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La dimensione non conta

Come stanno cambiando le banche - Il blitz del governo sulle grandi ‘popolari’ è solo uno dei tanti capitoli che hanno interessato il mondo del credito, il cui ruolo in questi anni è passato da motore dello sviluppo a cinghia di trasmissione della crisi

La dimensione non conta

Fino a pochi anni fa il ruolo delle banche era quello di motore dello sviluppo: raccoglievano i risparmi delle famiglie e li prestavano alle aziende per i loro investimenti. Poi, invece, sono diventate cinghia di trasmissione della crisi, crimini finanziari e speculazioni hanno bruciato enormi patrimoni e il credit crunch ha messo in difficoltà tutto il sistema produttivo. Provvedimenti per riparare ai danni e prevenire il ripetersi di simili danni ne sono stati presi, sia a livello mondiale, sia europeo, sia nazionale. E il blitz di inizio anno del governo italiano di riformare l’assetto delle banche popolari di maggiori dimensioni è soltanto una tappa. La metamorfosi dell’intero sistema bancario, però, è molto più complessa e non sempre fa ben sperare.

L’unica garanzia è la biodiversità
Mentre è in corso la rivoluzione sistemica generata dall’Unione bancaria europea, in Italia si mette in discussione in modello bancario popolare, forse anche cooperativo, dimenticando però che è nella biodiversità che il sistema è più forte rispetto alle crisi, spesso speculative, finanziarie. Ne è convinto Giuseppe Graffi Brunoro, presidente della Federazione regionale delle Bcc e rappresentate dell’Associazione bancaria italiana (Abi) per il Friuli Venezia Giulia.

Partiamo da lontano: cosa è successo in questi anni nel settore bancario?
“A mio modesto avviso, questa crisi epocale non è tanto figlia di una visione liberista dell’economia, quanto di un ‘anarco-capitalismo’ alimentato da un insano individualismo, anzi egoismo, dall’imprudenza e dalla dimenticanza delle regole basilari di etica pubblica e di educazione civica. Tutto trae origine da un peccato umano che risale alla notte dei tempi: la cupidigia verso il lucro”.

Il recinto è ancora aperto?
“Ci si dimentica sempre che  la finanza è un gioco a ‘somma zero’: per ogni euro che qualcuno guadagna, da qualche parte nel mondo c’è qualcuno che lo ha perso. È questa componente, comunemente nota come finanziarizzazione dell’economia, che va sottoposta a maggiore controllo. Nell’alluvione normativa che è seguita ed è ancora in corso alla crisi scoppiata nel 2007-2008 non si è ancora provveduto alla reintroduzione di una norma che separi più nettamente l’attività bancaria propriamente detta dall’attività finanziaria”.

È, quindi, ripetibile?
“L’impostazione italiana, inserita anche in Costituzione, richiama il ‘risparmio come bene pubblico’ ed è antagonista all’approccio anglosassone, che ha portato a una colpevole deregolamentazione. Il risparmio non possa può essere lasciato alla indiscriminata gestione di operatori planetari, spesso spregiudicati, impegnati a realizzare profitti di breve termine e a vantaggio dei soli azionisti o del top management. Infatti, Banca d’Italia controlla con molta attenzione e tenacia le banche italiane nell’esercizio del credito. Mentre non altrettanto attento è il controllo sulle banche planetarie e su tutte le attività di investment banking e su quelle di shadow banking. Sono queste le attività che mettono a rischio il risparmio e trasferiscono o sulla gente comune o sul contribuente il rischio delle attività speculative”.

Possiamo fare qualcosa nel nostro piccolo?
“Non possiamo lasciare sempre e solo ai regolatori il compito di far funzionare le cose e magari di pretendere di cambiare il mondo con delle regole. C’è la responsabilità sociale di ogni cittadino che va costruita e alimentata. In questo quadro è necessario accrescere l’educazione finanziaria dei cittadini in modo che siano in grado di fare scelte consapevoli”.

Veniamo, quindi, al sistema bancario: cosa sta succedendo oggi?
“Il settore bancario, in tutta Europa, sta vivendo un passaggio epocale le cui conseguenze non sono ancora del tutto chiare. È stata definitivamente approvata la cornice dell’Unione bancaria: vigilanza unica, protezione dei depositanti, gestione delle crisi uguale in tutti i Paesi, ‘fallibilità’ delle banche e relativi costi non più a carico degli Stati, ma del settore stesso e, quindi, ingenti fondi di garanzia da depositare ex ante per poter svolgere l’attività bancaria. Nel corso del 2015 troveranno recepimento anche in Italia una serie di normative comunitarie sui sistemi di garanzia dei depositanti, sugli schemi di protezione istituzionale e sulle nuove regole di vigilanza prudenziale che ciascuna banca dovrà recepire. Ci auguriamo che, in questo processo di recepimento, il legislatore nazionale sappia trovare i giusti assetti per valorizzare i principi di proporzionalità che consentano di creare un terreno di gioco perfettamente livellato”.

Cosa o chi minaccia le piccole banche?
“Una visione omologante e semplicistica dell’economia e un certo strabismo nella regolamentazione tecnica. Mi spiego meglio.
Da un lato, le istituzioni internazionali stanno, faticosamente, cercando di limitare il potere di influenza delle potentissime lobby finanziarie e bancarie che sono multinazionali negli affari, ma prive di visione universale e unicamente votate al ritorno economico dei capitali investiti da pochi e già ricchissimi soggetti.
Dall’altro, i regolatori tecnici hanno in mente solo il modello della società per azioni e fanno fatica a immaginarne altri, dimenticando, però, che in ogni sistema organizzato e complesso è la diversità che consente al sistema di resistere al cambiamenti repentini e di sviluppare quella che con termine ormai di moda si chiama la resilienza delle aziende.
Aggiungo che in tutti i Paesi europei, ma anche negli Usa, coesistono banche molto grandi, in prevalenza ma non necessariamente Spa, e banche di territorio, o meglio di comunità. Esiste una copiosa letteratura economica, ma anche rapporti istituzionali che spiegano e documentano oggettivamente come i sistemi economici siano più equilibrati quando prevale una biodiversità di soggetti e come le grandi banche aumentano i rischi sistemici, mentre le banche cooperative e popolari sono fondamentali per il sistema. A maggior ragione in un sistema, come quello italiano, in cui il 95% delle imprese ha meno di 10 dipendenti. Le loro crisi, così, sono meno gravi perché la ridotta dimensione consente un assorbimento all’interno della stessa rete che creano”.

Lontani dalla turbo-finanza
Si mette in discussione un modello che ha dimostrato di funzionare, senza che le grandi manovre delle banche centrali garantiscano il superamento del fantomatico credit crunch. Tra i commenti più duri fatti all’indomani del provvedimento del governo per l’assetto delle banche popolari, quello del presidente dell’ultima rimasta in regione, quella di Cividale. Per Graziano Tilatti bisogna evitare il ripetersi di una turbo-finanza dagli esiti, come si è visto, disastrosi.

Il provvedimento governativo sulle popolari non tocca la Cividale. Crede che, però, crei un pericoloso precedente?
“Il decreto ‘Investiment compact’ del governo Renzi ci sfiora, ma non ci tocca. La Cividale è la dodicesima su 70 banche popolari  e il decreto coinvolge solo le prime dieci, con attivi superiori a 8 miliardi. Personalmente, ho già espresso il mio dissenso verso questo provvedimento circa la forma, il contenuto e gli obiettivi che lo caratterizzano. Perplessità, se non aperta contrarietà, è stata espressa da tutto il credito popolare, ma anche da insigni studiosi, da alcune associazioni di categoria, tra cui Confartiginato, e dallo stesso mondo cattolico. A parte i dubbi di incostituzionalità di un decreto legge che mira a stravolgere gli statuti di banche private in assenza di condizioni di urgenza, ne va del pluralismo bancario che è un punto di forza del nostro sistema creditizio. E poi, finora, nessun governo europeo ha attaccato le banche cooperative. Ribadisco, infine, il rischio di spregiudicate speculazioni finanziarie sulle popolari, tant’è che la stessa Consob si è subito allertata. È evidente, poi, che se si sancisce la fine del voto capitario e, di conseguenza, il modello di governance delle popolari maggiori, con la loro trasformazione in Spa, queste diverrebbero più contendibili e, in prospettiva, si potrebbero avere ricadute negative sull’intero sistema del credito popolare, comprese le banche minori. Insomma, verrebbe meno anche il principio di sussidiarietà in campo bancario. Devo, però, aggiungere che il nostro sistema avrebbe potuto autoriformarsi già da tempo ed evitare così questo sbocco. Comunque, una commissione di studiosi era all’opera e l’esito era atteso per marzo. Da qui nasce la nostra sorpresa per la sortita governativa”.

Quali conseguenze derivano per i clienti finali?
“Gli impieghi alle famiglie e alle imprese sono il punto di forza delle popolari: tra il 2005 e il 2013 queste banche hanno incrementato i prestiti di quasi il 7% all’anno, vale a dire, cumulando i dati, di 162 miliardi di euro. È una cifra tripla rispetto a quella delle banche commerciali. Abbiamo sostenuto nei fatti l’economia reale, anche in questo momento di forte recessione, assumendoci una forte responsabilità sociale e ulteriori rischi d’impresa. La mission delle banche cooperative è proprio questo: il sostegno all’economia reale e non la turbo-finanza”.

Come immagina lei il futuro delle popolari come la Cividale?
“L’autonomia della nostra banca, grazie anche a chi mi ha preceduto, è stata difesa strenuamente in passato, e non a chiacchiere, ma con i risultati. Abbiamo registrato una costante e armonica crescita proprio nel periodo in cui tante altre banche del territorio si vendevano, dimostrando il ruolo prezioso e il valore del localismo bancario. Siamo cresciuti in termini di volumi, clienti, dipendenti e, soprattutto, soci che hanno riposto la loro fiducia in questa banca, l’unica di interesse regionale rimasta indipendente in Friuli Venezia Giulia. Nel 2016 la Popolare di Cividale compirà 130 anni, un traguardo che ne fa una delle istituzioni economiche più antiche della nostra regione. Stiamo consolidando il nostro ruolo di ‘banca locale di riferimento’ e contiamo, grazie al sostegno di soci, clienti, dipendenti e istituzioni, di accrescerlo nel futuro rimanendo fedeli ai principi che ci hanno originato, mutualità e sostegno alle famiglie e alle piccole imprese. Sviluppo ed efficienza sono le principali condizioni per l’autonomia di tutte le banche di territorio”.

tAncora oggi, le imprese lamentano credit crunch o alto costo del denaro. Il Quantitative Easing, secondo lei, risolverà il problema?
“Dal QE arriva un altro aiuto all’economia, dopo quello già fornito da Francoforte attraverso le T-Ltro. I benefici della politica monetaria si trasferiranno all’economia reale se tutti i soggetti in campo, ovvero banche, imprese e governi, sapranno cogliere l’occasione. Le banche, in particolare, potranno beneficiare di costi della raccolta più bassi e di conseguenza i tassi dei prestiti potrebbero diminuire e i volumi aumentare. Ma non va dimenticato che questo credit crunch, tanto evocato, è tutto da dimostrare. Come è emerso al recente convegno udinese dell’Abi le banche del territorio a fronte di una raccolta di 29,3 miliardi hanno erogato prestiti per 31,2 miliardi. Pur in una fase congiunturale critica, il sistema ha garantito un livello di finanziamenti superiore alla raccolta anche nel 2014, senza contare la sospensione delle rate di mutuo di cui hanno beneficiato quasi 9mila imprese. Il punto non è la carenza di credito, ma piuttosto il merito creditizio di chi chiede i finanziamenti. Il livello di crediti deteriorati e il perdurare della crisi spingono necessariamente le banche a maggiore prudenza nel concedere prestiti”.

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