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Lasciamo cacciare i nostri leoni

Per l’economista Chiara Mio i giovani sono ‘addomesticati’: devono riappropriarsi di un ruolo decisionale, anche in maniera traumatica

Lasciamo cacciare i nostri leoni

La grandinata è terminata: restare chiusi in casa non serve a niente, ora bisogna uscire, spalare il ghiaccio e ricominciare a coltivare la nostra terra. Usa questa metafora l’economista Chiara Mio per descrivere il momento attuale. Fu lei, addirittura nel 2006, quasi come una inascoltata Cassandra, ad avvertire che non ci si stava infilando nel tunnel di una semplice crisi, ma che gli stessi paradigmi dell’economia stavano cambiando. Non rendersene conto e non riuscire a  reagire, avrebbe generato enormi difficoltà per il nostro tessuto produttivo, con conseguenze inevitabili di carattere sociale. Così è stato.
Pordenonese, Mio è docente di management all’Università Ca’ Foscari di Venezia, ma è ben immersa nell’economia ‘reale’: siede nel consiglio di amministrazione, come indipendente, di Banca FriulAdria e di Eurotech, è componente del collegio sindacale nel Gruppo Danieli ed è stata anche assessore al Comune di Pordenone, chiamata dall’allora sindaco Sergio Bolzonello.

Cosa succederà nei prossimi mesi?
“Nel secondo semestre dell’anno i segnali di ripresa continueranno e andranno a coagularsi. Non si tratta, comunque, di segnali tutti convergenti: è impossibile passare dal nero al bianco immediatamente. In termini sociali, invece, servirà molto più tempo per riassorbire l’espulsione occupazionale: i frutti della ripresa sul lavoro si avvertiranno non prima di 3-5 anni”.  

Se le cose andranno meglio, sarà merito di un sistema friulano che si è effettivamente rinnovato, oppure sarà ‘per grazia ricevuta’?
“Abbiamo affrontato questa lunga fase con pochi e isolati casi di aziende ‘champion’, cui dal 2008 si sono aggiunte altre che non avevano difficoltà debitorie e si sono ripensate. Possiamo dire, così, che attualmente il 20% delle aziende friulane è pronta ad affrontare e a cogliere le opportunità di questo nuovo periodo”.

Sono, quindi, una minoranza: e le altre?
“Tutte le altre vanno accompagnate. A livello di contesto, considero molto favorevole la spinta di una rinnovata politica, sia a livello regionale sia nazionale, che sta portando a una vera strategia industriale. All’interno di ogni singola impresa, poi, vanno individuati i fondamentali veramente utili in questo momento. Va superata, però, la scarsità di leadership che in passato ha portato a errori colossali nella lettura di quanto stava accadendo. Faccio un esempio pratico: oggi ci troviamo con un notevole patrimonio edilizio invenduto, ma gli stessi costruttori hanno continuato a edificare fino a ieri con classi energetiche basse e, quindi, già fuori mercato.
Più in generale, nella nostra società bisogna elevare il livello culturale, che non si significa il ‘titolo di studio’, ma  riguarda una consapevolezza diffusa dell’importanza dell’economia intesa non come generatrice di soldi, ma di benessere. Senza questo tipo di orgoglio socialmente diffuso non riusciremo neppure a mettere in discussione e a migliorare settori strategici, come scuola e welfare”.

Nella sua esperienza di amministratore locale, cosa ha imparato?
“Che la vera sfida è garantire capacità di ascolto delle persone, senza cedere sui propri principi. Si impara a conciliare questi due aspetti facendo l’amministratore locale, più che il politico”.

Che impatto ha avuto con la burocrazia?
“Obbligherei a fare stage semestrali nelle aziende tutti i funzionari e dirigenti pubblici e, viceversa, gli imprenditori e manager negli enti locali. Solo creando questa osmosi si riuscirebbe a far capire alla pubblica amministrazione come funziona il mercato, quello ‘sano’, abbattendo la sua autoreferenzialità, e a far comprendere all’impresa la complessità nella gestione del bene comune. Questa potrebbe essere la vera ‘riforma’ della burocrazia, da realizzare peraltro a costo zero”.

La giunta regionale ha appena presentato le linee guida del piano di sviluppo industriale: che valutazioni fa?
“Il piano, che ho avuto modo di leggere in maniera approfondita, costituisce una rappresentazione ampia, completa e dettagliata della situazione economica della manifattura attuale e degli strumenti a disposizione. È, quindi, un’ottima base di partenza per sviluppare la strategia attraverso l’individuazione delle priorità e l’allocazione delle risorse disponibili”.

Quali suggerimenti ha?
“Siamo l’unico territorio in Italia con un sistema portuale che, non solo è il più vicino al Centro Europa attraverso il canale di Suez, ma che si affaccia su piattaforme produttive molto ampie e infrastrutturate, immediatamente disponibili. Questa combinazione di trasporti e spazi è, poi, arricchita dalla presenza di maestranze abili in vari settori. Dobbiamo mettere assieme porti, logistica e fabbriche, persone e competenze che possono così realizzare l’ultimo anello manifatturiero, che spesso è anche quello a maggiore valore aggiunto. Per sviluppare questo progetto la Regione non basta, ma servono decisioni a livello di governo nazionale. La vicinanza della nostra governatrice al premier, perciò, costituisce un’opportunità strategica”.

Come sono le banche viste dal di dentro?
“Anche le banche, in generale, sono aziende, ma sono diventate dei Moloch e devono, quindi, evolversi, altrimenti sono veramente a rischio di estinzione. La questione non è dimensionale, ma legata alla capacità di accompagnare le imprese. Sopravviveranno quelle in grado di valutare le prospettive future di un’azienda cliente e non meramente il suo bilancio, che fotografa invece il passato”.

Il sistema creditizio locale è ancora a rischio di collasso per i non performing loans?
“Le sofferenze nei bilanci bancari sono tante: in passato si sono dati soldi senza una logica aziendale, spesso per interesse dei singoli manager, che venivano premiati anche in base agli incrementi realizzati negli impieghi. Oggi recuperare questi soldi è estremamente difficile, vista anche la diffusa e pessima abitudine delle procedure concorsuali che si chiudono spesso con il pagamento di appena il 10% del credito vantato.
Non credo, comunque, che il sistema bancario sia in pericolo, ma deve rassegnarsi a un periodo di minore redditività e impegnarsi a un recupero di efficienza e, in questo caso, gli spazi sono enormi. Penso, ad esempio, a bisogni che possono emergere tra la clientela e che le banche ancora non soddisfano. Ad esempio, si potrebbero, attraverso i mezzi di pagamento elettronico, comprendere le ragioni sottostanti i flussi finanziari delle persone e delle aziende e intercettare, così, nuovi spazi di business”.

In questa fase economica, che differenze di approccio avverte tra gli imprenditori veneti e quelli friulani?
“I friulani soffrono della cultura dell’assistenzialismo. Stiamo sprecando tempo ed energie per farci riconoscere la nostra ‘specialità’, mentre i veneti se la prendono sul campo. Oggi per noi la specialità è una gabbia”.

In Friuli c’è anche un ‘problema’ di rappresentanza imprenditoriale e sindacale?
“Chi siede ai vertici delle rappresentanze, sia di categoria, sia sindacali, è spesso portatore della cultura dell’individualismo degli ultimi vent’anni: per queste persone, che spesso non hanno più alternative professionali, ricoprire tali incarichi è diventato un mestiere. Sono come la gramigna, aggrappati al loro posto. È una squadra di mediocri che rende deboli gli interessi dei loro rappresentati nei confronti degli interlocutori politici e sociali”.

In passato, disse che non ci vogliono solo le quote rosa, ma anche quelle anagrafiche, per aumentare la presenza di giovani nella classe dirigente. Conferma?
“I giovani, volendo semplificare gli under 35, devono riappropriarsi di un ruolo decisionale, anche in maniera traumatica”.

Non è che ci sono pochi giovani alla guida perché proprio tra loro c’è scarsità di talento, impegno e capacità di mettersi in gioco?
“Nel loro percorso di crescita hanno sempre avuto un aiuto per superare i problemi. Oggi, quindi, sono più deboli e non affrontano alcuna battaglia perché la ritengono, a priori, già persa. Il leone pericoloso è quello che ha fame, mentre i giovani sono leoni addomesticati che non sono stati addestrati a procurarsi il cibo da soli”.

Quindi, come si può spezzare questa situazione?
“O attendiamo ancora di perdere benessere e, quindi, che cresca la ‘fame’, oppure mettiamo in campo azioni, come dicevo, traumatiche. Per esempio: riformiamo il sistema camerale creando un’unica Camera regionale imponendo un limite di età massimo ai suoi vertici e una rotazione.
All’orizzonte, però, c’è un’opportunità…”

Quale?
“Sarà interessante vedere cosa faranno i giovani immigrati di seconda generazione nati qui in Friuli, ma cresciuti in un contesto familiare con situazioni di incertezza, con fame di successo e alla ricerca di un ascensore sociale. Dobbiamo attendere, però, ancora una decina di anni per vederne i risultati”.

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