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Un bagaglio utile per i nostri giovani

Fin dai banchi di scuola, educazione allo spirito d’iniziativa. La creazione di un’impresa non si improvvisa, ma occorrono competenze che si possono apprendere già dalle scuole superiori e pure prima, almeno come approccio culturale

Imprenditori si nasce o si diventa? Difficile dare una risposta secca a questa domanda, ma è ampiamente riconosciuto che l’istruzione può contribuire alla creazione di una cultura più imprenditoriale, cominciando con i giovani e con la scuola. Insegnare ai ragazzi come si diventa imprenditori, accendere già sui banchi di scuola lo ‘spirito d’impresa’, fornire le competenze utili per sviluppare idee concrete di avvio di un’attività al termine delle scuole superiori è sicuramente possibile.
Possiamo, altresì, aggiungere che la promozione di atteggiamenti e competenze imprenditoriali è vantaggiosa per la società in generale, al di là della loro possibile applicazione a nuovi progetti aziendali. Insomma, rappresenta un bagaglio culturale aggiuntivo cui attingere in ogni circostanza della vita.

La base del progresso
Incoraggiare lo spirito d’impresa nei ragazzi e nei giovani, peraltro, costituisce una precondizione per ottenere progressi – nel medio e lungo termine – sul fronte dell’occupazione, della crescita, della concorrenzialità e dell’innovazione.

Per dirla a chiare lettere: se vogliamo continuare a godere di un certo benessere, sappiamo che dovremo incoraggiare la nascita di tante nuove aziende.

Oggi solo pochi casi isolati
Per fare ciò sarà necessario incentivare, possibilmente fin dai banchi di scuola, un’educazione allo spirito d’iniziativa che finora, salvo lodevoli eccezioni affidate alla buona volontà di qualche preside o insegnante illuminato,  non è mai stato troppo presente nelle nostre aule. Cosa bisognerebbe fare, dunque?
Intanto, si potrebbe cercare di promuovere lo sviluppo delle qualità personali rilevanti nella formazione di uno spirito imprenditoriale: creatività, spirito d’iniziativa, assunzione di rischi e di responsabilità.
In secondo luogo, si dovrebbe offrire agli studenti una conoscenza precoce e un contatto diretto con il mondo delle imprese e una buona comprensione del ruolo degli imprenditori nella società.
Si potrebbe lavorare, poi, per sviluppare la consapevolezza negli studenti del fatto che il lavoro autonomo può costituire un’opzione valida di carriera e che da ragazzi è lecito sognare il posto fisso e un futuro da lavoratore dipendente, ma è ancor più entusiasmante sognare un po’ più in grande, immaginandosi imprenditori.

Teoria e pratica
Sul terreno più squisitamente concreto, invece, ciascun processo formativo dovrebbe organizzare attività basate sull’apprendimento tramite pratica e fornire una formazione specifica sul modo di avviare un’impresa.
È chiaro che quello tracciato è un percorso di semina. Il quale, per sua natura, è incapace di dare frutti immediati. È un investimento paziente, che deve coinvolgere l’intero sistema scolastico, per far capire ai giovani, ma prima ancora alle scuole e ai docenti, quanto oggi sia importante e strategico fare impresa e quanto la cultura dell’imprenditorialità non solo favorisca la nascita di nuove imprese, ma aiuti anche quei giovani che nelle aziende inizieranno a lavorarci come dipendenti.

Nulla si improvvisa
Partendo da una convinzione: la creazione di un’impresa non si improvvisa, ma occorrono competenze che si possono apprendere già dalle scuole superiori e pure prima, almeno come approccio culturale. Sviluppare l’assunzione del rischio, prendere decisioni, essere in grado di elaborare un’idea per farla diventare un prodotto o un servizio, essere orientati ai risultati e alla creatività: insomma, acquisire il modello di comportamento dell’imprenditore si può anche imparare.
L’educazione allo spirito imprenditoriale, quindi, è un buon investimento per tutti e una riforma quasi a costo zero. Una sfida culturale, che dovrebbe diventare una priorità per il nostro Paese se davvero vuole ‘cambiare verso’.

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