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Salviamo la classe media

Stefano Micelli - All’economista è stato affidato il coordinamento del gruppo di lavoro che dovrà individuare le azioni per salvare il Friuli dal declino

Salviamo la classe media

Il rischio concreto è di fare un salto all’indietro di oltre cinquant’anni e di perdere quel benessere diffuso che ha reso unico nello scenario internazionale il modello Nordest. In questi termini, il dossier che intende immaginare il Friuli Venezia Giulia nel 2030 e indicare dettagliatamente i provvedimenti urgenti da adottare per invertire l’attuale rotta va nell’interesse non soltanto di qualche industriale, ma dell’intera società, soprattutto quella più giovane. La creazione di un gruppo di lavoro che, unendo le migliori teste pensanti locali e non, intende concepire in otto mesi questo dossier è stata voluta da Gianpietro Benedetti, presidente del Gruppo Danieli, e il coordinamento è stato affidato a Stefano Micelli. Udinese di 49 anni, è economista e docente all’Università Ca’ Foscari di Venezia e dall’anno scorso è anche direttore scientifico della Fondazione Nordest, il centro di ricerche economiche creato dal sistema confindustriale e camerale delle regioni di quest’area.

Rispetto a prima del 2008, il Friuli si è impoverito e di quanto?
“Il ragionamento che intendiamo fare colloca il Friuli in uno scenario più ampio, che è quello del Nordest. In tutta quest’area abbiamo assistito in questi anni di crisi a un impoverimento significativo. Basti pensare che il Pil nel 2000 era di 191 miliardi di euro. Abbiamo registrato una crescita fino al 2007, quando il Pil raggiunto il suo picco massimo di 208 miliardi. Dopo la crisi, nel 2014, ci troviamo nuovamente a 191 miliardi. Questo significa che siamo tornati alla casella di partenza. Se il Nordest avesse agganciato il trend di crescita registrato a livello mondiale, oggi il nostro Pil dovrebbe essere di più o meno 300 miliardi di euro…”.

Al di là delle statistiche economiche, cosa significa nella vita quotidiana?
“Per la prima volta, dopo tanti decenni di benessere, abbiamo sperimentato due fenomeni inediti per questo territorio. Il primo è la disoccupazione, che non è stata determinata da un ingorgo generazionale, cioè dall’ingresso nel mercato di un blocco generazionale più numeroso di quello che l’ha preceduto, ma è stata causata da una diminuzione netta dei posti di lavoro offerti. Il secondo fenomeno, forse ancora più preoccupante, è rappresentato dall’inversione dei flussi migratori. Nel 2014, sono più le persone che si sono trasferite all’estero per lavoro di quelle che sono giunte qui per lo stesso motivo. Nell’ambito del Nordest, il saldo netto fra coloro che partono e coloro che arrivano e cambiano la propria residenza è di quasi 8.000 unità all’anno: va sottolineato che 2.500 sono laureati”.

Con la ripresa, di cui comunque si avvertono segnali discontinui e non generalizzati, potremo tornare ai livelli di ricchezza precedenti?
“Nel breve periodo è impensabile. In questa fase possiamo impegnarsi a invertire la tendenza per rimetterci sul binario della crescita, motivando le imprese già presenti a investire e attirando anche nuovi investimenti. Solo così, nel lungo periodo, potremo recuperare la capacità di produrre ricchezza che abbiamo perso durante la crisi”.

Possiamo farlo da soli o il sistema Paese rappresenta una zavorra insuperabile?
“Le statistiche ci dicono che oggi non si può crescere più di tanto grazie alla domanda interna del Paese; le aziende che vogliono crescere devono scommettere principalmente attraverso le esportazioni. Su questo terreno siamo chiamati a fare uno sforzo. Dobbiamo aumentare la competitività del nostro territorio sfruttando le leve che abbiamo a disposizione”.

Eppure, in apparenza la società friulana continua a essere prospera. È solo una facciata?
“Anche in questo caso i numeri parlano chiaro. Il Nordest in passato si è sempre confrontato con altri sistemi territoriali europei e rispetto ad alcune regioni francesi o alla Catalogna noi siamo riusciti a mantenere fino a oggi un livello di reddito pro capite simile. Se, invece, ci confrontiamo con la Baviera o con il Baden-Württemberg il raffronto è sempre più difficile. Non è un caso se le statistiche sulla competitività dei territori ci dicono che siamo scivolati a metà della classifica tra le regioni europee”.

Nella classe dirigente, comprendendo quella economica, politica e sindacale, c’è coscienza di cosa è accaduto e di dove stiamo andando?
“La globalizzazione ha impresso un cambiamento di marcia che non tutti hanno colto. Gli imprenditori oggi hanno una capacità di lettura dei fatti maggiore rispetto ad altre categorie, perché girando il mondo alla ricerca di mercati per l’esportazione entrano in contatto con Paesi diversi, spesso più dinamici del nostro. Altre categorie, come molta classe politica e tanti rappresentanti dei cosiddetti corpi intermedi, hanno meno opportunità di frequentare l’estero. Questa differenza di prospettiva crea strutturalmente attrito e difficoltà di dialogo”.

E tra la gente comune c’è consapevolezza?
“I giovani sono il sensore più reattivo al tema della crisi. Il fatto che se ne vadano all’estero in cerca di fortuna rappresenta un messaggio forte e chiaro: dobbiamo, noi tutti, saperlo interpretare”.

Nella peggiore delle ipotesi, cosa rischiamo nel 2030?
“Il nostro territorio, a differenza di altre regioni anche italiane ed europee, ha conosciuto un benessere diffuso. Qui abbiamo dato alla classe media opportunità di crescita, di mobilità sociale e di qualità della vita. Oggi rischiamo di perdere tutto questo. Potremmo conservare, certamente, un livello di ricchezza soddisfacente dal punto di vista aggregato, ma rischia di non essere distribuita in maniera diffusa in tutta la società come è stato in passato”.

Qual è il fronte più critico oggi per il Friuli? Quello finanziario? Quello degli ammortizzatori sociali o degli incentivi?
“No, a mio avviso è il fronte demografico. Questa regione ha un tasso di invecchiamento più rapido delle regioni limitrofe. Oggi, per ogni giovane sotto i 16 anni, ci sono due persone con più di 65 anni. E la tendenza prefigura un ulteriore aumento di questo indice. Per contro, il Friuli ha giovani di qualità, con rendimenti scolastici fra i migliori d’Europa. Secondo le statistiche Ocse Pisa, i ragazzi che studiano in questa regione hanno competenze a livello dei migliori Paesi europei. È un tesoro straordinario, da valorizzare per quanto possibile.”

Però, immagino, che da soli non si vada da nessuna parte?
“Non è più il tempo di fare da soli. La competitività del Friuli passa attraverso una stretta integrazione con il Nordest nel suo complesso. E sul fronte dell’integrazione si può fare molto. Faccio l’esempio della infrastrutture. Da Udine a Venezia, in treno, impiego circa due ore, cioè lo stesso tempo di quando viaggiavo da studente alla fine degli Anni ’80. Oggi in due ore di treno da Venezia arrivo a Firenze, mentre vent’anni fa per superare l’Appennino mi ci voleva il doppio del tempo. Non capisco come una regione come il Friuli Venezia Giulia accetti di essere così lontana dal resto d’Italia e, per molti aspetti, dal resto del mondo”.

C’è il rischio che alla fine avremo un bellissimo dossier, che però finirà come altri nel cassetto?
“Non credo, perché questo dossier è stato sollecitato da un imprenditore tenace e abituato ai risultati, come Benedetti, e questo fattore è una garanzia per tutti. Inoltre, come lui, tutti gli imprenditori friulani e del Nordest percepiscono l’urgenza di cambiare le cose. Infatti, se fino a ora pensavano che per salvare la propria azienda bastava fare bene il proprio lavoro, innovando prodotti e organizzazione, oggi hanno capito che per fare un salto di qualità è necessario incidere su quello che c’è fuori dai propri stabilimenti”.

Quindi, è un’iniziativa che parte col piede giusto?
“Credo di sì. Non possiamo più permetterci di fare dossier che, poi, rimangono nel cassetto. Da parte mia posso solo sottolineare che la nuova strategia della Fondazione Nordest è quella di incidere, con il proprio lavoro, nella società. Le sue proposte devono trovare un punto di atterraggio nel contesto reale”.

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