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I sogni accendono il cambiamento

Ruben Palazzetti - Il nostro Paese non si merita la pessima posizione attuale

I sogni accendono il cambiamento

Fondamentali buoni, ma che non riusciamo a sfruttare. A invocare una svolta nella politica e nell’imprenditoria è Ruben Palazzetti, come lui stesso e la sua famiglia hanno fatto nell’azienda pordenonese, in pochi anni ripensata su tutti i fronti: quello dei prodotti, quello delle risorse umane e quello dello scenario commerciale. È, però, anche il cittadino-consumatore che, alla fine, alimenta un vortice perverso, visto che in questi anni ha mutato i propri stili di consumo penalizzando di fatto il Made in Italy e, così facendo, gettando nella depressione il mercato interno.

Come si sta comportando la sua azienda in questi ‘turbolenti’ anni?
“Sta rispondendo bene, continuando a investire per il futuro. Le acque, comunque, rimangono agitate, in particolare nel mercato italiano, tant’è che ormai il nostro export, oggi al 60%, ha superato il fatturato nazionale. Sinceramente, non avrei mai pensato che il nostro Paese scendesse così in basso: abbiamo buoni fondamentali economici e la posizione nello scenario internazionale che oggi occupiamo non è quella che meritiamo. Si dovrebbe ricominciare a parlare di grandi obiettivi, di sogni e, forse, oggi qualcuno ha ricominciato a farlo”.

Perché è così negativo il mercato italiano?
“In fin dei conti noi stessi alimentiamo la crisi, perché ci siamo appiattiti su un modello di consumo perverso, che privilegia il prezzo di acquisto di un prodotto, anziché la sua qualità, efficienza e durata. Faccio un esempio nel campo dei condizionatori: le vendite maggiori sono di modelli low cost che, però, consumano molto più di altri, portando il cliente alla fine a spendere molto di più in termini di costi di gestione negli anni”.

Nel vostro caso, quindi, guardare all’estero è stata una via obbligata?
“In molti altri Paesi si continua a fare un acquisto ragionato per i beni durevoli come i nostri. Inoltre, in Italia abbiamo dovuto fare una forte selezione dei distributori, molti dei quali erano stati pesantemente colpiti dalla crisi dell’intero settore edilizio”.


Qual è il cambiamento maggiore che avete dovuto affrontare?
“La nostra azienda, in appena tre anni, ha dovuto cambiare pelle su più fronti. Ad esempio, rispetto a un calo della domanda di caminetti in marmo abbiamo assecondato la crescita della richiesta di prodotti alimentati a pellet. I nostri dipendenti, molti dei quali sono con noi da decenni, hanno dovuto di conseguenza sviluppare nuove competenze professionali e, da marmisti di valore, sono stati formati per diventare ottimi metalmeccanici. Per fortuna, abbiamo sempre puntato sull’innovazione e le nuove tecnologie. Oggi, su 260 nostri dipendenti, ben 24 sono impegnati nel settore ricerca e sviluppo dell’azienda”.


Come cambierà nei prossimi anni il vostro settore?
“Secondo me, siamo giunti a un bivio. Il mercato si distinguerà tra prodotti low cost per acquisti dell’ultimo minuto nella grande distribuzione, da una parte, e prodotti di qualità, con alto contenuto di innovazione tecnologica ed estetica dall’altra. Prevedo che saranno sempre più richiesti prodotti in grado di funzionare sia a legna, sia a pellet, silenziosi e facili da usare, sempre più comodi per l’utente. Inoltre, si continuerà a seguire una strada già tracciata per quanto riguarda i rendimenti, sempre più alti, e le emissioni, sempre più basse e pulite”.

Cosa vi distingue dai concorrenti?
“Senz’altro il fatto che facciamo innovazione non a parole, ma con i fatti. In ‘frigo’ abbiamo nuovi progetti per i prossimi 4-5 anni. Ci è capitato, a volte, di lanciare nuovi prodotti troppo presto, quando il mercato e gli stessi nostri distributori non erano ancora pronti; ma normalmente, dopo qualche anno, i risultati ci danno ragione. Inoltre, a differenza di altri marchi, garantiamo assistenza post vendita e ricambistica, così che chi ha un modello Palazzetti anche dopo molti anni può fare l’adeguata manutenzione”.

Passaggio generazionale in un’industria familiare: come è stato nel vostro caso?
“In verità, mi sento imprenditore di prima generazione ‘e mezzo’, in quanto ho dato il via al nuovo ramo dell’attività nel settore dei caminetti assieme a mio padre Lelio, che mi ha avuto ad appena 21 anni, e a mia madre Diletta. Oltre a mia moglie Lucilla, che lavora assieme a me da quasi 40 anni, oggi in azienda ci sono due dei miei tre figli: Chiara e Marco, mentre Anna ha scelto la professione di medico.
Abbiamo distinto tra gestione e proprietà perché crediamo che, in azienda, più che la famiglia, conti la professionalità della squadra.
Un passaggio delicato, ma concordato, lo abbiamo vissuto qualche anno fa con l’uscita dall’azienda di mia sorella Cinzia, che ha seguito un proprio progetto imprenditoriale”.

Siete internazionali non solo come mercato, ma anche come occupati: come si gestisce questo amalgama?
“È vero, circa un terzo dei nostri dipendenti è extracomunitario. Ci siamo accorti di possibili problematiche a metà degli Anni ’90, con i conflitti nei Balcani, la cui eco aveva inevitabilmente riscontro nei rapporti tra diverse etnie. Oggi il fenomeno può ripetersi con i fatti che stanno accadendo in Siria e in alcuni Paesi islamici. Da molto tempo, quindi, siamo impegnati nell’integrazione delle diverse etnie. È un percorso che va seguito quotidianamente e che ogni anno culmina con il Family Day, durante il quale i dipendenti e le loro famiglie cucinano al barbecue, ovviamente con i caminetti Palazzetti. La convivialità che così si genera si è dimostrata un ottimo strumento di socializzazione”.

Un paio di anni fa siete stati protagonisti di un prestigioso accordo con il Ministero dell’Ambiente; cosa ha pensato alla notizia dell’arresto dell’ex ministro Corrado Clini nel maggio scorso?
“L’impressione che ho avuto a suo tempo della persona e del suo attivismo è stata senz’altro molto positiva. Successivamente, visti i fatti, ho pensato che, comunque, appartenesse a un’epoca che bisognava al più presto lasciarsi alle spalle. Per troppi anni, girando nelle fiere di tutto il mondo, come gli altri miei colleghi imprenditori ho dovuto subire le battute degli stranieri sul nostro premier di allora e sulla decadenza dei costumi della nostra classe politica”.

Come giudica la politica economica dell’attuale amministrazione regionale?
“L’impressione è buona. La riduzione dei costi della politica è un fatto positivo, come anche una riforma della Sanità che consenta di mettere sotto controllo la spesa pubblica. L’economia friulana, però, ha bisogno di molto di più: i fondi di rotazione e le finanziarie regionali non potranno mai sostituire quello che le banche non hanno fatto e ancora oggi spesso non fanno, ovvero dare credito alle aziende per progetti di sviluppo. A questo si aggiunge il problema che la ‘testa’ delle stesse banche, e cioè il potere decisionale, da tempo non è più in Friuli e tra poco non sarà più neanche in Italia”.

Il Pordenonese, secondo lei, avrà ancora un’identità manifatturiera?
“Deve continuare ad averla, perché è la sua vocazione e non ha alternative che possano sostituire tutto il valore economico e occupazionale dell’industria”.

Cosa pensa del frequente campanilismo tra Udine e Pordenone?
“Ho un cognome umbro, sono nato in Argentina e giro all’estero per lavoro in lungo e largo. Cosa vuole che le dica? Per me parlare di certe questioni è imbarazzante. Tutti dovrebbero viaggiare ‘consapevolmente’ molto di più, guardare cosa sta accadendo nel mondo e rientrare con la mente più aperta. Serve molta più umiltà, a partire da noi stessi imprenditori”.

 

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