio, costo del denaro e valore dell’euro) che stanno caratterizzando il quadro generale.
Ripercorriamo adesso le tappe più significative di questo anno. Partiamo dalla guida italiana del semestre europeo. La battaglia sulla maggiore flessibilità è un sostanziale pareggio: Bruxelles non ha accettato le richieste italiane di scorporare dal calcolo del deficit gli investimenti produttivi, chiedendo invece un minore aggiustamento del deficit strutturale.
Sui debiti della Pubblica amministrazione, invece, le promesse sono state sostanzialmente mantenute.
Le imprese, specie quelle più grandi, non possono dirsi deluse dal governo Renzi, Jobs Act in primis. Gli imprenditori portano a casa soprattutto il taglio dell’Irap e la detassazione sulle assunzioni.

Promessa mantenuta
Un altro plus dell’esecutivo Renzi è rappresentato dagli 80 euro al mese ai redditi medio bassi, come da promessa. Non è stato possibile estenderlo, come ventilato, ma il premier ha voluto allargare la platea quantomeno a chi farà un figlio nel 2015 col bonus bebè. È andata peggio ai dipendenti dello Stato, che si sono visti gli stipendi bloccati per il quinto anno consecutivo.
La misura che ha fatto più rumore è il Jobs Act anche perché su questo terreno il premier si è mosso diversamente da quanto aveva annunciato. L’abolizione dell’articolo 18 è stata la pietra dello scandalo, ma non è l’unica. I favorevoli sottolineano che l’emergenza del momento è la disoccupazione e che il contratto a tutele crescenti, unito agli sgravi fiscali sulle assunzioni, agevolerà una ripresa dell’occupazione, specie quella giovanile.
Per i detrattori è, invece, la classica riforma che obbedisce all’austerity imposta dall’Ue, con tagli di spesa pubblica, politiche che riducono la capacità contrattuale dei lavoratori e sgravi fiscali per le grandi imprese, specie per quelle che esportano. Per tirare le somme occorrerà attendere i dati dei prossimi mesi.
Un capitolo misterioso, infine, è quello legato alla spending review del commissario Cottarelli, che non è mai stato messo in condizione di portare a termine il proprio lavoro e, infine, è stato sollevato dal ruolo. È stato, invece, chiesto agli enti locali tutti di trovare 6,2 miliardi l’anno, con tagli o con aumento di tasse.
Ancora in itinere, infine, le riforme costituzionali e il cambio della legge elettorale.
Si poteva fare di meglio? Sì. Si poteva fare di più? Certamente. Si poteva fare diversamente? Di nuovo, sì. Si poteva, però, anche continuare a non fare. E sarebbe stata una disgrazia peggiore.

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