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Nuovo patto tra Friuli e Trieste

Donata Irneri - Per la discendente dell’antica stirpe di imprenditori, solo se si rinnova il rapporto tra le due anime di questa regione si potrà avere un reale cambiamento. Con benefici per tutti

Nuovo patto tra Friuli e Trieste

Non solo alleati, ma addirittura fratelli. È questo il rapporto che Donata Irneri immagina tra Friuli e Trieste. Lei, imprenditrice e rappresentante di una storica famiglia giuliana, si dichiara idealista, ma passa facilmente al pratico: i friulani devono interessarsi al futuro di Trieste, perché da un rilancio di questa città possono derivare benefici per tutta la regione. Il nome degli Irneri, le cui lontane origini sono austriache, è legato alla compagnia assicurativa Lloyd Adriatico, oggi Allianz, ma da sempre sono stati impegnati su diversi fronti imprenditoriali, senza dimenticare l’impegno sociale a beneficio di istituzioni culturali e filantropiche.

A cosa è dovuto il senso di decadenza che si percepisce a Trieste?
“Le radici di questa situazione si possono trovare già nelle pagine scritte da Italo Svevo: la pigrizia. È un sentimento che impedisce qualsiasi reazione concreta a uno stato di crisi e se qualcuno tenta di alzare la testa la maggioranza della città lo ignora e non lo sostiene. Purtroppo, è una condizione che non è più adeguata ai tempi che viviamo”.

Eppure, la storia dimostra che questa città ha enormi potenzialità?
“Qui sono nati e hanno realizzato i loro sogni grandissimi imprenditori, del calibro dei De Banfield, degli Illy, anche degli Irneri. Lo hanno potuto fare qui grazie alla cultura austriaca del rigore, che dopo il secondo dopoguerra si è andata spegnendosi, soppiantata da una mentalità esattamente opposta. Questo perché, di fronte a uno Stato che assisteva, che dava lavoro e per il quale era sufficiente fare il minimo sindacale, lo stimolo imprenditoriale e la voglia di rischiare non hanno trovato più spazio”.

Che rapporti ha lei con il Friuli?
“Le racconto solo un aneddoto della mia infanzia. A scuola, quando Trieste era ancora sotto il governo alleato, durante le ore di canto ci insegnavano l’Inno di Mameli, il Nabucco e le villotte friulane. Gran parte della mia vita l’ho trascorsa in giro per l’Italia, ma ho sempre coltivato rapporti di sincera amicizia con numerosi friulani”.

Cosa invidiano i triestini dei friulani e cosa, invece, proprio non sopportano?
“Certamente, ammirano la capacità di fare squadra, soprattutto nei momenti di difficoltà. Ci disturba, invece, il velo di antagonismo, il timore di essere sottomessi al capoluogo regionale. È un fantasma che si sono creati da soli”.

Perché da decenni si discute della questione porto, in particolare nel diverso ruolo tra quello vecchio e quello nuovo, senza però trovare una soluzione chiara e definitiva?
“Siccome ho ormai una certa età potrei anche non interessarmene, ma tutti coloro che sono più giovani dovrebbero essere molto preoccupati. La carta della portualità triestina è fondamentale, non solo per la città. Purtroppo, la discussione sul suo ruolo e il suo futuro langue da oltre 35 anni. Recentemente, comunque, è giunta la sdemanializzazione del porto vecchio e credo che questa sia una carta importante che non va sprecata”.

Qual è la sua idea, quindi?
“Il porto vecchio non va ‘assassinato’, ma rivitalizzato trasformandolo in un rione turistico e commerciale. Penso all’esempio di Valencia, che ho visitato e ritengo modello di riferimento. In passato abbiamo avuto l’occasione per realizzare tutto questo, con l’Expo, il cui progetto è stato affondato proprio per le divisioni interne alla città. Il ruolo mercantile, invece, deve essere svolto unicamente dal porto nuovo, su cui l’amministrazione regionale e il sistema economico devono puntare i piedi affinché sia dotato di infrastrutture ferroviarie adeguate per servire in maniera veloce ed efficiente tutti i Paesi del Centro ed Est Europa”.

Su questo, però, a parole sembrano tutti d’accordo…
“Il Friuli, che ha il peso economico e politico maggiore, pensa che questa sia una questione solamente triestina e, quindi, non se ne interessa; mentre, i triestini, proprio per quel loro senso di decadenza, non riescono a trovare una soluzione comune. Penso, invece, che l’inefficienza del porto sia un problema anche dei friulani, sui cui gli stessi loro industriali dovrebbero intervenire”.

Che opinione si è fatta dell’attuale amministrazione regionale?
“Credo che le doti della presidente Debora Serracchiani non si possano esprimere al meglio per gli impegni di livello nazionale che la tengono spesso lontana. Quindi, per quanto l’intera giunta abbia fatto notevoli sforzi, non ho ancora visto risolvere i principali problemi della regione.
Ricordo, invece, che in passato molti presidenti friulanissimi della nostra Regione erano molto presenti nelle ‘faccende’ triestine: Comelli, Biasutti, Cecotti e anche Tondo”.

Trieste e, più in generale, il territorio regionale rischiano oggi di essere isolati non solo politicamente, ma anche semplicemente nei collegamenti di trasporto. Siamo condannati a essere periferia?
“Non sappiamo crearci una forza contrattuale nei confronti di Roma. Vedo le altre Regioni a statuto speciale che battono i piedi e ottengono ciò che vogliono. Non noi. Credo che sotto tutti gli aspetti, oggi lo Stato ci dia meno di quello che ci spetta.
Eppure, se penso solo a che pressione economica potremmo esercitare in virtù della presenza di Generali, Allianz, Wartsila, Fincantieri e delle grosse industrie friulane, solo per citare le realtà più importanti, tutto questo mi lascia perplessa.
Ferrovie dello Stato taglia i collegamenti con il resto d’Italia? Facciamoci noi i treni, allora, chiedendo supporto dalle ferrovie slovene o austriache”.

Ha mai avuto la tentazione di scendere in politica?
“Me lo hanno sollecitato più volte. Per fortuna, però, non ho mai accettato, perché ho un caratteraccio: ho un pensiero indipendente e la cosa, in alcuni, può suscitare antipatia”.

Il motto della sua famiglia è  ‘Al solo Dio la gloria’, cosa significa?
“Che bisogna sempre credere in se stessi e contare sulle proprie energie”.

Suo nonno e suo padre sono stati grandi imprenditori: cosa le hanno insegnato di più prezioso?
“L’etica. È una cosa che si trasmette col latte materno, in famiglia, e che nessun master potrà mai insegnare”.

Lei è stata per decenni anche editore, che bilancio fa di quella esperienza?
“Abbiamo gestito Telequattro, prima mio padre e poi io, dal 1977 al 2012. È stato un periodo molto positivo, anche perché ho potuto realizzare la mia idea di una televisione che facesse cultura. Ho avuto molte soddisfazioni dai collaboratori, che hanno condiviso il progetto e accettato anche sacrifici, rendendo Telequattro un modello di qualità a livello nazionale. Inoltre, ho cercato anche di regionalizzare l’emittente, con l’apertura di redazioni prima a Gorizia e poi a Udine, riuscendo così a far conoscere la realtà triestina ai friulani e quella friulana ai triestini”.

Perché, allora, si è interrotta questa esperienza?
“Prima i consistenti investimenti sul digitale, che ha rappresentato una rivoluzione distruttiva per tutta l’emittenza locale. Poi, il venire meno del sostegno delle istituzioni, hanno portato all’ingresso di un socio più orientato al business che ai contenuti. Alla fine, così, il mio passo indietro a malincuore.
Però, non mi sono rifugiata dietro ai fornelli e ho rivolto le mie energie verso un importante business immobiliare di famiglia”.

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