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Torniamo buoni padri di famiglia

Lionello D’Agostini - Per il presidente della Fondazione Crup, patrimonio dei friulani, l’economia di salva ripartendo dai valori sociali e grazie a intelligenze giovani che ancora ‘dormono’ nella nostra comunità

Torniamo buoni padri di famiglia

L’economia si salva con i valori sociali. Prima di incentivi pubblici, detassazione, sburocratizzazione, cuneo fiscale e spread, serve che i friulani riacquistino la responsabilità, la tenacia e la lungimiranza del buon padre di famiglia. Il resto viene da sé. Lo indica Lionello D’Agostini, presidente della Fondazione Crup, citando una recente raccomandazione di Papa Francesco: “In una famiglia c’è gioia quando le parole chiave sono permesso, grazie e scusa”.

Che ruolo possono avere oggi le Fondazioni di origine bancaria?
“Devono continuare ad avere quello indicato, oltre vent’anni fa, dalla Riforma Amato e poi confermato dalla Corte costituzionale; quello, cioè, di collante sociale tra pubblico e privato. Siamo un’istituzione privata, ma svolgiamo un compito pubblico di integrazione e sussidiarietà agli enti preposti in campo sociale, sanitario, cultuale”.


È un compito sempre più difficile?
“L’asticella viene costantemente alzata. In un momento di arretramento dell’intervento pubblico, servono risorse crescenti per mantenere lo stesso livello di servizi sia per il territorio, sia per il sistema Paese. Ricordo, infatti, che le fondazioni bancarie hanno partecipato all’aumento di capitale della Cassa depositi e prestiti per concorrere allo sviluppo del Paese e per consentire all’istituto di operare a 360 gradi, senza incorrere nei limiti europei degli aiuti di Stato”.

Come state fronteggiando la svalutazione delle partecipazioni bancarie?
“Sappiamo bene che tutto il sistema bancario europeo sta affrontando un periodo di sofferenza che si credeva potesse essere più breve. Se negli altri Paesi, però, è stato il governo a salvare gli istituti, in Italia sono state proprio le fondazioni bancarie attraverso le ricapitalizzazioni. Anche noi lo abbiamo fatto con il gruppo Intesa San Paolo, che ha svalutato il proprio patrimonio del 40%, mentre le banche europee hanno perso mediamente il 60-70% del proprio valore. Anche in questo caso abbiamo dato il nostro contributo alla tenuta del Paese”.

A che prezzo?
“Investendo parte del nostro patrimonio. Oggi, però, i segnali di recupero ci sono e il patrimonio rettificato della nostra Fondazione si attesta a 280 milioni di euro, comunque sottovalutato rispetto al prezzo di mercato delle azioni in possesso”.

Cosa pensa delle voci su una possibile razionalizzazione delle banche del territorio del Gruppo Intesa San Paolo?
“Il nuovo Ad Carlo Messina sta predisponendo un piano industriale che intende rivedere anche la rete di distribuzione. Oggi il gruppo conta ben 16 banche del territorio e penso, sinceramente, siano troppe. Nessuna di queste, però, ha una configurazione regionale come la nostra Cassa di Risparmio del Friuli Venezia Giulia. Quindi mi auguro che non formi oggetto di fusione con altri istituti del gruppo e comunque, in accordo pure con la Fondazione di Gorizia, faremo di tutto per difenderne l’autonomia”.

Voi, a differenza di altre realtà come alcune associazioni di categoria, riuscite a gestire due forti campanili: Udine e Pordenone. Come è possibile farlo?
“Siamo orgogliosi di mantenere una lungimirante scelta fatta nel 1968, quando fu creata la Provincia di Pordenone. Al tempo, tutto fu diviso: Camere di commercio, rappresentanze economiche, prefetture. Non, però, la Cassa di Risparmio che, accanto a Udine, aggiunse la denominazione di Pordenone. Fu una grande intuizione dell’allora presidente Mario Livi, con l’intenzione di unire anziché dividere. Nella pratica, come Fondazione, sono i nostri consiglieri a mantenere il contatto e il legame con tutto il territorio e, poi, quando ci riuniamo riusciamo a fare sintesi con il massimo equilibrio”.

A chi appartiene, quindi, la Fondazione?
“Al Friuli e ai friulani, che hanno costruito il suo patrimonio con il lavoro e il sacrificio di intere generazioni. Il nostro compito è quello di gestirlo come un buon padre di famiglia”.

Come vede il futuro dell’Università di Udine?
“Dobbiamo puntare a farla tornare, come era nelle intenzioni iniziali, Università del Friuli. La Fondazione ha uno stretto legame con l’Ateneo: investiamo notevoli risorse per ricerca, borse di studio, internazionalizzazione e il rettore partecipa alla nostra assemblea. L’evoluzione storica in corso porterà per forza di cose a confrontarsi con l’Università di Trieste, partendo dall’eliminazione dei doppioni, rappresentati dagli stessi Dipartimenti (ex Facoltà, ndr), ancora esistenti. Va, però, fatta giustizia: Udine, che si colloca tra le Università italiane più virtuose, risulta fortemente sotto finanziata. Per questo la Regione aveva deciso di creare il fondo perequativo che, purtroppo, dal 2011 a oggi non ha ancora un regolamento attuativo. Anche con quello si potrà raggiungere un traguardo importante nella storia dell’Ateneo: creare un Dipartimento a Pordenone”.

Nel 2011 siete stati catalizzatori di un accordo di collaborazione tra le due Fiere friulane, come è andata a finire?
“Non ha raggiunto completamente gli obiettivi prefissati perché le due società rimangono ancora in parte legate a visioni e modelli che vanno superati per adeguarsi alle nuove sfide dei mercati. Noi continuiamo a credere che possano collaborare, anziché competere tra loro”.

Crisi dell’economia, ma anche della rappresentanza politica friulana: che fase storica sta vivendo la nostra comunità?
“Una transizione lunga, complicata e sofferta. Questa fase di passaggio si riflette, poi, sulla rappresentanza, a tutti i livelli, e in particolare la politica non riesce a svolgere il ruolo che le è proprio: quello di indicare la rotta. Dalla crisi si uscirà quando emergeranno sufficienti intelligenze, soprattutto giovani, che ancora ‘dormono’ nella società. Comprendo che ci vuole del tempo, anche se ne rimane poco”.

Per quanto riuscirete ancora a svolgere un ruolo di sussidiarietà rispetto alle politiche sociali ed economiche?
“Il più a lungo possibile e comunque finché avremo risorse. Molti ci considerano un bancomat, ma il nostro compito è quello di gestire questo patrimonio dei friulani in un momento di difficoltà generale”.

Quando lei è entrato nel mondo del lavoro, appena laureato, fioccavano le proposte delle aziende. Oggi è esattamente il contrario: che suggerimento può dare a un giovane?
“Prima di tutto capire bene cosa si vuole diventare e scegliere un corso di studi che abbia attinenza con le domande dell’economia e della società. L’università non deve essere considerata un parcheggio: non ce lo possiamo più permettere, né come famiglie, né come comunità friulana”.

La nostra classe dirigente di quale figura del passato avrebbe oggi più bisogno?
“Per capacità professionali, politiche e soprattutto dirittura morale, spero di non fare un torto a nessuno indicando Antonio Comelli. Riusciva, con grande equilibrio, a guardare alla società nella sua interezza e non ai singoli orticelli”.

Come vede il Friuli fra 10 anni?
“Non dobbiamo aver paura del futuro, altrimenti faremo sempre battaglie di retroguardia. Forse, ci siamo infiacchiti e abbiamo perso entusiasmo, ma abbiamo le risorse, fisiche e intellettuali, per cogliere le opportunità che ci sono in tutte le crisi e che, spesso, non sappiamo guardare. Ognuno di noi può avere un importante ruolo in questo disegno per l’avvenire dei nostri ragazzi e del Friuli”.

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