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Vince il pensiero trasversale

Edoardo Roncadin - Il friulano, alla guida del gruppo internazionale Bofrost, insegna ai tedeschi un nuovo modello imprenditoriale

Vince il pensiero trasversale

Da bambino, suo nonno gli prometteva che, se faceva il bravo, lo avrebbe accompagnato a Pordenone a vedere i signori che mangiavano il gelato. Per togliersi la voglia, a 16 anni ha fatto la valigia e da Fiume Veneto è emigrato in Germania dove, dopo due anni da garzone, avrebbe aperto la gelateria Adria, la prima di una lunga serie. Fatta fortuna, ha voluto tornare a casa e investire in Italia, dove l’impero delle pizze surgelate che nel frattempo aveva costruito gli è stato, poi, ‘scippato’ da speculazioni finanziarie. Edoardo Roncadin, però, è ripartito per la terza volta, creando una realtà dell’alimentare surgelato ancora più grande: oggi è alla guida del gruppo internazionale Bofrost, presente in 12 Paesi con 10mila venditori al servizio di 5 milioni di clienti, per accompagnarlo nello sviluppo europeo.

Oggi un giovane emigrante friulano riuscirebbe a ripetere il suo percorso imprenditoriale?
“Penso di sì. Le opportunità sono dappertutto, in ogni Paese. La differenza è un’altra: se hai degli obiettivi e giochi in casa senti sempre la pressione del giudizio degli altri. Se vai all’estero, invece, dove nessuno ti conosce e non devi difendere la faccia o la reputazione della famiglia, e sei per giunta giovane e quindi abbastanza incosciente, allora osi di più e assumi più rischi, ma è questa la base di un’impresa vincente.
In più, se lo fai nei Paesi del Nord Europa dove predomina il pensiero ‘lineare’ e sfrutti quello ‘trasversale’ frutto di una cultura caotica come quella italiana, allora hai certamente un’ulteriore marcia in più”.

Lei ebbe successo all’estero, ma decise di tornare in Italia: oggi lo rifarebbe?
“Non lo so. In Germania mi sono sentito straniero, ospite gradito certo, ma sempre ospite. Quando a 16 anni sono partito mi ero già fissato l’obiettivo di stare all’estero 10 anni, mettere da parte i soldi e tornare all’età giusta per sposarmi e mettere su famiglia. Invece, sono rimasto là 25 anni e ho anche sposato una tedesca. Quando sono tornato ho voluto prendermi due anni sabbatici. Ero ancora giovane e avevo, nel frattempo, capito che il mio patrimonio più importante non erano i risparmi, ma le relazioni personali che avevo creato. Così, mi sono rimesso in gioco qui in Italia portando il marchio Bofrost. Dopo un anno, volevo già chiudere tutto e rifare le valigie: per aprire le nostre 50 filiali abbiamo dovuto preparare 50 documentazioni diverse. In Italia esiste una interpretazione burocratica campanilistica, che ha creato nuovi confini quando tutti gli altri sono già da tempo spariti”.

Vista la sua esperienza passata in Borsa, che opinione si è fatto dei mercati finanziari?
“Sono certamente un’opportunità per raccogliere liquidità finanziaria per i propri investimenti. Io mi sono accorto troppo tardi che chi ti accompagna alla quotazione non è un tuo alleato, ma per lui sei semplicemente una merce da vendere al migliore offerente. Oggi, quindi, lo rifarei, ma con maggiore consapevolezza. Dai mercati finanziari, però, oggi giungono buone notizie per il Friuli. Molti fondi di investimento tedeschi guardano ad aziende del Nordest da acquisire, non perché siano in svendita, ma perché reputano che qui esistano buone potenzialità, anche grazie alla validità delle risorse umane”.

Che aria si respira oggi in Germania?
“Non quella che pensiamo: rispetto a noi sono molto più preoccupati del futuro. Già i Romani, comunque, scrivevano dei Germani che ‘sapevano piangere per niente’. Infatti, quando sentono parlare di crisi nel carrello della spesa tolgono il burro e mettono la margarina, che costa meno. Comunque, ci sono aree con il 10% di disoccupazione come la Ruhr e altre, come la Baviera, in cui l’economia è ancora in crescita”.

Che opinione hanno i tedeschi del nostro sistema produttivo?
“Nella società tedesca c’è una forte divisione in classi: per apprendimento, per censo, per origini etniche. Fin da bambini si seguono percorsi separati, perché prevale il principio di selezione anziché di inclusione. Principio, che non fa parte della nostra cultura e questo è un bene per la società, ma un male per l’economia. Fatta questa premessa, oggi in Germania gli ignoranti ci vedono come parassiti in Europa; a quelli che si intendono di politica facciamo pena; nell’uomo della strada, invece, suscitiamo invidia per il nostro saper godere la vita”.

Avete differenziato il business nella viticoltura e nelle energie rinnovabili: necessità o opportunità?
“L’acquisto della tenuta Fossamala ha motivi affettivi: era quella che mio nonno ha sempre sognato di comprare. È quindi una sorta di hobby, anche perché non porta utili. L’azienda di impianti fotovoltaici Ekos, invece, è stata un’opportunità per dotare prima di tutto i nostri stabilimenti di fonti energetiche rinnovabili, ampliando poi l’attività anche a terzi”.

Che potenzialità ha ancora il food made in Italy all’estero?
“È un grande problema. Dentro i confini italiani ogni produttore è nel mirino dei controlli sulle carte, tant’è che non puoi scrivere made in Italy su un prodotto se tutti gli ingredienti, compreso il pepe, non sono nazionali. All’estero, invece, è tutta una sofisticazione dell’italianità. Il peggio è che nessuno, a livello governativo e politico, fa nulla per difendere i nostri prodotti”.

La domanda di cibo italiano rimane alta?
“Pensi solo nel settore delle pizze surgelate. Ogni anno in Europa si consumano tre miliardi di pezzi, di cui un miliardo nella sola Germania, che però ne produce 1,2 miliardi, quindi anche esportandole in altri Paesi. In Italia ne consumiamo 250 milioni e ne produciamo appena 4-500 milioni. Gli spazi di crescita della produzione made in Italy sono enormi, ma paradossalmente non abbiamo abbastanza ingredienti per sfamare tutta la domanda estera”.

Qual è il nostro tallone d’Achille?
“Oggi conta di più la proprietà del mercato rispetto alla proprietà della produzione. Purtroppo, il principale canale commerciale è la grande distribuzione e i nostri produttori sono troppo piccoli per confrontarsi ad armi contrattuali pari”.

Perché è stato scelto per guidare il gruppo internazionale Bofrost?
“Mi è stato chiesto di portare il modello italiano a livello europeo, perché grazie al suo pensiero traversale è più coerente con il mercato attuale. Questo conferma che l’Italia può esportare non solo prodotti, ma anche saper fare”.

Come immagina il Friuli tra 5-10 anni?
“Penso che economicamente verremo comunque fuori da questa fase storica. Siamo un popolo nato con la valigia, che non aspetta di essere sopraffatto dal destino”.

Cosa si potrà salvare e cosa vale la pena salvare del sistema produttivo locale?
“Nel mercato globale l’unica barriera che può difenderci è quella della qualità: esclusiva, non riproducibile o, comunque, non replicabile con manodopera a minor costo”.

In conclusione, ci svela i suoi gusti preferiti di pizza e gelato?
“Pizza margherita, ogni tanto con le acciughe. Per il gelato, malaga e amarena”.

 

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