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Colpiti alle spalle

INCHIESTA - Le aziende sono esposte costantemente a danni patrimoniali e anche reputazionali per colpa di una materia fiscale troppo complessa e di una giustizia inefficiente

Colpiti alle spalle

Di fronte concorrenti esteri, fluttuazione delle valute, scarsità di credito, improvvise crisi internazionali; alle spalle un Fisco pronto a contestare irregolarità, spesso sulla base di presunzioni e interpretazioni controverse. Le imprese, così, oltre a tutte le variabili di mercato devono mettere in conto anche il ‘rischio fiscale’, un aspetto che ormai è diventato materia di gestione quotidiana. Operazioni infragruppo con filiali estere alla luce del sole, adempimenti fiscali sulle cui procedure la stessa giurisprudenza non si è espressa in maniera univoca o, più semplicemente, distrazioni ed equivoci in buona fede rischiano di costare molto caro, causando danni non solo patrimoniali, ma anche reputazionali. Il ricorso alla giustizia tributaria, certamente, può dimostrare l’innocenza dell’azienda, e statisticamente nella maggior parte dei casi è proprio così, ma questo accade dopo troppi anni e a un ‘prezzo’ che è diventato insopportabile.

Le aziende devono adottare un diverso approccio alla materia fiscale, organizzandosi al proprio interno al fine di limitare al minimo il rischio e prepararsi ad affrontare qualsiasi ‘incidente’ di percorso. È la raccomandazione di Luca Chiodaroli, direttore della filiale italiana della società internazionale di consulenza Pwc.

Quanto è sentito dalle aziende il rischio fiscale?
“Il rischio fiscale, inteso come rischio di non conformità con le vigenti disposizioni normative, è sempre più sentito, sia per i danni patrimoniali legati alla maggior imposta accertata e alle eventuali sanzioni, sia per il connesso danno reputazionale, rilevante spesso a prescindere dall’eventuale esito del contenzioso. In passato, è stato sottovalutato, nel senso che l’area fiscale in società anche di rilevanti dimensioni veniva delegata alla specialistica fiscale, non sempre adeguatamente connessa alle altre funzioni aziendali, e restava esclusa dalle regole, dalle procedure e dalle verifiche tipiche dei sistemi di controllo interno.
Ora sottovalutarlo è un rischio sempre maggiore, anche per alcune recenti evoluzioni normative: in primis, perché Banca d’Italia ha introdotto l’obbligo per la banche di estendere il perimetro dei propri sistemi di controllo anche all’area fiscale; inoltre, nella delega fiscale al governo si intende introdurre un nuovo rapporto tra Fisco e contribuente denominato ‘adempimento collaborativo’, che darà accesso a un sistema premiale, ma che ha un chiaro pre-requisito per l’adesione, cioè la presenza in azienda di un sistema di controllo del rischio fiscale”.

Può interessare qualsiasi tipo di azienda?
“Interessa tutti i tipi di aziende: certo è che la probabilità di ricevere un accertamento per un grande contribuente, ovvero con un fatturato superiore ai 100 milioni di euro, è in costante aumento. Da un punto di vista probabilistico, è una certezza. Si consideri che Il 98% dei controlli eseguiti dall’Agenzia delle Entrate nel 2013 nei confronti dei grandi contribuenti ha rilevato un comportamento non fiscalmente corretto”.

Come si limita questo rischio?
“I responsabili aziendali sono chiamati a riflettere sull’efficacia dei sistemi di controllo esistenti. Dovranno, in ogni caso, essere pronti ad affrontare il tema non solo con i propri vertici, ma anche con chi svolge altre funzioni, come l’amministrazione finanziaria; ma anche i vari stakeholder, quali clienti, fornitori e dipendenti; per non dimenticare i media. Sarà sempre più difficile confinare i temi fiscali nell’ambito e nella responsabilità solo della funzione fiscale, come avvenuto fino a oggi.
Indirizzare in modo strutturato la riflessione su quali sistemi di controllo esistano e su come rafforzarli significa riflettere su quello che in ambito internazionale viene definito Tax Control Framework, ovvero il sistema di gestione e controllo del rischio fiscale inteso non come modello standard da applicare, ma come approccio organizzativo e procedurale modellato sulla propria realtà”.

Sistema fiscale penalizzante per privati e imprese - Le pretese dell’amministrazione finanziaria risultano infondate nel 69% dei ricorsi alla Commissione provinciale e la durata del giudizio impone alle aziende consistenti immobilizzazioni di risorse preziose  
I numeri del contenzioso tributario provinciale e regionale sono in calo, ma si tratta di un numero di cause ancora troppo elevato per un Paese civile. Basti pensare che a livello nazionale ci sono ogni anno 9,2 casi di contenziosi fiscali ogni mille abitanti, quando in altri Paesi, ad esempio gli Stati Uniti sono 0,2 pari a 76mila complessivi contro i 591mila complessivi in Italia.
“Si tratta di numeri ancora troppo elevati – osserva Lorenzo Sirch, presidente dell’Ordine dei dottori commercialisti e degli esperti contabili di Udine - che denotano il malfunzionamento di un sistema fiscale che è penalizzante sia per i privati, sia per le imprese, considerato che nella sola provincia di Udine le pretese dell’amministrazione finanziaria risultano infondate nel 69% dei ricorsi esaminati dalla Commissione tributaria provinciale, mentre in sede di Commissione regionale la pubblica amministrazione è risultata totalmente vittoriosa solo nel 36% dei casi.
 Inoltre, la durata complessiva di tutti i gradi di giudizio dei processi tributari è ancora troppo elevata. Questo significa, soprattutto per le imprese, immobilizzare risorse preziose che potrebbero essere destinate all’attività di ricerca e sviluppo e alla creazione di posti di lavoro”.

Pretese erariali fondate su interpretazioni controverse L’alto livello di litigiosità non può essere spiegato con una diffusa propensione all’evasione: il vero problema è che mancano regole certe e chiare  
Le contestazioni del Fisco sono in massima parte basate su presunzioni e interpretazioni, piuttosto che su regole giuridiche chiare e certe. Un fattore che incide pesantemente sul rischio fiscale per le imprese.
“La regola secondo cui è necessario prima pagare e poi ricorrere – dichiara Antonio Simeoni, consigliere dell’Ordine dei dottori commercialisti e degli esperti contabili di Udine – è penalizzante perché prevede il versamento anticipato di parte del le pretese accertate dello Stato.
Dalla Commissione tributaria provinciale di Udine solo nel 38% dei casi sono state accolte da parte dei giudici le istanze di sospensione dell’accertamento impugnato, pari a 66 su 195 richieste su un totale complessivo annuo di ricorsi decisi di poco inferiore a mille. In questo senso, servirebbe una riforma in senso più favorevole al contribuente, per ampliare le possibilità di sospensione-riduzione dei versamenti da effettuare in pendenza di giudizio”.
Secondo i commercialisti, quindi, il fatto che il Fisco abbia ragione sono in un numero minoritario di contenziosi impone provvedimenti urgenti.
“Le motivazioni di una litigiosità così elevata – continua Simeoni - sono molteplici, la causa principale consiste nel livello di incertezza e di complessità normativa che permea il nostro ordinamento tributario, perché la pretesa erariale si fonda in larga misura su presunzioni e interpretazioni controverse, piuttosto che su regole giuridiche chiare e certe. Una litigiosità che non può essere spiegata solo richiamandosi alla diffusa propensione all’evasione nel Bel Paese, considerato che, dati alla mano, solo in un terzo dei casi i giudici tributari confermano le ragioni del Fisco e certificano l’evasione. Per ovviare a questo è auspicabile un’accelerazione nel perfezionamento del Decreto legislativo sulla Certezza del Diritto”.

Giudici professionali e processo telematico
I ricorsi di minore valore vanno snelliti, dando il giusto riconoscimento a un settore della giustizia delicato e complesso
La giustizia tributaria ha bisogno urgente di una riforma, proprio perché rappresenta un asset fondamentale anche per lo sviluppo economico, come sottolineato da Roberto Lunelli, noto tributarista udinese e vicepresidente nazionale dell’Anti, nella sua relazione tenuta in occasione dell’inaugurazione a Trieste dell’anno giudiziario 2015 della Giustizia tributaria.
“Qualsiasi istituzione e procedura è tanto più efficiente e affidabile quanto lo sono le persone che la compongono e la sviluppano – ha spiegato – da qui l’esigenza di giudici professionali dotati della indispensabile qualificazione specialistica, che il settore richiede. Aspetto che tutti gli addetti ai lavori considerata fondamentale, ma la sua concreta attuazione è stata, finora, sempre riconosciuta, ma rinviata. Credo che questa decisione sia ormai indifferibile: da subito per almeno una parte dei giudici tributari, ma in prospettiva per tutti. Massimo apprezzamento - continua - per gli attuali giudici onorari, che dedicano tempo e impegno a fronte di compensi che non consentono neanche di coprire le ‘spese vive’, ma un settore delicato e complesso come quello tributario reclama giudici professionali e a tempo pieno, con uno status giuridico e un trattamento economico equivalente a quello dei magistrati delle altre giurisdizioni.
Solo così potranno approfondire la materia, in continua evoluzione, aggiornarsi in proprio o partecipando a corsi e seminari di studio e, soprattutto, dedicare il tempo necessario per l’esame dei fascicoli loro affidati e anche per attività collaterali, come la realizzazione di un massimario delle sentenze, che potrebbe costituire una ‘bussola’ sia per l’amministrazione finanziaria, sia per i contribuenti e i loro consulenti”.

Ordine di importanza
Dai dati pubblicati dal Consiglio di Presidenza della Giustizia tributaria, sottolinea Lunelli, emerge che nel 2014  quasi l’80% dei ricorsi pendenti in Commissione tributaria provinciale ha riguardato controversie di valore fino a 20mila euro, ma quell’80% rappresentava meno del 3% in termini di valore; viceversa, l’1% dei ricorsi ha riguardato controversie di valore superiore al milione di euro, ma quell’1% costituisce, in termini di valore, più del 70% della materia del contendere complessiva.
“Di qui una doverosa conclusione – indica Lunelli - con i vincoli finanziari ben noti, si può migliorare l’efficienza della giustizia tributaria stabilendo che le controversie di modica entità e non particolarmente complesse siano affidate a un giudice monocratico, ovviamente professionale e a tempo pieno, specializzato nei diversi rami del diritto tributario, che darebbe buone garanzie facendo venir meno anche l’attuale procedura spuria del reclamo-mediazione, per far sì che le relativamente poche controversie veramente ‘importanti’, per importo o rilievo economico-sociale, siano affidate a un Collegio a composizione mista, con udienze da tenersi, anziché nei ristretti tempi delle attuali udienze in cui, in una mattinata, si discutono dieci o venti cause,  nel tempo richiesto per un vero e proficuo ‘dibattimento’ fra le parti.
La presenza di giudici professionali a tempo pieno consentirà, inoltre, una notevole riduzione del numero, del tutto abnorme con più di 7 mila all’anno, dei giudizi di Cassazione, con tempi lunghi, pari a una media di 5 anni e mezzo”.

Le mosse da fare
Lunelli, quindi, indica gli opportuni interventi in sede di delega legislativa al governo su uno strumento, il processo tributario, la cui attuale formulazione risale a vent’anni fa. Tra essi, in particolare, l’estensione della conciliazione giudiziale anche al secondo grado; la sospensiva, attualmente, concessa soltanto in alcune regioni; l’immediata esecutorietà delle sentenze dei giudici tributari, con ciò risolvendo il problema delle controversie da rimborso; l’applicazione della regola, finora largamente elusa, anche se di recente ribadita, di soccombenza nelle spese di giudizio, con intento non solo risarcitorio, ma anche dissuasivo; e, soprattutto di attuazione, senza ulteriori indugi, di quel processo tributario telematico di cui si sta parlando da anni, ma che ancora non è decollato.

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