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Non (ci) si vuole rendere conto

Figli e figliastri - Nella scuola, come nella pubblica amministrazione, sono le persone a fare la differenza, ma non si riesce ancora a premiare chi veramente merita

Le recenti polemiche sulla riforma scolastica proposta dal Governo Renzi mettono per l’ennesima volta il dito nella piaga e confermano un andazzo che è davvero difficile cambiare. La tendenza a non farsi misurare e valutare individualmente - lo conferma pure quest’ultima querelle - è uno dei tanti, se non il vero problema della pubblica amministrazione italiana. Il solo accennarvi suscita ondate di protesta ora dei docenti, ma in passato di altre categorie di impiegati pubblici, molti dei quali peraltro si sottopongono a lodevoli e innegabili sforzi.

Partiamo dai dirigenti
Il pesce puzza, non vuol sentirselo dire e, come da prammatica, puzza dalla testa. Proprio per questo, proprio per piegare resistenze tanto forti, un governo riformatore dovrebbe sapere che l’ostacolo al farsi valutare si supererà soltanto quando i primi a essere ancor più inflessibilmente giudicati saranno proprio i dirigenti: chi più ha responsabilità, per primo dovrebbe sapere che se non raggiunge gli obiettivi assegnati può andare anche a casa, senza scaricabarile su chi è sottoposto alle sue direttive.

Non è una scuola o una pubblica amministrazione gerarchica quella che mette il merito al centro di tutto. Sono una scuola e una pubblica amministrazione efficienti, ad esempio, quelle che consentono a chi s’impegna di guadagnare anche molto di più e di diventare dirigente magari a 35 anni, invece che a 60, trascinato soltanto da un inesorabile percorso d’anzianità. Ma quello appena svolto non è un ragionamento che riguarda soltanto la scuola.
I processi di modernizzazione della pubblica amministrazione e la loro graduale, ma profonda trasformazione, implicano rilevanti cambiamenti a livello organizzativo fondati su una nuova centralità dei servizi, sull’orientamento all’utente-cliente, su nuovi criteri di economicità e qualità, su responsabilità verso obiettivi e risultati, sulla semplificazione-miglioramento dei processi, sull’innovazione dei sistemi di gestione del personale ispirati alla centralità delle persone e delle competenze.
In questo processo di forte cambiamento diventano sempre più fattori strategici di successo le persone, le loro competenze, il livello di motivazione e impegno che vogliono e possono esprimere all’interno del lavoro e delle responsabilità loro assegnate. Perché sono le persone, in ogni ambito e in ogni settore – non ci stancheremo mai di ripeterlo – che ‘fanno la differenza’. Ammesso che il sistema glielo consenta o li incoraggi in questa direzione.
L’esempio della scuola, come si diceva, è soltanto l’ultimo di una lunga serie e segnala la difficoltà a proiettare il mondo della pubblica amministrazione verso un orizzonte meritocratico. Non a caso, anche nella riforma Madia non c’è alcun riferimento forte alla responsabilità dei dipendenti pubblici, alla possibilità di licenziamento, a una vera mobilità obbligatoria, all’individuazione di precisi criteri per la determinazione degli esuberi, mentre troppo generiche, ancora una volta, sono le previsioni di valutazione.
Il tutto, mentre il settore privato ha subito i sacrifici, i tagli, le lacrime e il sangue necessari per resistere in una prolungata stagione di crisi. La brutta sensazione, che purtroppo si sta facendo strada in una larga fetta dell’opinione pubblica meno tutelata, è che ci siano figli e figliastri. Una considerazione potenzialmente in grado di scatenare pericolosi conflitti sociali, inutili guerre tra poveri, che sarebbe opportuno disinnescare immediatamente.

Leva del rilancio
Malgrado lo sviluppo di differenti approcci e i tentativi di implementazione sin qui compiuti, invece, il percorso per giungere a strutturare un approccio omogeneo e condiviso sul tema dei ‘sistemi’ a supporto della gestione e dello sviluppo delle risorse umane nella pubblica amministrazione è ancora un percorso lungo e accidentato. Eppure, questo tema è assolutamente centrale per lo sviluppo del nostro sistema Paese. Soltanto con servizi all’altezza della situazione, proprio a partire dalla scuola, e con una burocrazia efficiente ed eccellente saremo in grado di competere di più e meglio. Le riforme sin qui avviate sembrano andare nella giusta direzione, ma il percorso rischia di essere privo di quegli elementi di rottura tipici di una riforma che abbia l’ambizione di imprimere davvero una svolta. Si cambia, dunque, ma per ora non si ‘cambia verso’.

1 Commenti
renzoslabar

Il bischero di Rignano sull'Arno che cosa fa?
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Ripeto quanto scritto è già pubblicato nell'anno 2004 e riportato al seguente URL.
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http://www.ilfriuli.it/articolo/Politica/La_Cisl_Fvg_chiede_spazio_alla_concertazione/3/139848
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UDINE
Troppa gente
alle dipendenze
dello Stato
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Pubblicato Sabato 11.12.2004
Sezione lettere de "Il Gazzettino" del Fiuli, pagina XVI
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http://www.agoravox.it/Contratto-statali-6-euro-lordi-d.html
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Poi alcune altre mie considerazioni sulla delinquenza politica ed economica espresse nel seguente collegamento.
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http://www.ilfriuli.it/articolo/Economia/Brutte_notizie_dagli_artigiani/4/139837#commenti.
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Non da meno lo sono la cgil e la uil.
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Sabato 11.12.2004
Sezione lettere de "Il Gazzettino" del Fiuli, pagina XVI
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UDINE
Troppa gente
alle dipendenze
dello Stato
.
Bisogna ridurre il personale in esubero nell’amministrazione pubblica, per
liberare le risorse necessarie al finanziamento delle politiche per la
riduzione dell’insostenibile pressione fiscale, per la ricerca e lo sviluppo.
Bloccare il turnover quale toccasana per conseguire i risultati sopraddetti è velleitario e propagandistico. Il fattore "tempo" è sfavorevole, perché la dinamica del turnover è troppo lenta nel produrre i benefici ricercati, poiché i risultati si conseguiranno solo nel lungo termine. Inoltre le necessità di reperire le nuove professionalità sconsiglia quella che potrebbe configurarsi come una nuova rigidità nel mercato del lavoro.
Ricordo che durante il governo dei sinistri "Prodi-D’Alema-Amato", l’apparato alle dipendenze statali fu sfoltito di 290.000 unità, alla chetichella, senza contrasti sindacali, perché le stesse unità furono poste sul groppone del contribuente, lavoratore o detentore di capitali; nella migliore continuità dell’Iri di Prodiana memoria, con prepensionamenti e incentivi. Si doveva invece licenziare e dare un reddito minimo di sussistenza, come normalmente assicurano molti Stati nostri competitori, europei o extra-europei e taluni anche senza corrispondere alcunché.
Invece, fino ad oggi, questo governo ha assunto circa 119.000 unità
d’impiegati statali (non so se lavoratori). L’industria privata non assistita, che compete nel mercato mondiale, sarebbe fuori mercato qualora applicasse la ricetta statale.
Ripeto: chiunque sia al governo dovrà tagliare le spese improduttive per liberare risorse finanziarie, indispensabili per l’innovazione dei nuovi processi produttivi e la ricerca, i soli che possano permettere la competizione nel mercato internazionale e che potranno coadiuvare politiche di riduzione della pressione fiscale.
Invece si continua nel vecchio malvezzo dell’assistenzialismo ad attività fuori mercato, con costi grandemente maggiori delle politiche di sussistenza per chi sarà interessato dalla chiusura delle stesse, e nel frattempo il mercato del vero lavoro langue; quello assistito prospera, compreso l’intra- e l’extra-comunitario.
Un appunto alle sofferenze industriali del nostro Friuli.
Le odierne vicende delle cartiera Burgo di Tolmezzo ed Ermolli di Moggio Udinese, che operano fuori mercato. In Finlandia sono prodotte bobine di carta con un fronte di 11,60 metri (hanno materia prima, acqua a volontà, centrali nucleari). E giù a far finta di finanziare depuratori che poi non sono realizzati; una maniera surrettizia di finanziare i livelli occupazionali.
Altro per l’ex-Manifattura di Gemona.
Ricordiamo ancora i nomi: Cumini? Comello? Patriarca? Dilapidarono miliardi di Lire d’intervento pubblico, per poi chiudere. E poi ci vengono a dire che serve importare manodopera! Facendo mente alla Zona Industriale di Osoppo, dicono niente le esperienze industriali dei gruppi Pittini e Fantoni? Nel "Gruppo Pittini" nell’ anno 1973 si producevano circa 180.000 tonnellate di vergella;
nell’anno 1979 circa 360.000 tonnellate, con circa 1500 unità lavorative;
nell’anno 1989 circa 700.000 tonnellate con circa 1100 unità lavorative; oggi
anno 2004 circa 1.000.000 tonnellate con circa 700 addetti.
Per non dire di tutte le piccole aziende che operano senza particolari aiuti.
Nell’apparato statale invece, nonostante "pensionati baby", scivolamenti, svii e deragliamenti, procedure informatizzate ed altre diavolerie moderne, prosperano i "lavori socialmente in-utili".
Sempre per la nota teoria:
e poi chi vota chi?
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Renzo RIVA
Buia

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