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Una banca per la regione

Michela Del Piero - La presidente dell’ultima popolare friulana indipendente spiega la sua strategia non solo per rilanciarla, ma anche per diventare un pilastro finanziario a difesa dell’autonomia dello stesso Fvg

Una banca per la regione

Diventare banca di riferimento regionale, per due precise ragioni. Perché è l’unica strategia che dà una possibilità di sopravvivenza di fronte alla riorganizzazione in corso del sistema bancario e perché lo stesso Friuli Venezia Giulia può difendere la propria autonomia istituzionale solo se ha una robusta realtà bancaria locale. È una doppia sfida quella che Michela Del Piero ha voluto raccogliere assumendo la presidenza della Banca popolare di Cividale, l’unica ‘popolare’ rimasta indipendente in regione, di dimensioni però medie che, da una parte le hanno consentita di essere indenne dalla recente riforma legislativa, ma dall’altra la obbligano alla crescita per rimanere sul mercato.
Nel curriculum di Del Piero, di professione commercialista, troviamo numerose esperienze imprenditoriali, da quella del marito Dario Melchior con la Dm Elektron di Buja, al mandato di transizione a Latterie Friulane. C’è anche una parentesi ‘politica’, quando fu chiamata dall’allora presidente della Regione Riccardo Illy a ricoprire l’incarico di assessore tecnico, con la spinosa delega alle Finanze.

Che bilancio fa del suo mandato in Latterie Friulane: è stata la soluzione migliore o l’unica possibile?
“A mio parere è stata la migliore, in quanto non ha comportato il sacrificio di risorse umane e questo era il mio primo obiettivo, in un momento storico e in un territorio in cui questo ‘taglio’ è fin troppo diffuso. Inoltre, dietro all’acquisizione da parte di Parmalat c’è un progetto industriale vero, che punta anche al rilancio del formaggio Montasio.
Io sono favorevole al principio del ‘di besoi’, ma solo se si è capaci a sostenerlo, altrimenti è meglio trovare alleati forti e Parmalat lo è e lo ha anche già dimostrato investendo su Latterie Friulane”.

Tutto il sistema cooperativo, però, sembra entrato in crisi. Perché secondo lei?
“È un mondo molto patrimonializzato, ma chiuso e poco propenso ai cambiamenti. Così, ha sì resistito per più tempo alla crisi economica, ma era impensabile potesse rimanerne indenne. Il modello, quindi, rimane corretto, ma deve imparare a giocare con le regole del mondo di oggi”.

Come si presenta oggi la Banca popolare di Cividale?
“Sta vivendo una fase particolare della sua storia secolare. Si trova in mezzo alla riforma delle popolari, da cui è fuori solo per limiti dimensionali, ma da cui non può prescindere per le proprie future strategie. È, comunque, una banca sana e di dimensioni medie. Quindi, tecnicamente potrebbe andare avanti così com’è ancora per molto, ma questo tempo deve essere utilizzato per analizzare l’evolversi dello scenario bancario complessivo e per individuare la direzione giusta da intraprendere”.

Quali sono i punti principali della strategia che intende adottare?
“La mia idea è quello di evitare di essere incorporati da banche più grandi. Per farlo non possiamo restare immobili, ma sfruttare il tempo a nostra disposizione non solo per crescere nella nostra regione, ma anche per guardare a forme di aggregazione con soggetti di medie dimensioni, come la nostra, fuori regione. Per lo meno quelli che rimarranno. Non siamo costretti a dover scegliere, ma abbiamo il tempo di poter scegliere”.

Quale obiettivo si è data?
“Siamo generalisti e abbiamo una profonda conoscenza del territorio in cui siamo radicati: nel risiko bancario in corso dobbiamo, quindi, sfruttare questa nostra natura, puntando a diventare la banca regionale del Friuli Venezia Giulia. Nel corporate vogliamo essere interlocutori per la media impresa che in noi può trovare capillarità della presenza e velocità di risposta”.

Cosa le hanno lasciato i suoi predecessori?
“Il passato di questa banca è pesante. Più che la presidenza di transizione di Graziano Tilatti, pesano i 43 anni della guida di Lorenzo Pelizzo e, così, i cambiamenti in una macchina complessa come una banca richiedono inevitabilmente tempi lunghi. E per diventare banca regionale il primo passo è un cambio culturale e di mentalità degli stessi amministratori, dirigenti e dipendenti”.

Alcuni economisti dicono che non può esistere autonomia istituzionale regionale senza una forza finanziaria e bancaria locale: qual è la sua opinione?
“È una valutazione corretta, per questo il Friuli Venezia Giulia non può permettersi di perdere la Banca popolare di Cividale”.

Mediocredito Fvg, secondo lei, riuscirà a vincere la doppia sfida della ristrutturazione e dell’apertura a un socio industriale?
“Purtroppo, il suo modello ha tutte le caratteristiche che oggi non consentono a una banca di stare in piedi: istituto di credito iperspecializzato nell’impiego al settore produttivo di medie e piccole imprese. In sostanza, ha finanziato solo capannoni che oggi non valgono nulla. Però, ha al suo interno competenze professionali importanti, che per il sistema economico del Friuli Venezia Giulia sarebbe un vero peccato perdere. Per tanto, deve a ogni costo trovare un partner industriale. Però, è una partita che Banca di Cividale non può giocare. I nostri due istituti, invece, possono essere partner in singole operazioni a sostegno di progetti imprenditoriali”.

Se lei fosse oggi assessore regionale, quale provvedimento urgente proporrebbe?
“Sicuramente sul fronte del lavoro. Senza imprese la nostra Regione non riceve i decimi sulle imposte e, di conseguenza, non può finanziare la sanità, il sociale e le strade. Questo meccanismo deve essere ben chiaro, altrimenti i cittadini del Friuli Venezia Giulia rischiano di perdere il benessere che hanno raggiunto”.

Soprattutto se non hanno un lavoro…
“Anche questo aspetto ha un rovescio della medaglia paradossale, come mi confermano tante aziende che seguo come commercialista. La disoccupazione anche nella nostra regione è molto alta, eppure le imprese non trovano personale. Questo significa che c’è troppa discordanza tra offerta e domanda di lavoro in termini di competenze. A parte alcuni casi di eccellenza, in effetti, il livello scolastico, anche degli istituti tecnici, nel corso degli ultimi anni si è abbassato. Così come all’università: abbiamo pensato ad aumentare il numero di laureati, ma non la qualità dei laureati. E questo oggi si sta dimostrando un pericoloso deficit”.

Le piacerebbe tornare a fare l’assessore regionale oggi?
“Non invidio affatto i miei successori. Al tempo, noi riuscivamo ancora a costruire un bilancio che avesse un senso politico, sociale e industriale. Oggi, tutto questo non sembra più possibile”.

Banche, politica, associazioni di categoria: c’è anche un problema di classe dirigente?
“Credo che chiunque investito di una responsabilità dia il meglio di sé nell’arco di uno o due mandati, poi la sua spinta generativa cala e si esaurisce. Figuriamoci, quindi, chi ricopre lo stesso ruolo da molti più anni: alla fine, la sua energia è spinta alla sola autoconservazione. Quando questo sistema di scarsa mobilità sociale vive in un’economia in crescita allora può essere ancora sostenibile, ma in tempi di difficoltà è una vera zavorra”.

In Friuli si è creata una congiunzione astrale unica: tre donne alla guida di tre banche. Oltre a lei, infatti, Cristiana Compagno presiede Mediocredito Fvg e Chiara Mio Friuladria. È la vittoria della politica delle pari opportunità?
“Nella mia carriera non ho mai avuto problemi perché ‘femmina’. Però, è evidente che se a scuola i migliori risultati sono raggiunti sempre dalle ragazze, poi queste capacità non hanno lo stesso riscontro nel lavoro. Credo che questo accada non per una discriminazione vera e propria, ma semplicemente perché mancano tutti quei servizi che consentono alla donna di conciliare il lavoro con le esigenze della sua famiglia. E questo mi fa ben sperare si possano migliorare le cose, perché è più semplice cambiare la politica sociale che la testa delle persone”.

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