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Oggi unirsi è necessità vitale

Pierluigi Zamò - Per l’industriale sono ancora troppi a pensare che piccolo sia bello, mentre la storia e l’economia ci impongono un cambio di rotta rapido: in fabbrica e nel credito, come nel vino

Oggi unirsi è necessità vitale

Dimensione delle organizzazioni e velocità delle azioni. Due leve strategiche, per non dire vitali, che oggi tutti conoscono, molti professano e ben pochi praticano in tutte le situazioni: politica, rappresentanze imprenditoriali, industria, agricoltura. Questi sono alcuni dei temi caratterizzanti l’azione imprenditoriale di Pierluigi Zamò, che nei fatti non si discosta troppo dalla sua di uomo, ma anzi si fonde nei suoi valori: quello della conoscenza, della propensione alla sostenibilità sociale, ambientale ed economica.
Alla guida della Ilcam, di cui condivide le responsabilità con il fratello Silvano, ha vissuto tutte le grandi trasformazioni aziendali che hanno portato l’impresa artigianale, nata 60 anni or sono a Manzano, ad affermarsi a livello mondiale come realtà industriale a forte vocazione manifatturiera di qualità. La sede è a Cormòns e conta unità produttive a Pordenone, in Veneto e all’estero impiegando circa 1.200 addetti.
Gli Zamò, però, sono impegnati anche su altri fronti. Quello vinicolo, in particolare, con le loro ‘Vigne’ ai piedi di Rosazzo. Inoltre, ieri Pierluigi e oggi Silvano, sono alla guida del credito cooperativo locale, la Banca di Manzano. Pierluigi Zamò, 64 anni, è anche vicepresidente vicario della neonata Confindustria Venezia Giulia, sorta dalla fusione degli enti territoriali di Gorizia e Trieste.

Dimentichiamo qualcosa nel suo curriculum?
“Faccio parte del Cda dell’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo, ideata dall’anima di Slow Food, Carlin Petrini. Partecipo, cioè, a una sorta di think-tank assieme a Oscar Farinetti di Eataly e ai massimi vertici di marchi importanti come Barilla, Lavazza, ma anche di multinazionali come Dhl e Ikea interessate a sviluppare servizi collegati all’enogastronomia”.

Expo: il Friuli sta interpretando correttamente questa importante vetrina?
“Va bene essere presenti con uno stand. La mia proposta, rimasta purtroppo inascoltata, era quella di guidare i ‘curiosi europei’, turisti cioè che già conoscono le maggiori località italiane, in percorsi alternativi, fino qui in Friuli per far vedere loro la terra da cui nasce quel vino che hanno assaggiato a Milano”.

Come si riesce a sopravvivere da subfornitore, come voi siete, di un settore che ha sofferto molto in questi anni?
“Per fortuna facciamo un prodotto molto complesso, realizzabile in migliaia di varianti, e abbiamo fatto per tempo le mosse giuste. Abbiamo, cioè, spinto molto su automazione e robotica delle linee di produzione. Abbiamo curato nel tempo il rapporto con i clienti, alcuni dei quali serviamo fin dagli Anni ’70, offrendo loro quello che il mercato finale chiede in quel momento. Inoltre, abbiamo sempre puntato alla qualità: conformità, servizio, sostenibilità. In questa maniera e grazie anche alle capacità delle maestranze friulane e alla flessibilità del modello produttivo, non temiamo la concorrenza, neanche di Germania o Est europeo”.

Però, avete fabbriche in Romania e Slovenia, è sintomo di delocalizzazione?
“No, di internazionalizzazione. Ci hanno consentito di abbattere i costi di alcune fasi produttive e aumentare l’occupazione in Italia”.

Oggi come si sta muovendo il vostro mercato?
“Anche il B2B è cambiato e ci rivolgiamo non soltanto ai produttori di mobili, ma anche alla grande distribuzione. Inoltre, il design è ormai uniformato e possiamo affermare che esiste un gusto europeo”.

Come ha vissuto il processo di fusione tra le territoriali Confindustria di Gorizia e Trieste?
“Sono stato uno dei promotori perché convinto che vi sia ancora un mito da sfatare: piccolo non è più bello. Il mondo è cambiato e, così, anche la scala dimensionale con cui ci dobbiamo confrontare. Inoltre, qualsiasi azione può essere efficace soltanto se compiuta in maniera rapida”.

Crede che sarà mai possibile l’unificazione regionale?
“Invito i cugini di Udine e di Pordenone a fare lo stesso, senza farne una questione affettiva. Pensi che cinque anni fa mi sono dimesso dal Cda di Udine Fiere proprio perché non c’era la volontà di fondersi con Pordenone. Se le unificazioni fino a poco tempo fare erano un’opportunità, oggi sono una necessità”.

Quale consiglio dà, quindi, ai colleghi di Udine e Pordenone?
“Sedersi a un tavolo e firmare un documento. In fin dei conti è una cosa semplice”.

Come giudica la politica industriale dell’attuale amministrazione regionale?
“Sono bravi e veloci. Cercano di razionalizzare le materie di competenza della Regione con una visione nuova. Anche qui, però, incontrano dei limiti dimensionali che riducono i margini di manovra. Faccio qualche esempio: è inutile disperdere risorse per tenere in vita tre porti. Oppure, che ci facciamo di un aeroporto che non porta da nessuna parte?
Ora si discute tanto delle Unioni tra Comuni: diciamo chiaramente alle famiglie quanto costa loro tenere in vita tanti piccoli municipi e vediamo se sono d’accordo oppure no a conservare un anacronismo amministrativo in un’epoca, come questa, in cui le nuove tecnologie rendono possibile l’abitare in campagna, lavorare col mondo e passare il fine settimana a Parigi”.

Gli strumenti finanziari della Regione sono oggi adeguati?
“L’Ilcam ha più volte utilizzato i vari strumenti, da Friulia a Finest e Frie, e siamo sempre rimasti soddisfatti.
Su Mediocredito Fvg va fatto un ragionamento particolare: è lo strumento perfetto per le Bcc, in quanto il credito cooperativo non ha capitali sufficienti per fare prestiti a medio e lungo termine. Purtroppo, è stato commesso un grave errore al momento della privatizzazione delle quote del Tesoro e al tempo io mi sono battuto affinché fossero assegnate alla Federazione regionale delle Bcc”.

Che ruolo può giocare oggi il credito cooperativo?
“Anche per le Bcc vale il principio che piccolo non è più bello e 15 nella nostra regione sono troppe. Se il loro scopo è quello di dare la massima soddisfazione al cliente-socio, la dimensione troppo piccola non consente di rimanere sufficientemente efficienti. Quindi, l’autoriforma del settore è oggi fondamentale. Penso al modello francese del Credit Agricole e, nel tempo, a una Bcc per provincia”.

In tema di vino: è favorevole o contrario alla Doc interregionale per il Pinot?
“Anche questo settore non è avulso da quel senso di italico masochismo che ci tiene ancorati al nostro focolare e ci destina irrimediabilmente alla solitudine. Fai un po’ di strada nel mondo e ti accorgi che nessuno ti conosce.
In questi anni sono sopravvissute le aziende vinicole con più di cinque milioni di fatturato e quelle piccole a gestione familiare inserite nelle vecchie guide dei vini. Tutte le altre, tante, hanno sofferto. Oggi, quindi, una Doc per il Pinot grigio rappresenta una grande opportunità. Se la propongono i veneti va bene, tanto se la faranno comunque. Non riesco sinceramente a intravedere in questo progetto i termini per un attentato alla nostra identità. Ogni singola azienda sarà libera, poi, di imbottigliare con la Doc interregionale, con la Doc locale oppure con la Igt. Nel mercato del vino la poesia è finita, purtroppo, e contano solo le vendite”.

Perché?
“Oggi, due cantine vinicole venete producono più Pinot grigio di quello che viene vinificato in tutto il Friuli Venezia Giulia. La nostra azienda partecipa con altri 4 produttori alla Docg Rosazzo, che conta in tutto solo 40 ettari! Alla fine il vino ce lo beviamo tutto tra amici. Certo, è pur sempre una splendida ciliegina, ma su una torta avrebbe un sapore diverso”.

E degli autoctoni, cosa dice?
“Abbiamo trasformato il Tocai in Friulano commettendo, un grave errore: anziché rafforzare la denominazione legandola al vino, e io avevo proposto ‘Friulano Bianco’, si è deciso per il suffisso ‘Tipicamente’ consentendo di promuovere qualsiasi cosa, dal formaggio alle sagre dei cais, meno che meno lo stesso vino, disperdendo in mille rivoli le forze per il lancio del nuovo marchio”.

Chiudiamo tornando alla sua figura di imprenditore a tutto tondo: ha programmato il ricambio generazionale?
“Ho solo un figlio che mi ha regalato due splendidi nipotini, ma che ha scelto per mestiere quello che avrei voluto fare io: insegnante di storia e filosofia. Come famiglia puntiamo su Elisa, mia nipote diciottenne”.

 

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